Sud Sudan: tra conflitti cronici e desiderio di vita

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2025 – Il Meeting di Rimini ha ospitato un confronto dal titolo “Sud Sudan: tra conflitti cronici e desiderio di vita”, promosso da AVSI, SPSE–CEI e Cooperazione Italiana. L’incontro, moderato da Maria Laura Conte, direttrice Comunicazione e Advocacy di AVSI, ha visto la partecipazione di S.E. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, Gino Barsella, già rappresentante Paese AVSI in Sud Sudan, e Piero Petrucco, amministratore delegato di I.CO.P. Spa e vicepresidente della Federazione Europea delle costruzioni (FIEC). Il dibattito ha cercato di restituire uno sguardo autentico sul Paese più giovane del mondo, ancora oggi segnato da guerre civili, crisi umanitarie e fragili equilibri politici, ma caratterizzato da un popolo che continua a cercare la vita e a coltivare la speranza.

Sud Sudan tra ferite e speranza

Maria Laura Conte ha aperto l’incontro affermando che il destino del Sud Sudan non è lontano dal nostro: «Il desiderio è lo stesso, quello che dice bene lo slogan di questo padiglione “nessuna crisi è lontana”, ovvero i destini delle persone che vivono in questi paesi che ci sembrano lontani sono strettamente connessi al nostro destino personale». Il Paese, indipendente dal 2011, vive una condizione drammatica: secondo i dati delle Nazioni Unite, 12 milioni di abitanti, 4 milioni dei quali sfollati, 9,3 milioni bisognosi di assistenza umanitaria, 7,7 milioni in grave insicurezza alimentare e oltre 80 mila persone a rischio carestia. A ciò si aggiunge la guerra in Sudan, che ha provocato l’arrivo di 1,2 milioni di rifugiati in Sud Sudan.

La voce della Chiesa: solidarietà e coraggio

Mons. Christian Carlassare, missionario comboniano e oggi vescovo di Bentiu, ha raccontato la sua esperienza di vent’anni in Sud Sudan: «Sono arrivato lì da giovane prete, appena ordinato, in un momento di grandi speranze per l’accordo di pace raggiunto e per la gioia dell’indipendenza. Ho visto un popolo che, nonostante la sofferenza, la povertà e il trauma della violenza, ha sempre saputo credere nella possibilità di vita». Il vescovo ha ricordato il valore della solidarietà come unica condizione di sopravvivenza: «In situazioni di grande povertà non si può vivere a meno che ci sia solidarietà ed è questo che tiene in piedi il popolo del Sud Sudan». Nonostante il violento attacco subito alcuni anni fa, che lo aveva ferito gravemente, Carlassare ha scelto di restare: «Sono tornato perché i sudsudanesi mi hanno dato coraggio. Come Chiesa dobbiamo testimoniare la speranza e far sì che il futuro sia diverso dal passato».

Educazione come pilastro di sviluppo

La Chiesa locale ha posto tra i suoi pilastri l’evangelizzazione, l’istruzione, la giustizia e lo sviluppo umano integrale. Mons. Carlassare ha insistito sul ruolo dell’educazione: «L’istruzione apre la capacità dei giovani di comprendere il Vangelo, di giudicare quanto sta accadendo e di cambiare le sorti del Paese». Con la collaborazione di AVSI e di realtà italiane come la CEI e l’Ottopermille, sono stati avviati progetti di scuole tecniche, corsi di formazione professionale e programmi di sostegno all’infanzia, anche in contesti segnati da sfollamenti e inondazioni.

Il contributo del World Food Programme

Valerie Guarnieri, Assistant Executive Director del World Food Programme, ha testimoniato la gravità della crisi alimentare: «Il Sud Sudan sta attraversando un periodo difficilissimo. C’è un serio rischio di carestia in due aree particolarmente vulnerabili. Temo che nei prossimi mesi questa possibilità venga confermata». L’agenzia ONU sostiene 4,3 milioni di persone ogni mese, con distribuzione di cibo, trasferimenti in denaro e programmi di sostegno nutrizionale. Tuttavia, le difficoltà logistiche sono enormi: «Consegnare aiuti in Sud Sudan è molto complesso: la maggior parte delle strade diventa impraticabile durante la stagione delle piogge e spesso dobbiamo ricorrere ai ponti aerei, dieci volte più costosi».

Il racconto di AVSI: dall’emergenza alla sostenibilità

Gino Barsella, con un’esperienza più che trentennale in Sudan e Sud Sudan, ha ricordato l’importanza della scuola come strumento di pace, perché «senza educazione non si costruisce la pace e non si sviluppa il Paese», per questo, «la Chiesa in Sudan, nord e sud, ha sempre investito tantissimo nell’istruzione». AVSI opera nel Paese dal 2006, accompagnando i rifugiati di ritorno dall’Uganda e sviluppando progetti nell’Equatoria Centrale e nello Stato dei Laghi. Barsella ha sottolineato la necessità di superare la logica dell’assistenzialismo perché «dopo sessant’anni di aiuti umanitari, la popolazione era abituata a ricevere tutto. Invece, oggi è fondamentale educare all’autosufficienza. Prima davamo la canna da pesca, oggi insegniamo a pescare». Un esempio concreto arriva dal progetto di mediazione tra pastori e contadini, che ha trasformato potenziali conflitti in occasioni di collaborazione: «all’inizio i giovani si presentavano con il mitra sulle spalle. Poi hanno imparato a coltivare campi agricoli, comprendendo i problemi degli agricoltori. Questo ha avviato un dialogo di riconciliazione che ha portato maggiore sicurezza».

La testimonianza delle imprese: costruire ponti e scuole

Piero Petrucco ha raccontato la nascita di Sudin, associazione creata dopo la costruzione di un ponte commissionato da Mons. Cesare Mazzolari, dal quale è poi nata la costruzione di una scuola tecnica a Rumbek, oggi ampliata con corsi professionali e un progetto agricolo collegato. «Il nostro sogno è fare della scuola un incubatore sociale, dove formazione e impresa possano camminare insieme», ha spiegato Petrucco. L’esperienza delle imprese italiane in Sud Sudan dimostra che la cooperazione non è solo solidarietà, ma anche competenza tecnica, visione imprenditoriale e investimento nel capitale umano.

Da tante gocce nasce un fiume: la sfida culturale della cooperazione

I relatori hanno, infine, affrontato le obiezioni spesso rivolte alla cooperazione: «Sono 60 anni che investiamo in Africa, ma i problemi restano» – ha ricordato Conte. Mons. Carlassare ha risposto con chiarezza: «Ogni goccia conta. Da tante gocce nasce un fiume. Non si tratta solo di risorse materiali, ma di impegnarsi e condividere. La cooperazione ha senso se porta sviluppo, se forma persone capaci di camminare da sole». Valerie Guarnieri ha sottolineato il valore della professionalità e della trasparenza perché «la resilienza la costruiscono le persone, noi possiamo solo accompagnarle».

La speranza e la resilienza di un popolo

L’incontro si è concluso con un appello a guardare al Sud Sudan non come a una crisi lontana, ma come a una strada di resilienza e speranza. La parola chiave, come ha ricordato Petrucco, è “umiltà”: restare attaccati alla terra, all’humus, e lavorare con realismo. Il Sud Sudan resta una terra ferita, ma anche un popolo vivo che non smette di desiderare la vita.

Rimini, 23 agosto 2025 – Il Meeting di Rimini ha ospitato un confronto dal titolo “Sud Sudan: tra conflitti cronici e desiderio di vita”, promosso da AVSI, SPSE–CEI e Cooperazione Italiana. L’incontro, moderato da Maria Laura Conte, direttrice Comunicazione e Advocacy di AVSI, ha visto la partecipazione di S.E. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, Gino Barsella, già rappresentante Paese AVSI in Sud Sudan, e Piero Petrucco, amministratore delegato di I.CO.P. Spa e vicepresidente della Federazione Europea delle costruzioni (FIEC). Il dibattito ha cercato di restituire uno sguardo autentico sul Paese più giovane del mondo, ancora oggi segnato da guerre civili, crisi umanitarie e fragili equilibri politici, ma caratterizzato da un popolo che continua a cercare la vita e a coltivare la speranza.

Sud Sudan tra ferite e speranza

Maria Laura Conte ha aperto l’incontro affermando che il destino del Sud Sudan non è lontano dal nostro: «Il desiderio è lo stesso, quello che dice bene lo slogan di questo padiglione “nessuna crisi è lontana”, ovvero i destini delle persone che vivono in questi paesi che ci sembrano lontani sono strettamente connessi al nostro destino personale». Il Paese, indipendente dal 2011, vive una condizione drammatica: secondo i dati delle Nazioni Unite, 12 milioni di abitanti, 4 milioni dei quali sfollati, 9,3 milioni bisognosi di assistenza umanitaria, 7,7 milioni in grave insicurezza alimentare e oltre 80 mila persone a rischio carestia. A ciò si aggiunge la guerra in Sudan, che ha provocato l’arrivo di 1,2 milioni di rifugiati in Sud Sudan.

La voce della Chiesa: solidarietà e coraggio

Mons. Christian Carlassare, missionario comboniano e oggi vescovo di Bentiu, ha raccontato la sua esperienza di vent’anni in Sud Sudan: «Sono arrivato lì da giovane prete, appena ordinato, in un momento di grandi speranze per l’accordo di pace raggiunto e per la gioia dell’indipendenza. Ho visto un popolo che, nonostante la sofferenza, la povertà e il trauma della violenza, ha sempre saputo credere nella possibilità di vita». Il vescovo ha ricordato il valore della solidarietà come unica condizione di sopravvivenza: «In situazioni di grande povertà non si può vivere a meno che ci sia solidarietà ed è questo che tiene in piedi il popolo del Sud Sudan». Nonostante il violento attacco subito alcuni anni fa, che lo aveva ferito gravemente, Carlassare ha scelto di restare: «Sono tornato perché i sudsudanesi mi hanno dato coraggio. Come Chiesa dobbiamo testimoniare la speranza e far sì che il futuro sia diverso dal passato».

Educazione come pilastro di sviluppo

La Chiesa locale ha posto tra i suoi pilastri l’evangelizzazione, l’istruzione, la giustizia e lo sviluppo umano integrale. Mons. Carlassare ha insistito sul ruolo dell’educazione: «L’istruzione apre la capacità dei giovani di comprendere il Vangelo, di giudicare quanto sta accadendo e di cambiare le sorti del Paese». Con la collaborazione di AVSI e di realtà italiane come la CEI e l’Ottopermille, sono stati avviati progetti di scuole tecniche, corsi di formazione professionale e programmi di sostegno all’infanzia, anche in contesti segnati da sfollamenti e inondazioni.

Il contributo del World Food Programme

Valerie Guarnieri, Assistant Executive Director del World Food Programme, ha testimoniato la gravità della crisi alimentare: «Il Sud Sudan sta attraversando un periodo difficilissimo. C’è un serio rischio di carestia in due aree particolarmente vulnerabili. Temo che nei prossimi mesi questa possibilità venga confermata». L’agenzia ONU sostiene 4,3 milioni di persone ogni mese, con distribuzione di cibo, trasferimenti in denaro e programmi di sostegno nutrizionale. Tuttavia, le difficoltà logistiche sono enormi: «Consegnare aiuti in Sud Sudan è molto complesso: la maggior parte delle strade diventa impraticabile durante la stagione delle piogge e spesso dobbiamo ricorrere ai ponti aerei, dieci volte più costosi».

Il racconto di AVSI: dall’emergenza alla sostenibilità

Gino Barsella, con un’esperienza più che trentennale in Sudan e Sud Sudan, ha ricordato l’importanza della scuola come strumento di pace, perché «senza educazione non si costruisce la pace e non si sviluppa il Paese», per questo, «la Chiesa in Sudan, nord e sud, ha sempre investito tantissimo nell’istruzione». AVSI opera nel Paese dal 2006, accompagnando i rifugiati di ritorno dall’Uganda e sviluppando progetti nell’Equatoria Centrale e nello Stato dei Laghi. Barsella ha sottolineato la necessità di superare la logica dell’assistenzialismo perché «dopo sessant’anni di aiuti umanitari, la popolazione era abituata a ricevere tutto. Invece, oggi è fondamentale educare all’autosufficienza. Prima davamo la canna da pesca, oggi insegniamo a pescare». Un esempio concreto arriva dal progetto di mediazione tra pastori e contadini, che ha trasformato potenziali conflitti in occasioni di collaborazione: «all’inizio i giovani si presentavano con il mitra sulle spalle. Poi hanno imparato a coltivare campi agricoli, comprendendo i problemi degli agricoltori. Questo ha avviato un dialogo di riconciliazione che ha portato maggiore sicurezza».

La testimonianza delle imprese: costruire ponti e scuole

Piero Petrucco ha raccontato la nascita di Sudin, associazione creata dopo la costruzione di un ponte commissionato da Mons. Cesare Mazzolari, dal quale è poi nata la costruzione di una scuola tecnica a Rumbek, oggi ampliata con corsi professionali e un progetto agricolo collegato. «Il nostro sogno è fare della scuola un incubatore sociale, dove formazione e impresa possano camminare insieme», ha spiegato Petrucco. L’esperienza delle imprese italiane in Sud Sudan dimostra che la cooperazione non è solo solidarietà, ma anche competenza tecnica, visione imprenditoriale e investimento nel capitale umano.

Da tante gocce nasce un fiume: la sfida culturale della cooperazione

I relatori hanno, infine, affrontato le obiezioni spesso rivolte alla cooperazione: «Sono 60 anni che investiamo in Africa, ma i problemi restano» – ha ricordato Conte. Mons. Carlassare ha risposto con chiarezza: «Ogni goccia conta. Da tante gocce nasce un fiume. Non si tratta solo di risorse materiali, ma di impegnarsi e condividere. La cooperazione ha senso se porta sviluppo, se forma persone capaci di camminare da sole». Valerie Guarnieri ha sottolineato il valore della professionalità e della trasparenza perché «la resilienza la costruiscono le persone, noi possiamo solo accompagnarle».

La speranza e la resilienza di un popolo

L’incontro si è concluso con un appello a guardare al Sud Sudan non come a una crisi lontana, ma come a una strada di resilienza e speranza. La parola chiave, come ha ricordato Petrucco, è “umiltà”: restare attaccati alla terra, all’humus, e lavorare con realismo. Il Sud Sudan resta una terra ferita, ma anche un popolo vivo che non smette di desiderare la vita.

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