Una Vita che brucia

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026. La santità non è un’idea da dimostrare, ma una presenza che si impone per la sua attrattiva e riaccende le domande più profonde dell’uomo. Questo il tema dell’incontro “Una vita che brucia. Il cristianesimo e l’attrattiva dei testimoni”, svoltosi al Meeting di Rimini con Gerolamo Fazzini, giornalista ed esperto della figura di Madeleine Delbrêl; Kristen Gardner, suora delle Serve del Focolare della Madre e postulatrice della causa di beatificazione di suor Clare Crockett; Luciano Luppi, sacerdote e docente di Teologia; e il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI e arcivescovo di Bologna. A moderare il dialogo è stato Matteo Lessi, della redazione culturale della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli. Due donne appartenenti a epoche, Paesi e vocazioni differenti sono state accostate per la medesima capacità di rendere visibile il cristianesimo come fatto presente: Madeleine, immersa per oltre trent’anni nella periferia operaia e comunista di Ivry-sur-Seine, e Clare, giovane irlandese attratta inizialmente dalla fama e dal mondo dello spettacolo, poi suora missionaria. Lessi ha richiamato l’affermazione di Eugène Ionesco secondo cui «la carità resiste comunque, continua ad esistere la santità e lo spirito di sacrificio; un mondo senza santi è un mondo crudelmente disperato». Non figure lontane o irraggiungibili, dunque, ma vite capaci di provocare chi le in-contra con una domanda semplice e decisiva: come è possibile vivere così?

Madeleine Delbrêl, la fede nella vita di tutti i giorni

Luciano Luppi ha ricostruito la vicenda singolare di Madeleine Delbrêl, dichiarata venerabile da papa Francesco nel 2018 poiché riconobbe solennemente che in lei si trovano vissute in grado eroico tutte le virtù cristiane. Dopo una giovinezza segnata dall’agnosticismo e dall’affermazione «Dio è morto, viva la morte», intorno ai vent’anni ebbe una conversione che definì come un incontro abbagliante con Dio. Determinante fu la naturalezza della fede vissuta con alcuni giovani amici credenti, che la costrinse a domandarsi: «E se Dio invece esistesse?». Poetessa, donna di cultura, infermiera e assistente sociale, scelse di immergersi con competenza professionale nella miseria della periferia operaia parigina. Lì seppe tenere insieme coerenza cristiana, amicizia e collaborazione con militanti comunisti, trasformando le strade e gli incontri ordinari nel luogo dell’annuncio. «Una volta conosciuta la parola di Dio […] non abbiamo il diritto di conservarla per noi: da quel momento apparteniamo a coloro che la attendono», scriveva insieme a: «Guai a me se evangelizzare non mi evangelizza!». La radicalità della sua proposta, ha spiegato Luppi, non coincideva con un eroismo separato dalla vita quotidiana, ma con una santità possibile a tutti, verificata dalla bontà e dall’amore. Per Delbrêl Dio chiede tutto non per comprimere la libertà in una forma prestabilita, ma per costruire con ciascuno la pienezza della sua esistenza. Da qui l’invocazione profondissima: «Mio Dio, se tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?». Ogni circostanza poteva così diventare un ponte dai piccoli progetti umani al disegno di Dio.

Una fede che illumina, riscalda, purifica e contagia

Gerolamo Fazzini ha sviluppato l’immagine evocata dal titolo attraverso quattro movimenti della fiamma, che è la fede: essa illumina, riscalda e da’ calore, brucia e contagia. Madeleine Delbrêl e suor Clare sono, in contesti storici e geografici lontani, ma entrambe sono due vite «bruciate per e con Cristo». La fiamma illumina perché la fede non elimina tutti i misteri, ma offre una direzione e impedisce che il desiderio di muoversi si trasformi in un vagare senza meta. Riscalda perché investe l’intera quotidianità: gli oggetti, il lavoro, gli incontri e le azioni più semplici. «Ogni piccola azione è un avvenimento immenso, dove il paradiso è donato a noi e dove noi possiamo donare il paradiso, non importa quello che abbiamo da fare […] tutto ciò non è che la scorza

della splendida della realtà, l’incontro con dio dell’anima che in ogni istante si rinnova», scriveva Delbrêl. La fiamma brucia ciò che non è essenziale e fa maturare il frutto delle scelte definitive, senza confondere la fecondità con la ricerca del risultato o del successo. Infine contagia, perché una fede scoperta come felicità diventa un tesoro che non può essere trattenuto. Fazzini ha ricordato che la missione non nasce da un’avventura individuale, ma da una vita fraterna capace di propagare il fuoco della carità. Allo stesso tempo, l’ambiente non credente non è soltanto il destinatario dell’annuncio: esercita una pressione che purifica la fede e obbliga a verificarne il fondamento. Delbrêl lo esprimeva così: «L’ambiente ateo, per sua stessa pressione, è per la nostra fede una costante provocazione alla purificazione. Ci obbliga a chiederci non già quali siano le nostre opinioni religiose, ma su chi ed essenzialmente su che cosa si fonda la nostra vita».

Suor Clare, dal sogno di Hollywood ad un cuore indiviso

Kristen Gardner ha raccontato suor Clare Crockett a partire dal desiderio di felicità che ne segnò la giovinezza, citando una frase di Santa Caterina da Siena: “Tu sei un fuoco che arde per sempre. Tu consumi e non sei consumato, con il tuo fuoco Tu consumi ogni traccia di amor proprio nell’anima”. Clare cercava nella fama, nel denaro e nel piacere ciò che riteneva potesse colmare la sua vita. Sognava di diventare un’attrice famosa a Hollywood; eppure avvertiva che nessun successo, nessuna fama e nessun amore umano potevano rispondere fino in fondo al suo cuore. A diciassette anni accettò un viaggio gratuito in Spagna immaginando una vacanza, ma si ritrovò a vivere il Triduo pasquale in un monastero. Il Venerdì Santo dell’anno 2000, durante la venerazione della croce, scoppiò in lacrime ripetendo: «Dio mi ama, è morto per me». Quell’esperienza non cancellò immediatamente abitudini, attaccamenti e fragilità, ma aprì un cammino nel quale Dio, ha sottolineato Gardner, la attese con pazienza. Nell’estate del 2001 Clare decise di lasciare ciò a cui era legata per scegliere Cristo come unico amore ed entrò nelle Serve del Focolare della Madre. La sua lotta per la santità rimase concreta e quotidiana. Nel 2015, in Ecuador, anche la fatica di alzarsi alle cinque del mattino divenne occasione per comprendere il motto latino «Ad maiora nati sumus», siamo nati per cose più grandi. Clare annotò di dover trasformare proprio quell’atto difficile in un sacrificio di lode: la grandezza non consisteva nel sottrarsi alle piccole fatiche, ma nell’offrirle, lasciando che Dio ne facesse qualcosa di grande. Da questa consapevolezza nasceva il rifiuto di una vita mediocre e la decisione di amare Dio nell’istante presente, prima delle comodità e delle preferenze personali.

La presenza che porta libertà

La trasformazione di suor Clare si rese riconoscibile soprattutto nel modo di stare davanti alle persone. Gardner ha ricordato il servizio svolto nel 2010 accanto ai cappellani di un ospedale di Valencia e l’incontro con Paco, un uomo di circa quarant’anni nella fase terminale dell’Aids, taciturno e inizialmente chiuso a ogni proposta. Clare gli parlava con familiarità, gli raccontava episodi della propria vita, cercava di farlo sorridere, gli porgeva l’acqua e gli metteva una caramella in bocca senza lasciarsi fermare dalla paura del contatto. Alla domanda su che cosa stesse imparando dalle suore, Paco rispose: «A ridere». Dopo alcuni mesi, a ventiquattro anni dall’ultima confessione, Paco ricevette il sacramento della riconciliazione e l’unzione degli infermi; volle poi ricevere la comunione ogni giorno. Se all’inizio, quando Clare gli domandava che cosa le suore gli portassero, rispondeva «La chitarra», in seguito rispose «La libertà» e arrivò ad affermare: «La vostra presenza è la Comunione». Per Gardner, questo episodio mostra un amore di Dio diventato contagioso attraverso una persona. Clare non cercava la perfezione confidando nelle proprie forze o per vanità spirituale: desiderava che Cristo la trasformasse senza lasciare ostacoli alla sua azione. Morì nel terremoto che colpì l’Ecuador mentre suonava la chitarra con alcune ragazze; uno degli ultimi canti che stava intonando era “Preferisco il Paradiso”. La sua testimonianza continua oggi a raggiungere giovani in molti Paesi e a proporre la felicità di un cuore indiviso, capace di amare Dio e, dal cuore stesso di Dio, ogni creatura.

Zuppi: la santità è bella, libera e profondamente sociale

Il cardinale Zuppi ha indicato nelle due vicende una correzione decisiva all’idea della santità come privazione, sforzo isolato o appartenenza a una classe superiore di eroi. Nei racconti ascoltati, alla base vi sono invece passione, bellezza, gioia e libertà. «Peccato che la santità sia bella, sia attrattiva, sia gioiosa, ti faccia scoprire le cose, e in entrambe ci sia una grande libertà», ha affermato. Il richiamo di papa Francesco ai «santi della

porta accanto» significa che ciascuno può diventarlo per qualcun altro: la santità non invecchia, è un fuoco che si comunica e una bellezza che ne accende altra. Non servono eroi separati dalla comunità, ma uomini e donne che vivano e trasmettano il Vangelo con gioia. Zuppi ha quindi evidenziato la natura concreta e sociale della spiritualità di Delbrêl: mistica e impegno nel mondo non possono essere separati. La Chiesa non può ridursi a un’organizzazione, perché la sua origine è un amore che va sempre oltre; ma la passione cristiana non resta astratta o confinata negli spazi religiosi. Essa apre gli occhi, fa uscire da sé e conduce a scoprire l’altro. «Il Signore ti fa star bene, anzi ti fa star meglio, se tu fai star meglio gli altri», ha osservato il cardinale. Amare significa perdere la propria vita per gli altri e attraversare la paura con qualcosa di più grande. I martiri, infatti, non furono privi di timore, ma amarono più della paura e più di se stessi.

La misericordia rivoluzionaria nelle strade del mondo

La strada indicata da Madeleine Delbrêl è quella di uno sguardo capace di contemplare la città e riconoscere la presenza di Dio dove le apparenze mostrerebbero soltanto distanza o ostilità. Zuppi ha ricordato la sua scelta di entrare nelle roccaforti comuniste senza elmetto e senza volontà di conquista, ma con gli occhi aperti dall’amore. Nel testo dedicato al bar “Chiaro di Luna”, Delbrêl descriveva i cristiani come una «cerniera di carne» e una «cerniera di grazia» tra quel luogo apparentemente profano e il Padre di ogni vita. Il mistico, ha spiegato il cardinale, non guarda fuori dal mondo: guarda dentro il mondo con gli occhi di Dio, assume la sofferenza altrui e rende familiare ciò che sembrava lontano. È lo stesso movimento evocato dal “Ballo dell’obbedienza”, nel quale la danza esprime il lasciarsi condurre dalla grazia e si oppone alla rigidità che pretende di difendere l’identità finendo per allontanarla. Le “cose grandi” alle quali è chiamato il cristiano non coincidono con protagonismo, prestazione o potenza, ma con la grandezza dell’amore vissuto dagli umili. Contro l’ansia di affermarsi e il senso di scarto, Zuppi ha riproposto l’espressione di Delbrêl: una «misericordia rivoluzionaria», capace di conoscere la sofferenza prima ancora che diventi notizia. L’incontro si è così concluso con l’invito a unire spirituale e sociale, Eucaristia e condivisione, sacramento e servizio: vivere non come in una partita in cui tutto è calcolato, ma «come un ballo, come una danza fra le braccia della tua grazia, nella musica universale dell’amore». Le vite di Madeleine e Clare mostrano che questa danza comincia nelle circostanze ordinarie e, proprio da lì, può accendere il mondo.

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