Santa Messa

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026. La comunione come legame dinamico e inclusivo, capace di aprire la comunità all’intera realtà e di combattere l’inimicizia con l’amicizia: è il cuore dell’omelia pronunciata dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Bologna, durante la Santa Messa al Meeting di Rimini. La celebrazione, trasmessa in diretta sui canali digitali di IlSussidiario Tv, Play2000, Sky e TgCom24, è stata concelebrata da monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut; Joseph L. Farrell, priore generale degli Agostiniani; monsignor Raimo Ramòn Goyarrola Belda, vescovo di Helsinki; Francesco Ielpo, custode di Terra Santa; monsignor Mounir Khairallah, vescovo dell’Eparchia di Batroun dei maroniti e segretario generale del Sinodo dei Vescovi della Chiesa maronita; monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto; Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense; monsignor Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia e consigliere ecclesiastico della Fraternità di Comunione e Liberazione; monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale; monsignor Giovanni Paccosi, vescovo di San Miniato; monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo emerito dell’arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca; monsignor Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto; il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri. Zuppi ha aperto ringraziando il Signore per la domenica, per i giorni del Meeting e per il recente incontro con Papa Leone XIV, che ha liberato da ciò che divide per legare al Signore, alla messe del mondo e gli uni agli altri. 

Il Meeting, crocevia che moltiplica gli incontri 

Riprendendo le parole pronunciate dal successore di Pietro durante la visita del giorno precedente, il cardinale ha ricordato che il Meeting non è diventato un’enclave, ma «un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». La comunione non coincide con una chiusura protettiva: è un’appartenenza che mette in movimento. In un mondo nel quale è facile illudersi di essere al sicuro separandosi dagli altri, la comunità deve diventare «un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà», senza perdersi, ma opponendo l’amicizia all’inimicizia. «Uscite, invece, incontro a tutti!», è l’invito rilanciato nell’omelia. Zuppi ha richiamato anche la richiesta di Papa Francesco, fatta qualche anno fa, di contribuire alla conquista della pace in un mondo sempre più violento: un compito che domanda speranza e un amore gratuito capace di raggiungere tutti, cominciando dai poveri. Chi entra al Meeting, ha spiegato, è chiamato a uscire per amare. L’esperienza vissuta nei padiglioni non termina quindi con la conclusione di un incontro o di un’edizione; diventa responsabilità verso le persone, le sofferenze e i conflitti della storia. Nelle diverse stagioni della vita, il Signore continua a mostrarsi e a rispondere al desiderio più personale, come il fulgore che in Dante conduce la volontà al suo compimento. È l’amore che muove il creato e le creature e rende possibile, nella propria generazione, «risplendere come astri nel mondo tenendo salda la parola di vita». Le esperienze incontrate nel quotidiano rivelano un Mistero che pur restando nascosto, sazia la domanda di eterno e infinito inscritta nella fragilità umana. 

La Chiesa madre contro la cultura della potenza 

Il cardinale Zuppi ha espresso la gioia di appartenere a una Chiesa madre, capace di radunare una famiglia universale proprio in una stagione dominata da quella che ha definito l’insolente e pericolosa cultura della potenza. È la Babele degli “io” arroganti e imprevedibili, ma anche dei “noi” chiusi e contrapposti ad altri “noi”: uno spazio nel quale il divisore trova terreno e la violenza si diffonde. Da qui il richiamo, ripreso dall’intervento del Pontefice: «Amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità». La Chiesa non deve essere offesa né indebolita applicandole malevolmente categorie mondane. Essa vive nel mondo, ma non è del mondo, e proprio per questo ne avverte la responsabilità decisiva: aiutare l’umanità a ritrovare se stessa, liberando «la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte». «Non siamo fatti per vivere come bruti! L’Humanitas è fatta per essere magnifica!», ha scandito Zuppi. Questa madre è affidata a ciascuno: come Giovanni, ogni credente è chiamato ad accoglierla nella casa del proprio cuore e della propria vita, con responsabilità personale e con un’interiorità indispensabile che arricchisce la comunione. La madre non è divisibile e amarla personalmente unisce ancora di più. Il cardinale ha quindi manifestato la gioia della Chiesa per la comunità del Meeting che ha ricevuto un carisma d’amore e che, attraverso tutta la propria storia, continua a generare incontri, esperienze e relazioni nelle quali l’amore di Dio entra nella storia. 

La comunione libera dalla tirannia dell’io 

La comunione, ha proseguito Zuppi, è liberazione dalla tirannia dell’io. La cultura contemporanea ha ridotto la persona a individuo, inducendola a credere di poter stare bene affermando se stessa, possedendo, consumando ed esaltandosi; il risultato è invece una progressiva distruzione di sé e dei rapporti. La compagnia cristiana è una carovana affidabile, che fa camminare perché è diretta verso la casa del Padre. I credenti possono diventare stelle in un cielo oscurato dal drago, che le fa cadere e rende la terra deserta di umanità, legandola soltanto alla «aiuola che ci fa tanto feroci» quando smette di guardare al cielo. Per rendere concreta questa affermazione, il cardinale ha raccontato la tragedia vissuta nelle settimane precedenti da una famiglia della comunità, colpita dalla morte improvvisa di un figlio di diciannove anni. In quel buio terribile e apparentemente definitivo, l’essere circondati da una grande amicizia umana insieme a una fede condivisa ha rappresentato unadolce consolazione: l’una ha aiutato l’altra, rendendola credibile, umana e cristiana. È uno degli infiniti miracoli di un amore quotidiano, ordinario eppure mai scontato, capace di muovere cuori e menti. La comunione non cancella il dolore e non offre formule impersonali, ma sostiene la persona dentro la prova e rende visibile una luce che nasce dalla presenza concreta degli altri. L’amore non rimane così un concetto, ma prende la forma di una compagnia che condivide il peso, custodisce la memoria e impedisce che la sofferenza chiuda alla solitudine. 

La domanda decisiva: “Voi, chi dite che io sia?” 

Al centro dell’omelia Zuppi ha posto la domanda di Gesù ai discepoli: «La gente chi dice che io sia?». Molti cercano Cristo in modi differenti perché ne sono attratti; la risposta può emergere quando incontrano un amore. Ma la domanda diventa personale: «Ma tu, voi, chi dite che io sia?». Per guardare gli altri occorre guardarsi dentro e, soprattutto, guardare Gesù. Il suo sguardo permette di scoprire il “Tu” che libera dallo specchio e dalla vana esaltazione di sé, senza esporre alle risposte affrettate, banali e impersonali. La domanda aiuta a comprendere e a passare dall’esperienza alla storia: non si segue Gesù senza conoscere e senza capire. Pietro conferma i discepoli, come hanno fatto la visita e le parole del suo successore, pietra sulla quale Cristo edifica la Chiesa assicurando che le potenze degli inferi non prevarranno. Ai credenti resta la responsabilità di non scendere a patti con quelle potenze e di allontanare il fumo del divisore mediante l’amore per l’unità e la passione per il Vangelo. Il cardinale ha quindi riproposto le parole di san Giovanni Paolo II ai giovani: «È Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare; è Gesù che suscita in noi il desiderio di fare della nostra vita qualcosa di grande». In Lui, ha concluso Zuppi, la volontà personale trova il proprio compimento. 

La familiarità con Cristo vive nella compagnia della Chiesa 

Richiamando don Luigi Giussani, il cardinale ha definito la domanda di Cristo agli apostoli la domanda della “nostra” vita: nessun altro interrogativo è più grave, grande e decisivo, perché «tutta la vita nostra come valore», dice Giussani, «dipende dalla risposta a questa domanda: se egli sia esistito come uomo qualsiasi o se egli esista come uomo-Dio». Non si arriva a una risposta vera, personale e matura senza seguirlo e senza osare la familiarità di una consuetudine di vita con Lui. Questa familiarità nasce dalla compagnia generata da Cristo e presente nella storia: la Chiesa, suo corpo e modalità della sua presenza oggi. Il cammino cristiano non è perciò una ricerca individuale né un ragionamento astratto. La comunione offre il luogo nel quale la sua parola diventa evidente come l’unica capace di dare senso alla vita, mentre la storia personale viene illuminata da relazioni, testimonianze e gesti concreti. La visita di Papa Leone XIV, il popolo riunito al Meeting, l’amicizia sperimentata nelle prove e la celebrazione eucaristica sono stati indicati come segni di questa presenza. La Chiesa accompagna senza sostituirsi alla libertà, conferma senza chiudere il cammino e chiama ognuno a una risposta che non può essere delegata. È una madre universale e, nello stesso tempo, una casa nella quale l’interiorità e la responsabilità di ciascuno concorrono alla ricchezza di tutti. La fede diventa così esperienza riconoscibile nella realtà e non un’appartenenza formale: un legame che orienta verso il Padre e apre al mondo, rendendo la comunità capace di moltiplicare gli incontri. 

La legge dell’io è amare: muoversi per gli altri 

Nella conclusione, Zuppi ha affidato alla comunità un’indicazione concreta tratta ancora da don Giussani: «La legge dell’io è amare». L’io non esiste e non si compie se non nell’amore; quando non si realizza così, rimane insoddisfatto, rabbioso con sestesso, ostile agli altri, incapace di assimilare la bellezza della realtà, annoiato e facilmente ferito. Ma l’amore non è generico. La dedizione ha un volto e una direzione: «darsi all’altro significa muoversi per un altro» e «Voler bene a qualcuno vuol dire muoversi». È in questo movimento concreto che risuona un poco dell’amore «che move il sole e l’altre stelle». La fede è «[…] favilla/ che si dilata in fiamma poi vivace, / e, come stella in Cielo, in me scintilla». Per questo il Meeting non può diventare una parentesi protetta: l’amore ricevuto chiede di trasformarsi in uscita, amicizia, servizio ai poveri, ricerca della pace e cura dell’unità. La comunione non trattiene le persone all’interno di un recinto, ma le libera dall’autoreferenzialità e le invia nella realtà. Il cardinale ha invitato a camminare pieni di questo amore e cantando: «non avere paura, non ti fermare mai, perché il Mio amore è fedele e non finisce mai». «La festa sta per cominciare», ha chiosato il cardinale, utilizzando parole che annunciano la necessità di un nuovo inizio. La festa coincide con una vita rimessa in movimento, capace di custodire la Chiesa come madre, riconoscere Cristo come risposta al desiderio e desiderosa di scoprire visibile, nell’ordinario, una speranza che la riempie.  

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