Rimini, 26 agosto 2025 – La serata del Meeting di Rimini ha portato in scena un tema che tocca il cuore delle famiglie, delle istituzioni e della società: l’educazione dei giovani, con tutte le sue sfide, le sue ferite e le sue promesse. L’incontro, intitolato “Sì sì, no no. Il rischio dell’educazione”, ha visto la partecipazione di Domenico Airoma, procuratore della Repubblica di Avellino e vicepresidente del Centro Studi Livatino; di Giancarlo Cesana, professore di Igiene Generale e Applicata all’Università di Milano-Bicocca; e di don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, noto per il suo impegno civile e pastorale nella Terra dei fuochi. Ha moderato il direttore di Tempi, Emanuele Boffi. Il titolo riprende le parole evangeliche riportate da Matteo: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno». Una formula che diventa metodo educativo e cifra di un compito drammatico ma ineludibile: dire la verità, assumersi il rischio di proporre un giudizio, senza sottrarsi alla fatica della testimonianza.
Airoma: i giovani e la violenza senza causa
Il procuratore Domenico Airoma ha aperto il dibattito con la prospettiva della giustizia penale. «Oggi – ha detto – vedo sempre più spesso giovani che delinquono senza una motivazione. Non c’è un tornaconto, non c’è un interesse: c’è la violenza fine a se stessa». Airoma ha sottolineato come molti ragazzi siano «più figli del loro tempo che dei loro genitori»: un tempo imbevuto di relativismo, dove il confine tra bene e male è cancellato. «Eppure il male esiste e io lo vedo ogni giorno – ha affermato –. Ma se nessuno parla più di bene e male, i giovani finiscono per cadere nel male senza rendersene conto». Il magistrato ha raccontato episodi concreti, come il percorso di un giovane camorrista proveniente da una famiglia agiata, entrato nel clan «non per marginalità sociale ma per cercare senso, per sentirsi qualcuno». Ha ricordato anche un criminale responsabile di trenta omicidi che in carcere ha deciso di confessare al magistrato ulteriori delitti «per pagare fino in fondo il proprio debito». La ragione? «Perché mi ha sempre trattato non da criminale, ma da uomo». Airoma ha così sintetizzato: «Non c’è rieducazione senza fiducia. La libertà è il terreno della responsabilità: possiamo solo favorire un percorso di scoperta personale, creando rapporti umani autentici. Nessun programma può sostituire la libertà».
Don Patriciello: la fatica e l’urgenza dell’educazione
Don Maurizio Patriciello ha portato la sua esperienza nella periferia di Napoli, tra Caivano e il Parco Verde, luogo segnato da degrado, spaccio e violenza. «Ogni giorno – ha detto – vedo genitori che si chiedono dove hanno sbagliato. Molti non hanno sbagliato in nulla: semplicemente, oggi metà dell’educazione è stata sottratta dalla tecnologia, da quel cellulare che è entrato nelle mani dei bambini prima ancora che noi adulti ne capissimo la portata». Parlando di un caso terribile nella sua parrocchia – due bambine abusate da coetanei e i video delle violenze diffusi sui telefoni – ha denunciato: «Il problema non è stato colto: non c’era un pedofilo adulto, c’erano bambini carnefici e vittime. E questi comportamenti li hanno appresi dai cellulari, da internet, dal bombardamento continuo di immagini». Da qui l’appello: «Abbiamo rapinato i bambini dei loro batticuori, del tempo dell’innocenza. Li abbiamo scaraventati in un mondo feroce». Don Patriciello ha insistito sul “prima”: «La procura arriva dopo, quando il delitto è già consumato. Noi dobbiamo arrivare prima: nella famiglia, nella scuola, negli educatori. Prima che la criminalità organizzata li prenda. Non possiamo mettere un carabiniere dietro ogni persona, ma ognuno di noi ha la coscienza, 24 ore al giorno». Con il suo stile diretto ha richiamato gli adulti alle proprie responsabilità: «Come può un padre che fuma dire al figlio di non fumare? Come può un genitore che beve dire di non bere? Le parole non bastano, occorre coerenza». E ha aggiunto: «Se vogliamo salvare i giovani, dobbiamo custodire il santuario della casa. Attenzione a come parliamo, a cosa scriviamo sui social, a che esempio diamo. Bastano cinque secondi prima di un pasto per ringraziare Dio, e quei cinque secondi possono restare impressi per la vita».
Cesana: libertà, giudizio e affezione
Giancarlo Cesana ha portato la sua lunga esperienza educativa. «L’educazione è la strada più difficile, più complessa che ci sia. È una sfida quotidiana con il cuore dell’uomo, che è un abisso». Ha spiegato che educare significa puntare sulla libertà, non sul condizionamento: «Giussani diceva: ho scommesso tutto sulla libertà. Non perché i giovani facessero ciò che voleva lui, ma perché credeva che solo insistendo in una proposta vera si può provocare la libertà ad aderire». Cesana ha criticato la deriva scientista che riduce il disagio giovanile a problema chimico o neurologico: «Studi come quelli pubblicati su Nature trattano i ragazzi come topi di laboratorio. Ma senza parole come fede, libertà, verità, ragione e senza una vera affezione non si educa. L’affezione è la capacità di legarsi al vero e di far sì che l’altro si senta guardato e voluto bene. Senza legame, anche la verità resta sterile». Ha ricordato che Gesù stesso compì miracoli, ma fu crocifisso perché non bastava convincere le persone: «Bisognava che si legassero a Lui». E ha concluso con le parole del Vangelo: «Sì sì, no no. Educare è insegnare a decidere, a chiamare le cose con il loro nome. Non opinioni, ma giudizi fondati sulla realtà e sull’affezione».
Il rischio dell’educazione
Emanuele Boffi ha ricordato un verso caro a Luigi Amicone: «Non basta parlare, bisogna parlare seriamente». Serietà non significa seriosità, ma comunicare un giudizio radicato in una vita vissuta. Questo è il rischio dell’educazione: mettere in gioco la propria libertà per chiamare i giovani alla loro, offrendo un sì chiaro e un no netto, senza sottrarsi alla fatica del discernimento. L’educazione è sempre un rischio, ma il vero pericolo è rinunciare a educare, lasciando i giovani soli davanti al deserto del relativismo o al bombardamento dei social. Airoma, Patriciello e Cesana, da prospettive diverse – giuridica, pastorale ed educativa – hanno mostrato che non esistono scorciatoie tecniche o burocratiche: occorre la passione di adulti capaci di coerenza, di giudizio e di affezione. Solo così il «sì sì, no no» evangelico può tornare a illuminare le scelte, restituendo fiducia ai giovani e speranza al presente.







