Rimini, 21 agosto 2026. Un Agostino profondamente africano e, proprio per questo, universale: un uomo inquieto, alla ricerca della verità, capace ancora oggi di parlare a credenti e non credenti. È il ritratto emerso dall’incontro “Sulle orme di Agostino”, svoltosi oggi alle ore 15.00 nell’Auditorium Intesa Sanpaolo D3 del Meeting di Rimini. Moderati da Alessandro Banfi, giornalista e direttore della comunicazione della Fondazione Oasis, sono intervenuti Catherine Conybeare, docente al Bryn Mawr College e autrice di “Agostino l’Africano”; Joseph L. Farrell, priore generale degli Agostiniani; e il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri. Banfi ha ripercorso le tappe che, negli ultimi decenni, hanno contribuito a riscoprire la dimensione africana del santo di Ippona: dal Meeting del 1999, quando il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika richiamò l’importanza di riscoprire le origini algerine di Agostino, al colloquio internazionale celebrato ad Annaba nel 2001, fino allo storico viaggio di Leone XIV in Algeria. Un percorso che ha mostrato come la figura di Agostino possa diventare un punto di incontro tra cristiani e musulmani e un ponte naturale tra le due sponde del Mediterraneo. Nel contributo video proposto in apertura, il Papa ha indicato i luoghi agostiniani come radice della propria identità spirituale e come occasione per consolidare «il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa, il ponte con il mondo islamico, il ponte con il continente africano». L’accoglienza ricevuta, ha aggiunto, ha mostrato che «è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso».
Vesco: Agostino, un uomo credibile anche per chi non crede
Il cardinale Vesco ha scelto di raccontare Agostino attraverso tre momenti della sua esistenza, tre stagioni nelle quali è possibile riconoscere qualcosa dell’esperienza di ogni uomo. Anzitutto il giovane brillante, ambizioso, desideroso di affermarsi, che vede progressivamente svuotarsi i propri progetti perché abitato da una sete più profonda: quella della verità. «La verità il giovane Agostino finirà per trovarla dentro di sé, mentre prima la cercava altrove. La troverà non in una dottrina, ma in una persona, in una relazione intima con Cristo», ha affermato l’arcivescovo, riconoscendo in quella ricerca qualcosa della propria esperienza quando era un giovane avvocato. C’è poi Agostino pastore, capace di unire la profondità del teologo alla concretezza dell’uomo chiamato ogni giorno a confrontarsi con problemi reali. Le sue riflessioni sulla grazia, sul perdono e sul libero arbitrio, ha osservato Vesco, non nacquero infatti nel chiuso di una riflessione puramente intellettuale, ma come risposta alle necessità della Chiesa e a precise situazioni pastorali. Infine c’è l’Agostino degli ultimi anni: un vecchio vescovo, malato, mentre Ippona era prossima a cadere nelle mani dei Vandali e il mondo nel quale aveva vissuto sembrava crollare davanti ai suoi occhi. Eppure proprio quell’apparente fallimento rende ancora più evidente il paradosso della sua vicenda: quindici secoli dopo, il suo pensiero continua a nutrire generazioni di uomini e donne. La permanenza della sua memoria nella terra musulmana d’Algeria dice qualcosa della sua straordinaria universalità: Agostino appartiene alla storia cristiana, ma la sua figura riesce ad andare oltre i confini di una singola appartenenza. «Non dobbiamo dimenticare che non siamo i proprietari esclusivi di Agostino e del suo pensiero», ha sottolineato Vesco, ricordando gli studiosi musulmani che si sono confrontati con la sua opera. Da qui una provocazione che riguarda direttamente il modo di essere cristiani oggi: vivere autenticamente la propria fede, essere radicati nella propria tradizione senza trasformarla in una barriera, ed essere allo stesso tempo riconosciuti come persone affidabili da chi quella fede non la condivide. Essere, insomma, pienamente cittadini della città degli uomini senza dimenticare di appartenere alla città di Dio.
Conybeare: essere inquieti significa continuare a cercare
Catherine Conybeare ha riportato l’inquietudine di Agostino alla concretezza della sua storia personale e, soprattutto, della sua origine africana. Nato a Tagaste nel 354, durante una fase di prosperità dell’Africa romana, Agostino morì settantasei anni dopo in un mondo completamente diverso, nel monastero di Ippona assediata dai Vandali. Continuò fino alla fine a scrivere e dettare, mentre intorno a lui sembrava crollare non soltanto l’opera di una vita, ma un’intera civiltà, cercando in Dio quel riposo evocato nelle Confessioni. Per Conybeare, Agostino non smise mai davvero di essere un ricercatore, nemmeno dopo aver incontrato Cristo. Al cuore della sua teologia rimase infatti la capacità di dire “nescio”, non so, perché Dio non può mai essere interamente racchiuso nella comprensione dell’uomo. La conversione, dunque, non elimina la domanda: le dà piuttosto una direzione. La ricerca non termina con un approdo definitivo, ma accompagna una vita che trova il proprio compimento soltanto in Dio. La celebre confessione «Divenni per me stesso una grande domanda» racchiude questa inquietudine, ma anche la particolare condizione di un uomo che si trovò continuamente a interrogarsi sulla propria identità. Educato ai racconti che presentavano Roma come centro del mondo, Agostino aveva vissuto invece una geografia nella quale il vero centro della propria esperienza era Cartagine. A Roma si sentì straniero e fu deriso per il suo accento africano; tornato nella terra natale, scoprì però di non sentirsi più completamente a casa nemmeno lì. Da questa esperienza personale nasce anche una domanda politica e culturale: che cosa significa davvero essere al centro? E soprattutto, che cosa significa avere una patria, avere una casa? Nella “Città di Dio”, Agostino rilesse criticamente la storia imperiale guardandola dalla sponda africana del Mediterraneo e inserendola in una storia più grande, guidata dalla Provvidenza. La città di Dio diventa così la vera patria verso cui tende l’uomo, una dimora nella quale ciascuno possa finalmente sentirsi pienamente a casa.
Una parola ai giovani: non avere paura di diventare una domanda
Intervenendo anche come madre, Conybeare ha portato la riflessione direttamente dentro l’incertezza vissuta dalle nuove generazioni. La difficoltà di immaginare il proprio futuro e di credere realmente che esista un posto nel mondo nel quale costruire la propria vita riguarda i giovani dei paesi stabili e, in maniera ancora più drammatica, quanti non possiedono neppure un luogo sicuro o una casa. Richiamando le immagini dei ragazzi pronti a rischiare la vita in mare e la storia di IbrahimaBalde narrata in “Fratellino”, la docente ha invitato a guardare oltre la categoria astratta del migrante, riconoscendo in ciascuno un’identità, degli affetti, una famiglia e una storia che non può essere ridotta a un numero. Che cosa può dire Agostino a questi giovani? Innanzitutto che l’inquietudine non è necessariamente qualcosa da cui fuggire. Cercare, lottare e diventare una domanda per se stessi «non è un errore o un fallimento». Anche Agostino dovette partire, viaggiare, sbagliare e cercare a lungo il proprio posto nel mondo: nato in una piccola provincia nordafricana, diventò uno dei pensatori più influenti del cristianesimo. Nelle Confessioni la domanda su di sé cessa però di essere soltanto inquietudine e diventa preghiera: «Tu, Signore Dio mio, ascolta, guarda, vedi, abbi pietà e guariscimi, perché sono diventato una domanda ai miei stessi occhi». La sofferenza della ricerca non scompare, ma cambia quando l’uomo scopre che quella domanda è rivolta a qualcuno che ascolta. La vera casa, ha spiegato Conybeare, non coincide allora soltanto con un territorio. È anche una realtà spirituale e relazionale, aperta a chi ripone la propria speranza in Dio e che può cominciare a essere costruita già nel presente attraverso la comunità. La preghiera di Agostino — «ti prendi cura di ciascuno di noi come se fosse l’unica persona di cui ti curi, e ti occupi di tutti come di ciascuno singolarmente» — mostra un Dio che non ama l’umanità come una massa indistinta, ma raggiunge ogni uomo nella sua irripetibile singolarità. Banfi ha raccolto questa prospettiva ricordando che la felicità consiste nel sentirsi amati e che l’uomo comprende davvero chi è soltanto quando fa esperienza di essere amato.
Farrell: dalla ricerca personale alla vita comune
Il priore generale Joseph L. Farrell ha mostrato come l’inquietudine e la ricerca di Agostino non siano rimaste soltanto un’esperienza interiore, ma abbiano generato una concreta forma di vita comunitaria. Dopo la conversione a Milano nel 386, Agostino tornò in Nord Africa e riunì amici e familiari in una vita comune dedicata alla contemplazione, alla preghiera e alla condivisione fraterna, secondo il modello della prima comunità di Gerusalemme: «La comunità dei credenti era un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava suo ciò che possedeva, ma tutto era in comune tra loro». Quel cammino, vissuto prima da laico a Tagaste e poi da sacerdote e vescovo a Ippona, trovò espressione nella Regola composta intorno all’anno 400. Poche pagine, otto capitoli, ma un principio destinato ad attraversare i secoli: vivere «non come schiavi sotto la legge, ma come persone libere sotto l’azione della grazia». L’Ordine di Sant’Agostino nacque formalmente molti secoli dopo: nel 1243 Innocenzo IV invitò diverse comunità eremitiche della Toscana a riunirsi sotto la Regola agostiniana; il capitolo fondativo del 1244 e la “Grande Unione” sancita da Alessandro IV nel 1256 consolidarono un’unica famiglia religiosa. La sua identità, ha spiegato Farrell, poggia su due pilastri: da una parte l’interiorità agostiniana, la ricerca di Dio e la fraternità; dall’altra la dimensione mendicante, che spinge quella stessa comunità a uscire nel mondo. Oggi questa esperienza è presente in cinquanta paesi, con oltre 2.400 frati e 770 monache di vita contemplativa. Una storia nata sedici secoli fa sulle coste dell’Africa settentrionale continua così a vivere in comunità sparse in tutto il mondo, chiamando ogni persona a vivere con autenticità la propria vocazione.
Lo stupore della grazia e il compito di abitare il proprio tempo
Concludendo l’incontro, Banfi ha richiamato l’insegnamento di don Giacomo Tantardini, decisivo per molti nell’accostarsi ad Agostino: il cristianesimo, prima ancora di essere un sistema di idee o di regole, è un avvenimento di grazia che l’uomo riconosce attraverso lo stupore. La parola “confessio”, centrale nel pensiero agostiniano, indica il parlare con qualcuno e presuppone che dall’altra parte ci sia una presenza reale. Il riconoscimento che nasce dallo stupore non può essere programmato, posseduto o imposto: accade e, proprio perché non nasce dalla forza, è disarmato e liberante. È una bellezza che disarma e rende liberi sotto l’azione della grazia. Nelle diverse prospettive dei relatori, Agostino è apparso così lontanissimo dall’immagine di un Padre della Chiesa immobile dentro i libri di storia. È invece un uomo sorprendentemente contemporaneo: africano e universale, intellettuale e pastore, inquieto e costruttore di comunità, un uomo che ha cercato per tutta la vita senza avere paura delle proprie domande e che proprio dentro quella ricerca ha incontrato Cristo. Il suo percorso invita a non contrapporre ciò che troppo spesso il nostro tempo tende a separare: la ricerca della verità e la relazione con l’altro, l’identità e l’apertura, l’interiorità e la responsabilità per il mondo. L’ammonimento ricordato nel finale — «Non adagiatevi a criticare i tempi. I tempi siamo noi» — sposta allora lo sguardo dalla lamentela alla responsabilità personale. La storia non è qualcosa che semplicemente accade davanti a noi: siamo anche noi, con le nostre scelte, a darle forma. Camminare sulle orme di Agostino significa allora non avere paura dell’inquietudine e delle domande che abitano il cuore dell’uomo, riconoscere una grazia che precede ogni iniziativa e costruire legami nei quali uomini e donne, pur diversi per fede, lingua e provenienza, possano incontrarsi come fratelli. È forse proprio qui che si trova l’attualità più profonda di Agostino: un uomo nato sedici secoli fa nell’Africa romana che continua a ricordare all’uomo contemporaneo che la ricerca della verità non lo chiude in se stesso, ma lo conduce verso Dio e verso l’altro. Dall’antica Ippona, quella domanda continua ancora oggi ad attraversare il Mediterraneo e a parlare al mondo.







