Una comunicazione che costruisce comunione

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2025 – L’incontro «Una comunicazione che costruisce comunione» si è svolto nell’ambito del Meeting di Rimini 2025 ed ha rappresentato un momento di confronto di altissimo livello sul ruolo della comunicazione come strumento di costruzione di pace, di ricerca della verità e di generazione di speranza. A moderare l’incontro è stata la giornalista Rai Linda Stroppa, che ha introdotto gli ospiti con due provocazioni significative. Da un lato l’invito di Papa Francesco ai comunicatori a domandarsi: «Ma tu sei vero?»; dall’altro, le parole del cardinale Pizzaballa: «La pace si fa anche con il linguaggio. Se tu deumanizzi l’altro con il linguaggio, crei tutte le premesse per passare alla violenza fisica». Sul palco sono intervenuti due grandi scrittori, Javier Cercas e Colum McCann, insieme a Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero Vaticano per la Comunicazione. Ognuno di loro ha offerto un punto di vista differente ma convergente sull’urgenza di una comunicazione autentica, capace di costruire legami e non divisioni.

Il valore della parola

Sin dall’avvio del dialogo, il focus si è concentrato sul peso delle parole. La comunicazione non è mai neutrale: le parole generano conseguenze, creano atmosfere, possono preparare la pace oppure aprire la strada al conflitto. In un contesto internazionale segnato da guerre, crisi e polarizzazioni, le parole possono essere strumenti di riconciliazione o detonatori di violenza. Da qui l’appello a riscoprirne la responsabilità etica.

Comunicare speranza

Paolo Ruffini ha sottolineato che «non solo si può comunicare la speranza, ma si deve». Ha insistito sulla necessità di saperla vedere e riconoscere, anche laddove sembra nascosta dalle cronache di male e disperazione. Secondo Ruffini, i comunicatori devono avere il coraggio di portare alla luce le storie di bene, quelle che non fanno rumore ma che rappresentano il tessuto vivo della società. Questo atteggiamento, ha aggiunto, non riguarda solo i cattolici, ma ogni uomo e donna chiamato a leggere la realtà con uno sguardo che non si fermi al buio.

La forza delle storie

Colum McCann ha ricordato come «il mondo sia tenuto insieme dalle storie». Il suo romanzo «Apeirogon» racconta l’incontro fra due padri, un palestinese e un israeliano, uniti dalla perdita delle figlie uccise in due momenti diversi del conflitto. Da quel dolore è nata un’amicizia capace di trasformarsi in testimonianza universale di pace. «Non dobbiamo per forza amarci, ma se non ci capiremo saremo spacciati», ha affermato McCann, ribadendo il valore della narrazione come via per ricucire fratture apparentemente insanabili.

Il dovere della verità

Javier Cercas ha richiamato l’attenzione sul rischio del discredito della verità nell’epoca contemporanea. «La verità vi farà liberi», ha citato, sottolineando che le menzogne generano schiavitù. Oggi, grazie alla potenza di diffusione dei social e delle tecnologie digitali, le bugie si propagano con rapidità senza precedenti. Secondo Cercas, questo fenomeno rappresenta una delle minacce più gravi alla convivenza democratica.

Tecnologia e tempo lento

Il confronto ha toccato anche il tema della comunicazione digitale e della velocità dei social network. Paolo Ruffini ha ammonito: «Se tutto è soltanto un riflesso istantaneo senza profondità, distruggiamo il significato delle parole e la possibilità stessa delle relazioni». McCann ha invitato a non demonizzare la tecnologia ma ad assumerla come strumento, il cui valore dipende dall’uso che ne facciamo. Cercas ha ricordato come ogni innovazione – dalla scrittura alla stampa – sia stata inizialmente percepita come minaccia, ma poi abbia aperto nuove strade di conoscenza e di cultura.

Memoria, fede e scrittura

Cercas ha raccontato la genesi del suo libro «Il folle di Dio alla fine del mondo», nato dal viaggio con Papa Francesco in Mongolia. Per la prima volta il Vaticano ha permesso a uno scrittore non credente di seguirne da vicino i movimenti, con piena libertà narrativa. «Il compito più grande – ha detto – è stato pulire lo sguardo dai pregiudizi». Questo approccio gli ha permesso di scoprire una Chiesa meno distante e misteriosa di quanto spesso venga percepita dall’esterno, fatta di persone concrete impegnate nella quotidianità.

Il linguaggio della Chiesa

Secondo Cercas, il cristianesimo corre il rischio di apparire con un linguaggio vecchio, poco attraente. Gesù parlava con parole rivoluzionarie e vitali, capaci di cambiare il mondo. La sfida odierna, ha detto, è recuperare un lessico che sappia toccare il cuore e sorprendere. Ruffini ha replicato che il linguaggio non basta: senza coerenza di vita le parole restano vuote.

La sfida degli slogan

Il panel ha denunciato anche il rischio della comunicazione ridotta a slogan. «Nella parola accattivante c’è già il rischio di rendere prigioniero chi ascolta», ha spiegato Ruffini. McCann ha insistito che il compito del giornalismo non è ridursi alla superficie, ma andare nei luoghi reali, incontrare persone, ascoltare voci dimenticate. Solo così la comunicazione può tornare a essere ponte invece che barriera.

Conclusioni

L’incontro si è chiuso con un appello a vivere la comunicazione come comunione. «La comunicazione è la comunione», ha detto McCann, invitando ciascuno a condividere storie anche con chi non conosce. Linda Stroppa ha ricordato che il compito dei comunicatori è «raccontare storie che trasformano la vita, che ricuciono strappi e aprono alla speranza». Il dibattito ha confermato che comunicare non è solo trasmettere informazioni, ma generare relazioni autentiche che danno forma a una società più giusta e solidale.

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