Rimini, 23 agosto 2025 – L’incontro “Vite donate. L’eredità viva dei martiri d’Algeria” ha posto al centro del Meeting l’impetuosità di una storia drammatica e potente che continua ad essere testimonianza viva ancora oggi. Tra il 1994 e il 1996 diciannove religiosi, uomini e donne, hanno scelto di restare accanto al popolo algerino in anni segnati dal terrorismo e dalla violenza, pagando con la vita la fedeltà a Cristo e alla profonda amicizia con i fratelli musulmani. Una testimonianza capace di generare ancora oggi fecondità spirituale tra i popoli.
La voce di chi ha vissuto il dramma
Particolarmente toccante è stata la testimonianza di suor Lourdes Miguélez Matilla, missionaria agostiniana che ha vissuto in Algeria durante quel tragico periodo. Arrivata ad Algeri nel 1972, ha raccontato lo shock iniziale e la progressiva scoperta di una vocazione al servizio del popolo algerino, in un contesto di profondo rispetto fraterno. Per quasi trent’anni ha lavorato come infermiera negli ospedali statali, unica cristiana e religiosa, un’esperienza che le ha permesso di immergersi totalmente nella cultura locale. «Ho scoperto che il mio compito non era imporre qualcosa, ma vivere con questo popolo relazioni fondate sul rispetto e sull’amicizia», ha confidato.
Una vita donata per amicizia
Con l’arrivo degli anni ’90, il “decennio nero”, la paura e la sfiducia si diffusero. Nonostante le minacce e la partenza di molti religiosi, suor Lourdes e le sue consorelle scelsero di restare. «Volevo che gli algerini sentissero che non li avrei abbandonati ma che volevo accompagnarli e sostenerli», ha affermato. Ha descritto la crescente paura e la forza trovata nella fede, anche di fronte all’assassinio delle consorelle Esther e Caridad. «Ho promesso a Dio: Signore, mi hai chiamato e io ti ho detto eccomi. Voglio seguirti anche in questo momento di prova». Dopo l’attentato, le fu ordinato di lasciare il paese. «Tornai a Madrid con il cuore a pezzi come se avessi tradito il Signore», ha confessato, per poi tornare anni dopo e trovare un paese dove «ci fu deserto per molto tempo, ma stavamo costruendo il regno di Dio con mattoni nuovi di amicizia, fratellanza e solidarietà».
La Chiesa unita e la forza della fraternità
S.E. il Cardinale Jean-Paul Vesco, Arcivescovo Metropolita di Algeri, ha messo in luce tre grandi insegnamenti che emergono dal martirio dei diciannove beati: «La forza di una Chiesa unita, la forza della fraternità e il potere sovversivo di una presenza disarmata». La forza dell’unità, ha spiegato, è evidente nella scelta di presentare un’unica causa di beatificazione per tutti, perché «non sono stati proclamati beati per le loro qualità personali, ma perché insieme hanno testimoniato fedeltà e fede». La forza della fratellanza si è manifestata potentemente nella celebrazione della beatificazione del 2018, avvenuta proprio ad Orano, in un paese a maggioranza musulmana, come una testimonianza indimenticabile di unità. Infine, il Cardinale ha parlato del «potere sovversivo della fragilità», perchè la Chiesa in Algeria, pur avendo perso potere materiale, non ha perso senso e significato; al contrario, ha concluso, «proprio perché la nostra Chiesa è disarmata, è disarmante».
Una prospettiva musulmana
La professoressa Nadjia Kebour ha offerto la sua riflessione da donna musulmana e algerina che ha vissuto il terrorismo: «Il terrorismo non ha colpito solo i cristiani, ma l’intero popolo algerino. Gli anni neri sono stati una ferita per tutti, ma hanno anche mostrato che l’Islam autentico è innocente della violenza». I martiri, ha detto, sono «testimonianza di amicizia vera che al di là dell’odio del terrore e odio c’è l’amore, che supera tutto». Citando il Corano, ha ricordato che «chi uccide una persona innocente è come se uccidesse l’intera umanità», e ha testimoniato la possibilità di un dialogo vero fondato sull’amore e sulla fraternità.
L’eredità per la Chiesa e per il mondo
Padre Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione, ha ribadito come i martiri d’Algeria insegnino che «una coesistenza fraterna e rispettosa è possibile». La loro testimonianza non invita a convertire gli altri, ma ad una continua conversione personale, alla scelta dell’amore e del bene comune. «I nostri diciannove – ha detto – sono un’icona di fraternità universale, una Chiesa povera e umile che non ha potere da difendere ma che può donare gratuitamente la sua presenza». I martiri non hanno cercato il proprio bene individuale, ma quello della comunità, «il bene comune della speranza», lasciando un messaggio potente sulla possibilità di costruire ponti di dialogo e di pace.
Il senso di una vita donata
L’incontro si è chiuso con il richiamo al valore della gratuità e della speranza, elementi fondamentali della vita dei martiri. La loro eredità è oggi un invito a superare l’odio e a costruire ponti di pace. Nel cuore ferito del presente, il loro sacrificio continua a essere un mattone di amicizia e di fraternità, un seme che genera vita nuova per la Chiesa e per l’umanità intera.







