Venivano miriadi di uomini portando pietre ed essi le prendevano e costruivano

Redazione Web

Rimini, 27 agosto 2025 – Nella Sala Conai A4 del Meeting di Rimini, in collaborazione con la rivista Zetesis, si è svolto un incontro dal titolo suggestivo: “Venivano miriadi di uomini portando pietre ed essi le prendevano e costruivano”, tratto dalla III visione del Pastore di Hermas. Un pomeriggio di letture e riflessioni che hanno fatto rivivere la voce di poeti, prosatori e pensatori dei primi secoli dell’era cristiana, un tempo in cui il mondo antico era attraversato da crisi e trasformazioni profonde, e in cui pagani e cristiani attingevano al “vecchio” e al “nuovo” per ricostruire l’umano. Le letture sono state affidate a Stefano Biasoni e Stefano Chierici, con raccordi letti da Giulia Regoliosi, direttrice della rivista Zetesis, e da Mariapina Dragonetti, caporedattrice. Il coordinamento è stato curato da Lorenzo Chierici.

Roma eterna e fragile

L’incontro si è aperto con un richiamo a Virgilio e alla promessa di Giove a Venere: il destino di Roma, figlia di Enea, destinata a un impero senza fine. I versi dell’Eneide hanno ricordato il sogno di una città chiamata a governare con giustizia e a unire i popoli sotto una legge comune. Roma, celebrata da poeti e storici, appare come madre e dominatrice, “genitrice di uomini e di dei”, capace di trasformare il mondo in un’unica patria, grazie alle sue leggi e alla sua capacità di integrare popoli diversi. Ma già nei testi del IV e V secolo affiora la consapevolezza della crisi: invasioni barbariche, pestilenze, lotte civili e guerre fra imperatori incrinano l’idea dell’eterna stabilità. Rutilio Namaziano, costretto a lasciare Roma devastata, la ricorda con commozione e nostalgia, mentre lo storico Ammiano Marcellino riconosce che la città, pur nella vecchiaia, vivrà finché vivranno gli uomini. Accanto agli elogi, le voci della decadenza: monumenti in rovina, città distrutte, la stessa Roma che, in un passo poetico, appare come un’anziana consunta, piegata dalla fame e dalla povertà.

Il mondo che invecchia

A spiegare le disgrazie che affliggevano l’impero, alcuni pagani accusavano il cristianesimo di aver abbandonato gli antichi dei. Ma autori come Cipriano di Cartagine ribattevano che «il mondo è invecchiato», e che secondo la legge divina tutto ciò che nasce è destinato a perire. La decadenza non era solo segno di colpa, ma parte di una legge universale. Lo stesso poeta pagano Claudiano, ancora legato ai valori classici, riconosceva amaramente che gli auspici di eternità erano illusori.

Ricostruire fra crisi e speranza

Accanto alle immagini di decadenza, i testi letti hanno mostrato tentativi di ricostruzione. Dopo guerre e invasioni, imperatori e vescovi si facevano carico della rinascita materiale e morale delle città. Il vescovo Epifanio di Pavia, racconta Ennodio, nel V secolo si adoperò non solo per ricostruire le chiese distrutte dai barbari, ma anche per ridare speranza alla popolazione, ottenendo persino condoni fiscali per i più poveri. La ricostruzione non era solo edilizia, ma spirituale e sociale: rianimare scuole, seppellire i morti delle pestilenze, procurare cibo agli affamati. Pietre materiali e pietre vive per rifondare una comunità.

La questione della schiavitù

Fra i temi più forti emersi dalle letture, quello dello schiavismo. Diffuso e accettato nel mondo romano, cominciò a essere messo in crisi dal pensiero filosofico e cristiano. Il filosofo stoico Seneca ricordava che «sono schiavi? No, sono uomini». Invitava a cenare con loro, riconoscendo la loro comune natura. Il cristianesimo riprese e radicalizzò questo messaggio: per Ambrogio di Milano i ricchi dovevano condividere i beni, restituendoli a chi era uguale per natura. In questo sguardo nuovo, lo schiavo non era più una “cosa”, ma un fratello. Una rivoluzione lenta ma profonda, che poneva le basi per un diverso modo di concepire la dignità umana.

Religione, tradizione e nuove domande

Il percorso ha mostrato anche la tensione religiosa e culturale del tempo. Simmaco, senatore romano del IV secolo, chiedeva di poter mantenere i culti tradizionali, “ciò che abbiamo ricevuto da bambini possiamo trasmetterlo da vecchi ai posteri”. Ma accanto alla nostalgia dei riti antichi, autori come Luciano di Samosata deridevano pratiche magiche e superstiziose. Drammatica la testimonianza di Plutarco, che racconta la misteriosa voce che annuncia la morte del dio Pan: simbolo del crollo di un mondo religioso.

La ricerca del divino

Il desiderio di un rapporto con Dio attraversa pagani e cristiani. Gli stoici, con Seneca, intuivano la presenza di un dio razionale nell’uomo. Nei culti misterici, come quello di Iside raccontato da Apuleio, si cercava una promessa di felicità e di vita oltre la morte. Ma è con la Lettera a Diogneto che emerge con forza la novità cristiana: i cristiani «vivono nella loro patria come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e da tutto sono distaccati come forestieri». Non hanno città proprie, ma trasformano ogni luogo in casa; non gettano i neonati; amano tutti, e da tutti sono perseguitati. Un modo di vivere paradossale e nuovo, che non nasce da filosofia umana, ma da una rivelazione divina.

Dal mondo antico al cristianesimo

Il cristianesimo non rifiuta in blocco il passato: filosofi cristiani come Giustino e Clemente Alessandrino parlano di “semi di verità” presenti nella filosofia greca, una preparatio evangelica. I cristiani riutilizzano persino modelli architettonici pagani: le basiliche romane diventano luoghi di liturgia e incontro comunitario. Pietre antiche assumono significati nuovi: come nella cattedrale di Siracusa, che ingloba le colonne del tempio di Atena. Dal linguaggio alla filosofia, dall’arte all’architettura, il cristianesimo non cancella ma trasfigura, donando senso nuovo a ciò che era antico.

Agostino: “I tempi siamo noi”

L’incontro si è chiuso con le parole di Sant’Agostino, che ricordava: «Si dice che i tempi sono cattivi, ma i tempi siamo noi. Se viviamo bene, i tempi saranno buoni». Un invito alla responsabilità personale e comunitaria: non lamentarsi della decadenza, ma vivere bene, come “frumento mescolato alla pula”, certi che ciò che conta non è l’esteriorità del tempo, ma la qualità della vita cristiana. Letture, voci, immagini hanno mostrato come nei secoli della crisi dell’impero romano, pagani e cristiani abbiano cercato di portare pietre – parole, leggi, idee, speranze – per costruire. Alcune pietre sono state scartate, altre adattate, altre hanno trovato posto in una nuova costruzione che dura ancora oggi. È il senso della visione del Pastore di Hermas: una moltitudine che porta pietre, perché l’umano possa sempre ricostruirsi, oltre le crisi e le rovine.

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