Rimini, 24 agosto 2026. Competitività e sostenibilità non sono necessariamente termini contrapposti. Al Meeting di Rimini, l’incontro “Competitività e sostenibilità delle imprese in Europa”, realizzato in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà, ha riunito Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat; Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea; Elena Manzanera Díaz, presidente dell’Instituto Nacional de Estadística spagnolo; Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. A moderare il confronto è stato Emilio Colombo, professore di Politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Colombo ha distinto la competitività di costo, che può spingere a comprimere il lavoro con ricadute sociali e sulle disuguaglianze, da quella fondata su qualità, innovazione, esportazioni e mercati dinamici. In questa seconda prospettiva il capitale umano diventa decisivo: le imprese che investono nei talenti risultano più produttive, possono riconoscere salari più elevati e sviluppano una maggiore attenzione all’impatto sociale e ambientale. Cipollone ha indicato nella produttività il punto capace di riconciliare le due esigenze. Ridurre salari, standard ambientali e protezioni dei lavoratori consentirebbe di abbassare i costi, ma non rappresenta la scelta europea. «Noi abbiamo trovato un’altra via, quella che io chiamerei la ‘via alta’ alla competitività, cioè il fatto di essere in grado di produrre di più e meglio», ha affermato.
Chelli ha mostrato come la diffusione delle tecnologie digitali sia cresciuta grazie agli interventi normativi e all’accelerazione prodotta dalla pandemia, precisando però che adottare strumenti non basta: le innovazioni devono entrare nei processi produttivi e incontrare competenze capaci di valorizzarle. L’obiettivo europeo per il 2030 è che almeno l’80 per cento degli utenti di internet tra 15 e 74 anni possieda cinque competenze digitali di base: alfabetizzazione, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti, sicurezza e risoluzione dei problemi. L’Italia è al 54,3 per cento, pur avendo recuperato quasi nove punti negli ultimi anni. Il dato arriva al 70 per cento tra i più giovani, mentre rimangono divari territoriali e soprattutto di istruzione. Tra i cittadini dai 25 ai 54 anni con un titolo terziario, l’indicatore raggiunge l’86,1 per cento e supera la media europea; tra chi possiede al massimo la licenza media si ferma al 33 per cento. Anche nelle imprese età e istruzione incidono sulla propensione a introdurre innovazioni di prodotto e di processo: la probabilità cresce quando aumenta la quota di laureati e diminuisce nelle fasce anagrafiche più alte. Per il presidente dell’Istat la parola chiave è dunque «competenza». Formazione e istruzione devono accompagnare la transizione, valorizzando i giovani in un Paese nel quale il loro tasso di attività resta inferiore a quello europeo e permangono sottooccupazione e sottoimpiego.
I dati anticipati da Chelli sui percorsi di sostenibilità mostrano 462 mila imprese italiane, pari al 46 per cento, impegnate in almeno un’azione ambientale. Nel 2022 il valore, non pienamente confrontabile, era inferiore al 40 per cento. Oltre il 60 per cento delle aziende ha invece avviato iniziative di sostenibilità sociale, dalle pari opportunità alla sicurezza oltre gli obblighi di legge. Il limite principale resta la dimensione: le piccole imprese incontrano difficoltà maggiori sia nell’innovazione sia nell’attivazione di pratiche sostenibili. Nel secondo giro di interventi Chelli ha parlato di un «circolo virtuoso» tra dimensione aziendale, capacità innovativa e numero di azioni per la sostenibilità. Per svilupparlo occorre favorire l’economia della conoscenza, rafforzare i rapporti tra università e mondo produttivo e sostenere aggregazioni o forme di cooperazione che consentano alle piccole e medie imprese di raggiungere la scala necessaria. Lo stesso bisogno di risorse e competenze attraversa il non profit, un settore in trasformazione, più collegato alle istituzioni pubbliche e più orientato verso l’esterno. Sul fronte della mobilità qualificata, Chelli ha richiamato il saldo negativo di 78 mila laureati italiani tra partenze e rientri e l’ingresso di 88 mila laureati stranieri: il saldo complessivo è positivo per 10 mila unità. Non si tratta di impedire a chi ha un progetto personale di andare all’estero, ma di facilitare chi vuole rimanere e continuare ad attrarre conoscenze dall’estero.
Quindi Manzanera Díaz indica nella resilienza una caratteristica dell’economia spagnola, capace di riprendersi dalle crisi con crescita, occupazione e produttività. Dopo la pandemia, alberghi, trasporti e attività legate al turismo hanno trainato il recupero, il comparto rappresenta circa il 12,6 per cento del PIL, accoglie intorno a 100 milioni di visitatori all’anno e nel 2025 ha generato una spesa turistica di circa 140 miliardi di euro. La ripresa ha superato i livelli precedenti anche nella durata media dei soggiorni e nella spesa per visitatore. Dietro questa maggiore competitività la presidente dell’INE ha individuato quattro fattori: diversificazione dell’offerta culturale, urbana, gastronomica, sportiva, congressuale e naturalistica; modernizzazione delle infrastrutture alberghiere e digitalizzazione; capitale umano e qualità imprenditoriale; appartenenza all’Unione Europea e all’area euro. Il turismo può tuttavia «morire del proprio successo» se saturazione, pressione sulle risorse naturali e concorrenza tra visitatori e residenti generano conflitti. Per questo non bastano PIL, spesa e numero degli arrivi: servono indicatori integrati sulle dimensioni economica, sociale e ambientale. La Spagna sta collegando contabilità nazionale e ambientale per misurare emissioni e consumo idrico e utilizzerà dati provenienti dai dispositivi mobili per ottenere informazioni più granulari. La lezione proposta non è una singola misura, ma una strategia: trasformare settori maturi attraverso innovazione, infrastrutture, formazione e qualità imprenditoriale, affinché continuino a produrre valore senza consumare le risorse da cui dipendono.
Vittadini sul tema presenta una ricerca europea del CRISP su 19 mila lavoratori, 548 professioni europee e 245 occupazioni italiane. Tra il 2019 e il 2025 il rapporto medio delle professioni con l’intelligenza artificiale è cresciuto del 34 per cento. L’esposizione è maggiore nelle professioni scientifiche, tra gli amministrativi di alto livello e i manager, mentre nessuna occupazione manuale a bassa qualificazione rientra nella fascia massima. In Italia la quota delle professioni esposte passa dal 36,3 al 43,3 per cento e l’intensità, su una scala da zero a dieci, da 3,29 a 4,43. L’IA modifica analisi, scrittura, gestione dei dati e supporto alle decisioni, ma rende ancora più importanti le competenze socio-emotive: collaborazione, responsabilità, motivazione, stabilità e capacità di guardare la realtà. Per Vittadini occorre passare dalla “risorsa umana” all’«uomo come risorsa», riconoscendo persone con relazioni, vita affettiva, gratuità e interessi non subordinati alla produzione. Sono proprio queste dimensioni, formate anche fuori dall’azienda, a generare osservazione, immaginazione e innovazione. «L’intelligenza artificiale sviluppa una capacità di sintesi di ciò che è stato fatto, ma ha bisogno di gente che immagini qualcosa che non c’era», ha detto. Investire in umanità diventa così un fattore produttivo: non perché ogni aspetto della vita debba essere piegato all’impresa, ma perché personalità aperte e capaci di legami possono usare meglio la tecnologia e riconoscere bisogni ancora inespressi.
Cipollone spiega poi come il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti dura da oltre 25 anni si concentra soprattutto nei servizi finanziari e nell’alta tecnologia; nel manifatturiero l’Europa mantiene livelli elevati, mentre cresce la competizione cinese. Stati Uniti e Cina dispongono però di grandi mercati e di una scala indispensabile nei settori nei quali gli investimenti iniziali sono molto alti e il costo di fornire un’unità aggiuntiva diventa quasi nullo. L’Unione conta 450 milioni di persone e possiede reddito e competenze comparabili, ma non utilizza pienamente questa dimensione. Regole locali e frizioni negli scambi frammentano il mercato unico, ostacolano la crescita delle imprese e riducono la possibilità delle startup di espandersi. I ricercatori europei nell’intelligenza artificiale, ha sottolineato, non sono secondi a nessuno; mancano però capitali e un mercato nel quale trasformare la ricerca in imprese di scala continentale. La Saving and Investment Union e la proposta di un ventottesimo regime societario europeo sono passi verso una disciplina comune, anche se il secondo progetto non comprende ancora tassazione e lavoro. Cipollone ha ricordato inoltre che in Europa esistono 223 sedi di negoziazione dei titoli, una dispersione che limita la profondità finanziaria e spinge startup europee a valutare la quotazione a New York. La priorità è quindi ridurre la frammentazione nei mercati dei beni, dei servizi e dei capitali: «possiamo rimuovere le barriere, possiamo finalmente pensarci come un mercato unico in grado di sfruttare l’enorme intuizione del mercato unico».
Nessuna politica isolata può risolvere una trasformazione tanto complessa. Inoltre nell’ultimo intervento Cipollone invita a rifuggire dalla ricerca di una parola magica, partendo dalla dignità delle persone, dalla creatività, dall’innovazione e dalla sostenibilità. Tra i freni più urgenti ha indicato il costo dell’energia: in Europa è molto elevato e in Spagna risulta, secondo il dato citato, pari alla metà di quello italiano. La dipendenza dagli idrocarburi sottrae una parte della produttività, alimenta l’inquinamento ed espone imprese e politica monetaria a shock frequenti. Le tecnologie rinnovabili e un mix energetico capace di ridurre questa dipendenza costituiscono un’opportunità per diventare insieme più ricchi e sostenibili. Il confronto ha così ricomposto le diverse prospettive: i dati dell’Istat mostrano che senza competenze e dimensione le transizioni rimangono incompiute; l’esperienza spagnola dimostra che un settore maturo può modernizzarsi con capitale umano, infrastrutture e misurazione integrata; l’IA richiede persone capaci di giudizio, relazioni e visione; il mercato unico deve diventare effettivo per consentire alle imprese di crescere. Competitività e sostenibilità si incontrano quando l’Europa produce di più e meglio senza comprimere il lavoro, investe nella conoscenza, riduce le barriere interne e trasforma l’autonomia energetica in innovazione. La centralità della persona non è dunque un correttivo da aggiungere dopo la produzione, ma la condizione per un sistema economico capace di futuro.







