Urso: Identità e Internazionalizzazione si coniugano meglio nel Sistema Italia

Redazione Web

Rimini, 25 agosto 2026.  La forza del sistema produttivo italiano risiede nella capacità di custodire identità, competenze e legami territoriali e, nello stesso tempo, di competere su scala internazionale. Sono intervenuti Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna; Giorgia Favaro, amministratrice delegata di McDonald’s Italia; Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia; Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia; Roberto Sancinelli, presidente di Montello S.p.a.; Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy. Nelle conclusioni, Forlani ha sintetizzato il confronto affermando che «Radici e visione internazionale sono non solo compatibili, ma strettamente necessarie l’una all’altra». Una prospettiva comune nella quale le radici non rappresentano una chiusura, ma la base da cui imprese e territori possono rivolgersi al mondo.

Urso: il Made in Italy compete nel mondo mantenendo la persona al centro

Per Urso, «Identità e internazionalizzazione si coniugano meglio nel sistema Italia». In una fase segnata da conflitti armati, guerre commerciali, instabilità e incertezza, il sistema produttivo, sociale e culturale italiano starebbe sorprendendo gli osservatori internazionali grazie alla propria civiltà del lavoro e dell’impresa. Il ministro ha richiamato la crescita delle esportazioni nonostante guerre e dazi, il superamento del Giappone nella graduatoria mondiale dell’export, l’aumento degli investimenti esteri e dell’occupazione e la ripresa della produzione industriale. La sfida dei prossimi mesi, ha aggiunto, sarà costruire un modello produttivo, sociale e di welfare capace di integrare lavoro, robotica e intelligenza artificiale senza sacrificare la persona. «Noi dobbiamo costruire un modello produttivo, sociale e culturale capace di affrontare questa sfida che abbiamo creato con l’intelligenza artificiale, mantenendo la persona al centro di ogni cosa», ha affermato. Rispondendo all’appello di Sancinelli sui rischi per la manifattura, Urso ha poi indicato come priorità l’autonomia strategica europea in materia di energia, materie prime critiche e tecnologie avanzate. Sull’industria primaria ha difeso il principio del “Made in Europe”, la protezione delle produzioni strategiche e la ricerca di una soluzione per l’Ilva attraverso collaborazione istituzionale e responsabilità condivisa, perché «senza di essa non c’è industria europea, né libertà e indipendenza dell’Europa».

Favaro: un marchio globale cresce quando ascolta e restituisce valore

Favaro ha raccontato come McDonald’s, arrivata quarant’anni fa in un Paese dalla cultura gastronomica fortemente radicata, sia cresciuta integrandosi, ascoltando i consumatori e valorizzando le eccellenze italiane. Oggi il sistema conta 820 ristoranti, 40.000 dipendenti e 190 imprenditori locali. Il modello dello “sgabello a tre gambe” tiene insieme gli standard e le competenze del marchio, gli imprenditori che conoscono i territori e i fornitori che alimentano l’innovazione. La filiera investe ogni anno 400 milioni di euro nell’agroalimentare italiano e porta nei ristoranti prodotti come pera dell’Emilia-Romagna IGP, nettarine di Romagna, mele della Valtellina e Parmigiano Reggiano. Il radicamento passa anche dal lavoro: il 60% dei dipendenti ha meno di trent’anni e per molti l’azienda rappresenta il primo ingresso professionale. Favaro ha richiamato le parole pronunciate dal Papa al Meeting, «ogni ricchezza si moltiplica se è condivisa», collegandole alla responsabilità di restituire valore ai luoghi nei quali l’impresa opera. Un esempio è “Sempre aperti a donare”, iniziativa nata con Comunità di Sant’Egidio e Banco Alimentare e giunta alla sesta edizione con oltre un milione di pasti distribuiti. «Questo è il nostro modo di restituire valore ai territori nei quali operiamo», ha concluso, indicando nella relazione tra marchio internazionale e comunità locali un segnale di speranza.

Sancinelli: energia e materie prime decisive per la manifattura

Sancinelli ha rivolto al ministro un appello diretto: «Non facciamo diventare le imprese tante Ilva». La preoccupazione riguarda la tenuta del manifatturiero italiano in un contesto globale dominato dalla competizione per le fonti energetiche e le materie prime critiche. Alle imprese servono energia accessibile e disponibilità di materiali per poter conservare il proprio ruolo. Il presidente di Montello ha indicato nell’industria del riciclo una delle risposte strutturali: l’Italia, priva di grandi risorse naturali, ha sviluppato competenze avanzate nel rimettere nel sistema produttivo ciò che è già stato utilizzato. «Oggi il rifiuto è un valore, una ricchezza da tutelare e gestire bene», ha dichiarato. Tra gli ostacoli interni ha indicato la burocrazia e una lettura ideologica delle tecnologie per la produzione energetica dagli scarti. La possibilità concessa in Lombardia di produrre energia dai rifiuti per autoconsumo è stata presentata come un passo positivo. Valorizzare gli scarti significa quindi affrontare insieme la dipendenza dalle materie prime, il costo energetico e la sostenibilità dei processi industriali. Per Sancinelli, la competitività non si difende imputando ogni problema a fattori esterni, ma rimuovendo i vincoli nazionali che impediscono alle imprese di utilizzare pienamente le conoscenze già disponibili.

Frega: filiere italiane e tecnologia per vincere la competizione globale

Frega ha sostenuto che radici e visione internazionale, spesso considerate in contrapposizione, sono diventate chiavi di successo quando vengono combinate nel modo giusto. La trasformazione di Philip Morris ha dato luogo a una competizione tra Paesi per ospitare gli investimenti destinati ai nuovi prodotti e l’Italia si è affermata grazie alle condizioni strutturali e alla capacità di cogliere l’opportunità. Il percorso è partito dalla filiera agricola del tabacco, settore nel quale l’Italia rappresenta circa il 30% della produzione europea. L’accordo siglato con Coldiretti nel 2011 ha garantito contratti di acquisto pluriennali, sostenuto gli investimenti e favorito il ricambio generazionale attraverso il modello della Digital Farm, che coinvolge 1.100 imprese agricole e circa 19.000 persone. La seconda tappa è stata il polo industriale di Bologna, il più grande dell’azienda nel mondo: avviato nel 2014, oggi impiega 2.500 persone ed è definito “fabbrica delle fabbriche” perché svolge sperimentazione per l’intera rete internazionale. Da Bologna vengono esportati ogni anno circa due miliardi di euro di prodotti in 64 Paesi; in dieci anni sono state coinvolte oltre 8.000 piccole e medie imprese, soprattutto emiliano-romagnole. Nel complesso, la filiera italiana occupa 44.000 persone e genera oltre lo 0,5% del PIL nazionale. «L’unico modo per vincere le sfide globali è sentirsi tutti sulla stessa barca», ha affermato Frega, indicando nei prodotti innovativi e di alta qualità l’ambito nel quale il sistema italiano può esercitare una leadership mondiale.

Fontana: sussidiarietà, investimenti e decisioni più rapide

Fontana ha ricondotto le radici della Lombardia a un modello di sviluppo fondato sulla sussidiarietà e sulla condivisione delle scelte tra politica, amministrazione, imprese, associazioni di categoria, sindacati e componenti del sistema produttivo. La collaborazione periodica tra questi soggetti consente di discutere le decisioni future e si accompagna, secondo il presidente, ai risultati di una regione che è prima in Italia per manifattura e attrazione di investimenti esteri. L’internazionalizzazione viene perseguita in due direzioni: accompagnare soprattutto piccole e microimprese sui mercati esteri e attrarre capitali internazionali. Il progetto “Invest in Lombardy” assiste chi vuole insediarsi nella regione anche nel superamento delle difficoltà burocratiche; negli ultimi cinque anni la Lombardia avrebbe raccolto mediamente il 35-40% degli investimenti esteri arrivati in Italia. Il presidente ha chiesto normative più semplici e rapide, precisando: «Se dobbiamo competere con l’Europa e col mondo, dobbiamo poter decidere con rapidità, senza attendere che la lentezza della burocrazia dia una risposta». Ha richiamato inoltre la concorrenza svizzera nelle aree di confine, capace di attirare manodopera e investimenti con condizioni più favorevoli. Il merito dei risultati lombardi, ha concluso, appartiene anzitutto a cittadini, imprenditori e lavoratori che non attendono soluzioni dall’alto, mentre le istituzioni devono tradurre rapidamente gli strumenti disponibili in misure utili al territorio.

De Pascale: una strategia comune per sostenere le piccole e medie imprese

De Pascale ha invitato a unire orgoglio per la manifattura italiana e realismo sui rischi, evitando che la polarizzazione politica spinga a negare i problemi. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, ha affermato, affrontano questioni che non possono più essere risolte separatamente e stanno elaborando una proposta comune di politica industriale. Tra le urgenze ha indicato l’energia, il cui costo grava su famiglie e imprese, le decisioni sulle aree idonee alle rinnovabili e il ritardo dei progetti eolici; la logistica, messa alla prova dalla rottura delle catene globali; e la condizione duale della manifattura, con settori ad alta tecnologia in crescita accanto a produzioni storiche colpite da crisi e riduzioni occupazionali. La priorità è accompagnare le migliaia di piccole e medie imprese che costituiscono le radici del sistema produttivo e devono affrontare ricambio generazionale e intelligenza artificiale senza disporre delle risorse delle grandi aziende. Tecnopoli, reti universitarie, formazione e collaborazione pubblica devono diventare iniziative strutturali di livello nazionale. De Pascale ha infine ricordato che Lombardia ed Emilia-Romagna sono le regioni italiane più internazionalizzate e che quasi metà delle loro esportazioni è diretta fuori dall’Unione Europea: «Chiuderci non è un’opzione». In un Paese trasformatore, dipendente dall’importazione di materie prime, protezionismo estremo e tensioni internazionali sono distruttivi. Il richiamo del Santo Padre a non trasformare avversari e concorrenti in nemici assume quindi anche un valore economico: pace, dialogo e cooperazione sono condizioni essenziali per il futuro di un’economia aperta.

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