Un popolo all’opera per custodire la speranza

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2025 –L’essenza più autentica delle opere sociali e imprenditoriali nasce sempre da una profonda ispirazione ideale: nel panel «Un popolo all’opera per custodire la speranza. Bene comune e sussidiarietà nel nostro tempo» ampio spazio ha trovato la riflessione sulla radice più autentica delle opere sociali e imprenditoriali che nascono da un’ispirazione ideale. L’incontro, organizzato dai Centri di Solidarietà, ha visto il dialogo tra Francesco Botturi, già professore di Filosofia Morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Carlo Tellarini della Fondazione Enrico Zanotti. Fin dall’introduzione, è emersa con chiarezza la convinzione che ogni impresa nasce da un sogno, ma diventa reale solo quando si costruisce insieme, attraverso un tessuto di relazioni e di condivisione.

CDO e il valore del bene comune

Nell’esperienza della Compagnia delle Opere si coglie un esempio concreto di questa prospettiva. Oggi la rete conta oltre 10.000 imprese, 600 opere sociali e 800 scuole, realtà diverse ma unite da un medesimo obiettivo: costruire il bene comune. Dentro la CDO convivono realtà profit, opere educative e non profit che trovano risposte concrete ai propri bisogni attraverso servizi, convenzioni, formazione ed eventi, ma soprattutto attraverso una rete di persone. «Perché un’impresa è fatta di numeri, ma la crescita è fatta di relazioni», si è ricordato. E questa amicizia operativa diventa un criterio ideale capace di generare opere nuove, frutto di una responsabilità condivisa.

Il bene comune come dono e responsabilità

Carlo Tellarini ha ripreso alcune linee guida maturate negli anni: «All’origine delle nostre opere sta il riconoscimento di un bene comune. Bene comune che non appartiene a nessuno in particolare, ma che è patrimonio condiviso, dono di una paternità», ha detto. Questo bene, ha sottolineato, non si impone ma si incontra, si giudica adeguato a sé e diventa motivo di azione. Ogni opera nasce, infatti, come risposta a bisogni concreti, ma porta in sé un’aspirazione che supera la semplice risposta funzionale, indicando un compimento che riguarda tutta la persona.

«Non a caso questo bene comune si comunica per attrattiva, non per imposizione, e quando lo si riconosce come adeguato a sé, si comprende che è adeguato a tutti», ha detto Tellarini.

«Facendo le opere – ha detto – ci accorgiamo che al fondo dell’ideale che perseguiamo vi è il riconoscimento dell’umanità intera dell’altro. Non possiamo tradire questa dimensione, che ci è stata donata e che ci obbliga a guardare ogni uomo nella sua interezza».

Questo sguardo non è confessionale, ma umano: è la possibilità di riconoscere in ogni volto l’intero dell’umano. «La comunità – ha concluso – è il luogo che ci corregge, che ci abilita a questa coscienza nuova, che ci fa vivere una fraternità e una carità che non hanno confini».

La centralità della comunità cristiana

Il tema del bene comune, nell’esperienza dei Centri di Solidarietà e della Confraternita di opere, si innerva inevitabilmente con la matrice di vita della Chiesa. Da Comunione e Liberazione ai Neocatecumenali, fino ad altre realtà ecclesiali e ordini religiosi: tutte queste forme, pur diverse, condividono la medesima caratteristica: essere comunità.

Ma la comunità non è un’astrazione, bensì una vita concreta fatta di tempo e spazio condivisi, di convivenza, di giudizio comune sulla realtà e di criteri per vivere l’umano. In questo senso, vivere la comunità significa impostare la vita familiare, il lavoro, la partecipazione sociale e persino politica secondo criteri generativi che nascono dall’appartenenza ecclesiale.

Comunità e moralità: un legame indissolubile

Francesco Botturi ha introdotto la sua riflessione richiamando il pensiero di Alasdair MacIntyre, che sottolineava come la comunità sia inseparabile dalla moralità: «La comunità – ha detto – è il luogo in cui la moralità prende forma e significato, rendendo possibile la costruzione di una vita buona e comunicabile». In questo senso, non basta l’idea astratta di valori, ma è necessaria un’appartenenza che generi quotidianamente criteri di giudizio e sostegno per vivere. Botturi ha osservato che parlare oggi di comunità non significa solo riferirsi a un’esperienza particolare, ma affrontare la questione culturale decisiva di come vivere insieme nella società contemporanea: «Il problema dell’individualismo – ha evidenziato – ha prodotto la dissoluzione progressiva della politicità dell’esistenza. L’uomo isolato non basta a sé stesso».

Una tradizione classica e cristiana

Botturi ha ripreso la radice culturale della nozione di comunità, che nella tradizione classica greca e latina coincideva con la polis, la koinonìa, il vivere insieme come dimensione costitutiva dell’umano. Ma la tradizione cristiana ha arricchito questa intuizione, facendone un principio fondativo. «Dire comunità cristianamente parlando – ha detto – è dire come deve essere la vita dell’uomo, quale destino ha, quale compimento lo attende: una comunione reale, concreta, storica e destinata all’eternità». Per questo motivo, il termine comunità non è un concetto accessorio, ma un elemento basilare. Tuttavia, ha osservato, la cultura contemporanea mostra una certa difficoltà a utilizzare questa parola, come se fosse ingombrante. Ciò rivela una riduzione della proposta di fede, che senza comunità rischia di diventare un’astrazione.

La comunità come prima opera dell’uomo

Il professore Botturi ha poi spiegato che la comunità non può essere confusa con una semplice associazione di scopo: «Una comunità non nasce per raggiungere un obiettivo limitato. Non serve a qualcosa di particolare, ma al ben vivere degli uomini. È la prima e fondamentale opera», ha detto.

L’uomo isolato è infatti un soggetto limitato, minacciato nella sua grandezza.

La comunità invece offre l’orizzonte di bene concreto e condiviso, eccedendo gli scopi particolari. Da qui, Botturi ha sviluppato un’analisi etimologica della parola: communitas, da cum e munus. Il munus è un dono, ma anche un compito. «La comunità implica che vi sia un bene ricevuto, affidato, da coltivare e trasmettere. All’origine della convivenza umana sta sempre un gesto di gratuità».
Da questa prospettiva, la comunità non è mai autoreferenziale: «Ogni comunità deve continuamente ripensare la propria storia, giudicarla e riproporla», ha ricordato Botturi insistendo sulla responsabilità condivisa: «Una comunità è viva quando mette tutti all’opera. Non basta che pochi decidano, occorre che ciascuno partecipi, dal più grande al più piccolo, dal più colto al più semplice».

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