Una strada di speranza nel cammino della memoria

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2025 – Il Meeting di Rimini ha ospitato un incontro di altissimo valore umano e scientifico dedicato a uno dei temi più rilevanti e urgenti del nostro tempo: la cura delle persone con decadimento cognitivo. Con il titolo evocativo “Una strada di speranza nel cammino della memoria”, l’appuntamento ha visto la partecipazione di tre esperti di rilievo internazionale: la professoressa Patrizia Mecocci, direttrice della Struttura Complessa di Geriatria e docente di Gerontologia e Geriatria presso l’Università degli Studi di Perugia; il professor Rabih Chattat, ordinario di Psicologia Clinica all’Università di Bologna; e il dottor Marco Predazzi, fondatore e presidente della Fondazione Il Melo Onlus, direttore medico dell’Hotel Alzheimer e del Laboratorio Progettuale per l’Housing gerontologico di Gallarate. A moderare l’incontro è stato il dottor Marco Maltoni, direttore dell’Unità di Cure Palliative della Romagna e presidente dell’associazione Sul sentiero di Cicely – Per le Cure Palliative APS.

Fin dall’apertura dell’incontro è emerso come l’esperienza della demenza rappresenti non soltanto una sfida sanitaria, ma una vera e propria sfida antropologica e sociale. In un contesto in cui la popolazione mondiale sta progressivamente invecchiando, il numero di persone colpite da deterioramento cognitivo cresce in maniera esponenziale, con stime che parlano di quasi 140 milioni di casi attesi entro il 2050. Tuttavia, accanto ai dati preoccupanti, vi è la possibilità di una risposta nuova, basata non soltanto sulle terapie farmacologiche, ma soprattutto su approcci di prevenzione, su percorsi di accompagnamento personalizzati e su modelli di cura innovativi.

La professoressa Mecocci ha introdotto il tema con una panoramica sulle più recenti evidenze scientifiche. Ha sottolineato come la ricerca abbia compiuto progressi significativi, in particolare con l’approvazione da parte dell’EMA di nuove terapie a base di anticorpi monoclonali, quali Aducanumab e Donanemab, farmaci capaci di rallentare il decorso della malattia di Alzheimer. Tuttavia, tali soluzioni non possono da sole risolvere un problema di proporzioni epocali. Per questo motivo, è necessario affiancare alla ricerca farmacologica strategie di prevenzione e di promozione della salute pubblica, capaci di incidere sullo stile di vita delle persone. Gli studi più recenti hanno infatti dimostrato che quasi il 45% dei casi di demenza può essere prevenuto intervenendo su fattori di rischio modificabili: corretta alimentazione, attività fisica, stimolazione cognitiva, controllo delle malattie cardiovascolari, lotta alla solitudine. Prevenire la demenza, ha ribadito la docente, non è un’utopia ma una possibilità concreta, a patto che la società, le istituzioni e i sistemi sanitari assumano questo obiettivo come prioritario.

Il professor Chattat ha posto al centro del suo intervento la persona con demenza, ricordando che non può essere ridotta alla sua malattia. È necessario cambiare prospettiva: non concentrarsi soltanto su ciò che viene meno – memoria, linguaggio, orientamento – ma valorizzare ciò che resta, le abilità preservate, la storia personale, la sensibilità affettiva ed emotiva. Attraverso esempi concreti e toccanti, ha mostrato come anche in fasi avanzate di malattia permangano tracce di memoria accessibili, come nel caso della musica, delle immagini e degli odori. Richiamando episodi di vita quotidiana, ha evidenziato come un approccio attento e rispettoso possa restituire dignità e identità alla persona. La cura, ha sottolineato, non consiste soltanto nel gestire i sintomi, ma nell’offrire alla persona la possibilità di continuare a vivere relazioni significative. Per questo motivo, è fondamentale combattere lo stigma sociale, che isola chi vive la demenza e i suoi familiari, riducendo la malattia a una condanna all’emarginazione. Iniziative come i “Caffè Alzheimer” e le “Comunità amiche della demenza” rappresentano esempi virtuosi di come sia possibile favorire inclusione e partecipazione sociale, migliorando la qualità della vita di chi convive con questa condizione.

A completare il quadro è stato l’intervento di Marco Predazzi, che ha raccontato l’esperienza concreta del “Villaggio Alzheimer”, un modello innovativo nato in Olanda e oggi replicato in Italia grazie al lavoro della Fondazione Il Melo. L’idea di fondo è quella di superare il modello delle RSA tradizionali, troppo spesso simili a reparti ospedalieri, per restituire alle persone uno spazio di vita autentico, costruito intorno ai loro bisogni. Case al posto dei reparti, piazze al posto dei corridoi, attività quotidiane come cucinare, fare la spesa, prendersi cura di un giardino o di un animale domestico: la vita quotidiana, con la sua ricchezza di stimoli, diventa così la vera terapia. Predazzi ha ricordato come l’incontro con le persone malate, fin da giovane, sia stato per lui una vera e propria vocazione, un impegno a restituire dignità a quella terra di nessuno che spesso è la vecchiaia. Il progetto del Villaggio Alzheimer rappresenta una missione possibile, capace di restituire speranza e qualità di vita a chi rischia di essere confinato nell’isolamento e nella sofferenza.

Il dibattito si è sviluppato in un clima di intensa partecipazione, con il pubblico coinvolto non solo dai dati scientifici, ma soprattutto dalle testimonianze di chi quotidianamente vive e accompagna queste esperienze. È emersa con forza l’idea che la demenza non rappresenti la fine della vita, ma una condizione che può essere abitata in maniera nuova, con sguardi, relazioni e luoghi capaci di accogliere e sostenere la persona. In questa prospettiva, la prevenzione, la ricerca, l’innovazione sociale e la responsabilità comunitaria diventano i “mattoni” di una strada di speranza.

Il Meeting di Rimini si conferma così un luogo privilegiato di confronto e di dialogo, dove esperti, operatori, famiglie e cittadini possono incontrarsi per condividere domande, esperienze e prospettive. L’incontro di questa sera ha mostrato come, anche di fronte a una delle sfide più dolorose del nostro tempo, sia possibile intravedere segni di speranza e costruire insieme percorsi di cura che mettano al centro la persona e la sua dignità.

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