Spirto gentil: Mozart. Messa per l’Incoronazione

Press Meeting

È dedicato alla “Messa per l’Incoronazione” di Wolfgang Amadeus Mozart l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri “Spirto Gentil”. Un aiuto ad approfondire il tema del Meeting, anche dal punto di vista della musica. L’affondo di oggi, a cura del compositore Pier Paolo Bellini, è dedicato all’ultima parte del titolo: ‘Il destino non ha lasciato solo l’uomo’. La Messa per l’incoronazione ci racconta di questa opportunità: l’intervento del destino nella storia. Una sorta di opera di “catechismo per chi è povero di cuore”, di un genio non solo per tecnica ma soprattutto per coscienza. Mozart ci dice cose straordinarie in modo molto semplice.
Nel suo viaggio tra i cinque brani dell’opera, Pier Paolo Bellini si serve di un video eccezionale: la Messa dell’Incoronazione a San Pietro, celebrata da Giovanni Paolo II il 29 giugno 1985. A dirigere è Herbert Von Karajan ed è la prima volta che una Messa di Mozart diviene parte integrante di una celebrazione liturgica nella chiesa più famosa della cristianità.
Bellini parte da una frase di don Giussani: “La verità del Signore, il suo disegno sul mondo prevale per l’eternità. Ed è pace”. I brani sono un viaggio verso questa pace, a partire dalla mendicanza: il Kyrie. Mozart esprime in due modi questa domanda: prima è un grido del coro, poi, quando entra la parola ‘Christe’ diventa una mendicanza più familiare, “quasi inspiegabile, di fronte all’Onnipotente”. Il giudice diventa un padre.
Il Gloria esprime invece una grandiosità, lo sottolineano gli ampi e decisi gesti di Von Karajan. Fino alla triplice supplica: “tu che togli i peccati del mondo…”. Dio giudica, ma il giudizio può essere piegato da una richiesta dell’uomo.
Passiamo al capolavoro: il Credo. “Non ci sarebbe neppure bisogno di conoscerne le parole per capire di cosa si parla: basterebbe la musica”. Ciò che si esprime sono i fondamenti della fede, per Mozart indiscutibili: il dogma, e tutto il coro li ripete in totale armonia. Fino al colpo di scena, quasi una parentesi: quel dogma indiscutibile ‘descendit’, decide di entrare nella storia. E fiorisce. I gesti di Von Karajan sottolineano questa discesa sulla terra, come una frenata brusca. “Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine”. “Mozart sembra disegnare il profilo della Vergine”. Di nuovo un cambio di ritmo, con la violenza della crocifissione: “sentiamo quasi la morte e l’abisso del suo respiro”. Sembra finire tutto qui, invece ecco l’esplosione del “Resurrexit”: dopo la morte, la resurrezione: “una festa”.
Nel Sanctus la musica esprime l’idea della pienezza e di Dio che diventa uomo e cammina in mezzo a noi.
Ma l’apice Mozart lo raggiunge forse nel brano conclusivo: l’Agnus Dei. Von Karajan colpì particolarmente don Giussani nel suo modo di dirigere: “sembrava che pregasse” e nel suo rapporto con il soprano per l’unità che esprimevano, guardandosi uno con l’altra. È un canto d’amore come potrebbe essere quello di una mamma per un figlio o di una moglie per il proprio uomo. Talmente carnale da permettersi di alzare la voce, la terza volta che pone la domanda a Dio. E qui entra in scena il tenore, e poi il contralto, fino a tutto il coro: il canto d’amore diviene una festa per tutti: un’esperienza condivisa da tutto l’universo, come gli incontri che faceva Gesù.
“Voi non sentite quello che vuol dire ‘Agnus Dei qui tollis peccata mundi dona nobis pacem’. Ma quando si è assistito con cuore trepidante ai sacri uffici, senza sapere esattamente cosa si volesse; quando ci si è allontanati poi più leggeri, come interiormente sollevati… allora è diverso”. Firmato Wolfgang Amadeus.

(Al.C.)

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