Rimini, 24 agosto 2025 – Un pranzo romano che doveva durare un’ora e invece si è trasformato in cinque ore di confronto serrato. È lì che è nato il dialogo tra Franco Nembrini, scrittore, insegnante e pedagogista, e Alessandro Sortino, autore televisivo e giornalista, oggi raccolto nel libro “Il Dio nuovo”. Da quell’incontro, tra Dante e i primi cristiani, è scaturito un’amicizia e un dialogo che il Meeting ha voluto riproporre, con la moderazione del giornalista Roberto Inciocchi, nel segno del titolo scelto per l’appuntamento: Vai e ricostruisci la mia casa.
L’incontro come metodo
Per Nembrini, l’origine di tutto è lo sguardo. Non un concetto astratto, ma l’esperienza concreta che segna una vita: «Tutto l’annuncio cristiano si può sintetizzare nell’incrocio di uno sguardo: quello di Gesù sugli apostoli, capace di catturarli così profondamente che perfino le sue parole, anche quando non le capivano, diventavano decisive». Il cristianesimo, ha spiegato, non è anzitutto una dottrina, ma la possibilità di essere guardati in un certo modo: riconosciuti e restituiti a se stessi. È stato questo il cuore della sua esperienza educativa con i giovani e con le famiglie: aiutare a non dimenticare la domanda profonda che abita il cuore. «Un buon educatore, ha aggiunto, non dà risposte prefabbricate, ma aiuta a chiarire le domande». Perché è dal bisogno, dall’essere mendicanti, che nasce la possibilità di un incontro vero. Sortino, ricordando il suo primo contatto con Nembrini, ha parlato di «curiosità libera da pregiudizi»: la disponibilità a farsi sorprendere, senza schemi. È in quell’apertura che avviene il riconoscimento reciproco, il sentirsi visti davvero.
Il Dio nuovo: Pietro, Paolo e la nascita di una libertà
Nel suo libro, Sortino ricostruisce la vicenda dei primi cristiani a Roma: «È come se oggi un pescatore abruzzese ci dicesse che il figlio di un falegname molisano è Dio». Non una leggenda lontana, ma la cronaca di un incontro reale. Un annuncio che si diffonde a velocità sorprendente, dalle sinagoghe di Gerusalemme alle strade di Roma, fino a Pozzuoli dove Paolo, arrestato, trova già comunità cristiane pronte ad accoglierlo. Il cristianesimo si presenta così come «un Dio nuovo» perché porta una novità assoluta: ogni uomo, schiavo o libero, ricco o povero, donna o uomo, può ricevere un’unzione che lo restituisce interamente a se stesso. La fede diventa una teologia che è insieme antropologia, un discorso su Dio che è nello stesso tempo un discorso sull’uomo. E questo ha implicazioni politiche radicali: «L’uomo diventa incommensurabile rispetto al potere, non misurabile né utilizzabile in nessun modo».
Il cuore intangibile e il sacrificio rovesciato
La discussione si è soffermata sul rapporto tra fede e potere. Sortino ha ricordato i martiri che rifiutavano persino di sacrificare un animale all’imperatore, pur sapendo che sarebbe costato loro la vita: «In quel gesto vedevano la porta di accesso del male, un’evocazione del demonio». Il cristianesimo introduce un sacrificio nuovo, in cui non è più l’uomo a dover offrire qualcosa, ma è Dio stesso, in Cristo, a farsi Agnello. Per questo il cuore dell’uomo diventa intangibile: nessun potere può entrarvi, può chiederne l’ultima obbedienza. «Puoi chiedermi di rispettare una legge, ma non puoi possedere il ritmo del mio cuore», ha sintetizzato Sortino.
Perdono e identità
Al centro del dialogo è emerso il tema del perdono come chiave per ricostruire l’io. «Il perdono, ha osservato Sortino, fonda l’identità perché ricostruisce l’unità dell’uomo rispetto al modello che il mondo gli impone». L’uomo che si misura con un ideale astratto resta diviso, scisso. Solo lo sguardo di Dio che perdona e accoglie così com’è può restituirlo alla sua verità. Nembrini ha collegato questa intuizione a Don Giussani e a Leopardi: il cristiano è l’uomo mendicante, che riconosce il bisogno e attende lo sguardo che lo costituisce. «Se si incontra lo sguardo di Dio su di sé, non accade mai senza effetto: lascia sempre un bene, una carezza che ti ricostruisce», ha detto.
L’Eucaristia come pietra nuova
Al centro della serata, il sacramento dell’Eucaristia, definito da Sortino «la pietra nuova per ricostruire la Chiesa». Non solo un rito, ma la presenza reale di Cristo che diventa esperienza quotidiana. «Anche quando mi è capitato di dimenticarmi di Dio, ha confidato, non ho mai smesso di credere che nel pane consacrato ci fosse la sua presenza viva». L’Eucaristia, ha spiegato, è anche una chiave interpretativa dell’esistenza: ci insegna che le cose sono quello che sono, ma contemporaneamente sono porta di un Mistero che le eccede. «Non è solo teologia, ha aggiunto, ma un atto politico: afferma che l’uomo non può essere ridotto a oggetto di nessun potere, nemmeno del proprio». Nembrini ha rilanciato: «Oggi forse non ci è chiesto il martirio del sangue, ma certamente quello della verità. Amare la verità dell’uomo, di sé e del popolo: questo è il martirio cui siamo chiamati».
La menzogna di oggi: algoritmi e autoreferenzialità
Il dialogo si è chiuso con un’analisi attualissima. Se un tempo la menzogna si presentava sotto forma di totalitarismo, oggi assume un volto nuovo: quello dell’uomo trasformato in idolo di se stesso, misurato e imprigionato dagli algoritmi che raccolgono e interpretano i suoi desideri. «Ci viene proposto un mondo su misura dei nostri dati, e finiamo per adorare la proiezione di noi stessi», ha osservato Sortino. È l’inferno della soggettività autoreferenziale. La sfida, ha ribadito, è portare l’Eucaristia dentro questo inferno: non come rifugio per pochi, ma come linguaggio nuovo, capace di raggiungere l’uomo nell’epoca della rete. «Occorre inventare forme e modi che permettano di incontrare Cristo anche lì, senza nostalgia delle battaglie del passato».
Ricostruire la casa oggi
La conclusione è stata affidata ancora una volta alla concretezza dell’incontro: non strategie o piani astratti, ma la testimonianza viva di uno sguardo e di un perdono che restituiscono unità. Ricostruire la casa, oggi, significa ridare centralità a questo sguardo e a questa presenza, che si fa concreta nell’Eucaristia e nella compagnia della Chiesa. «Non è vero che i giovani non sono educabili, ha detto Nembrini. Aspettano testimoni chiari di speranza e verità». Sortino ha aggiunto: «Il linguaggio di ieri non basta più, ma la verità resta la stessa: Cristo presente, oggi, nel pane e nella comunità». Tra le mura del Meeting, il loro dialogo ha reso evidente che quella casa da ricostruire non è un edificio, ma l’uomo stesso: fragile, smarrito, eppure sempre mendicante di uno sguardo che lo renda di nuovo intero.







