Stregati da “Adolescence”

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2025 – Nell’ambito del Meeting di Rimini si è svolto l’incontro “Stregati da Adolescence”, organizzato dall’Arena Tracce in collaborazione con la rivista Tracce. A introdurre i lavori è stata Valentina Frigerio, responsabile del sito e dei canali digitali di Comunione e Liberazione, che ha spiegato il senso di questo spazio: «L’Arena Tracce è un luogo in cui si dialoga e si incontrano persone di cui durante l’anno abbiamo raccontato le storie, ma anche un’occasione per approfondire tematiche che ci stanno a cuore, come quella dell’adolescenza». Proprio da qui è nata la scelta di prendere spunto dalla serie televisiva di Netflix Adolescence, che ha suscitato un ampio dibattito mediatico, per avviare una riflessione sul disagio giovanile e sul ruolo degli adulti. Relatori dell’incontro sono stati Lorenzo Bassani, neuropsichiatra infantile presso l’ospedale Tappiner di Merano, e Domenico Fabio Tallarico, insegnante e rettore delle Scuole Sacro Cuore di Cesena.

Il successo della serie e le sue provocazioni

A spiegare l’impatto della serie è stato Domenico Tallarico, che l’ha vista su consiglio della famiglia: «La prima impressione che ho avuto è stata: la realtà è molto peggio. E allora mi sono chiesto perché avesse avuto così tanto successo. La risposta è che è fatta molto bene, ma soprattutto perché smaschera il mondo degli adulti». Secondo l’insegnante, la serie mette in luce la fragilità e l’ipocrisia del mondo adulto: «Viviamo in una società profondamente incoerente. Pornografia, alcol, gioco d’azzardo, social e droga vengono disciplinati per legge, ma noi adulti sappiamo che quelle regole non sono rispettate. E i ragazzi lo vedono». Tallarico ha ricordato episodi concreti di cronaca, come l’aggressione con un machete a Cesena da parte di adolescenti, per sottolineare che «la realtà scolastica e sociale è spesso più dura della fiction».

Gli adulti allo specchio

Anche Bassani ha insistito sul ruolo degli adulti: «La serie non parla solo degli adolescenti, ma soprattutto degli adulti. Ne smaschera il vuoto, la solitudine, la mancanza di senso». Per lo psichiatra, il successo della serie tra gli adulti deriva dal fatto che essi vi ritrovano una rappresentazione fedele della propria fragilità. Ha ricordato un episodio personale, raccontando la reazione di alcuni giovani dopo un suo tentativo di discutere con loro di testi musicali contemporanei: «Uno mi ha corretto dicendo: “Questi sentono due canzoni e pensano di aver capito tutto”. È stata una grande lezione: non si possono incasellare i ragazzi. Quello che serve è un adulto curioso, disposto a incontrarli dove sono, non a giudicarli».

Adolescenti in sofferenza: il grido del sintomo

Il tema centrale emerso dal dibattito riguarda le condizioni di vita dei giovani. Tallarico ha parlato senza reticenze: «In questi anni ho avuto a che fare con suicidi, autolesionismo, sesso precoce, violenze. A volte ho dovuto spiegare ai miei alunni perché non fosse giusto girare con un coltello». Bassani ha fornito dati preoccupanti: «In dieci anni, al pronto soccorso del nostro ospedale, gli accessi per disturbi psichiatrici in età evolutiva sono raddoppiati: tentati suicidi, anoressie, autolesionismo, depressioni. Il sintomo, però, non è solo disperazione: è anche una domanda di aiuto. Finché c’è sintomo, c’è speranza. Dietro c’è qualcuno che chiede di essere visto».

Il ruolo dello sguardo: essere guardati davvero

Tallarico ha insistito su un concetto chiave: «Gli adolescenti non sono guardati. Spesso sono guardati per i progetti che i genitori hanno su di loro, ma non per ciò che sono. Una mia alunna mi disse: mi piacerebbe tornare a casa e dire ai miei genitori che voglio fare la parrucchiera, ma non posso perché loro hanno già deciso per me». Lo stesso tema emerge nella serie: «Jamie cerca lo sguardo del padre sugli spalti di una partita di calcio, ma non lo trova. Gli adolescenti hanno bisogno di uno sguardo libero, non interessato». Bassani ha confermato: «Il sintomo è il segnale di questa richiesta di relazione. Non serve giudicare, serve qualcuno disposto a incontrarli davvero».

Social network: colpevoli o strumenti?

Un punto cruciale del dibattito ha riguardato il ruolo dei social. «Non possiamo ridurre tutto a dire che è colpa dei social – ha dichiarato Bassani –. Il tema è più complesso. Queste piattaforme hanno spezzato l’esperienza comune: non c’è più un ‘bim bum bam’ che tutti condividono. Ognuno ha un mondo personalizzato dagli algoritmi». Tallarico, pur riconoscendo la complessità, ha aggiunto: «Da quando c’è il cellulare, il tempo che i ragazzi passano insieme fisicamente è crollato. Molti usano il telefono per 11-12 ore al giorno. È un dato devastante». Tuttavia ha anche sottolineato che i social possono essere usati come strumenti educativi: «Io uso Instagram per restare in contatto con i miei studenti. Non demonizzo, ma la responsabilità è degli adulti».

Adolescenza come ricerca di sé

Il dialogo si è spostato poi sul tema della costruzione dell’identità. Tallarico ha portato l’esempio di studenti che gli hanno confidato difficoltà legate all’orientamento sessuale o di genere: «La cosa peggiore che possiamo fare è attaccare etichette. Bisogna abbracciare i ragazzi per aiutarli a comprendere ciò che vivono. Non sono la loro etichetta: sono molto di più». Bassani ha aggiunto: «Gli adolescenti devono essere accolti, rispettati, educati, sfidati e amati. Ma per farlo serve che anche gli adulti conoscano se stessi e sappiano affrontare i propri limiti. I ragazzi risentono della fragilità del mondo adulto».

Quali mattoni nuovi per ricostruire?

Il dibattito si è chiuso con uno sguardo al futuro, richiamando il titolo del Meeting. «I mattoni nuovi siamo noi adulti – ha affermato Bassani –. Senza legami, senza calce, i mattoni restano sparsi. Serve che ciascuno si leghi, perda qualcosa di sé per costruire. Non c’è altra via». Tallarico ha indicato due strumenti concreti: «La curiosità verso i ragazzi e le opere di misericordia spirituale: insegnare, consolare, perdonare, sopportare, pregare. Non c’è definizione migliore di educazione».

Un invito a guardare e ad amare

Frigerio ha concluso con una sintesi: «Abbiamo bisogno di adulti curiosi, disposti a guardare i ragazzi e ad abbracciarli senza imporre progetti. Servono legami veri, comunità, testimonianze. Solo così si può ricostruire nei deserti di senso che oggi vivono i giovani». L’incontro si è chiuso con l’invito a proseguire la riflessione sulle pagine di Tracce e nei canali digitali di CL, continuando a raccontare storie che mostrano come sia possibile vivere e costruire con mattoni nuovi.

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