Rimini, 24 agosto 2025 – La giornata del Meeting di Rimini ha vissuto uno dei suoi momenti più importanti nella celebrazione della Santa Messa presieduta da S.Em. Card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Bologna. Con lui hanno concelebrato S.E. Mons. Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini, insieme a vescovi provenienti da diverse parti del mondo: Mons. Christian Carlassare (Sud Sudan), Mons. Pavlo Honcharuk (Ucraina), Mons. Hanna Jallouf (Siria), Mons. Filippo Santoro (Italia), Mons. Erik Varden (Scandinavia) e S.Em. Card. Jean-Paul Vesco (Algeria). «La domenica è il giorno del Signore, della speranza e della resurrezione – ha detto il Cardinale all’inizio della celebrazione – un giorno in cui ci ricarichiamo per costruire quei mattoni nuovi di cui abbiamo bisogno».
La Chiesa che abbraccia i popoli
La Messa è stata seguita in presenza e in diretta streaming su vari canali televisivi e digitali, permettendo a tanti fedeli di unirsi spiritualmente. Mons. Anselmi ha ricordato la lunga amicizia tra la diocesi di Rimini e il Meeting: «Ringraziamo il Signore per questa storia condivisa che continua a generare frutti di fede e di comunione». Il Cardinale Zuppi, salutando i concelebranti, ha sottolineato la valenza universale dell’Eucaristia celebrata insieme a pastori provenienti da terre segnate da conflitti: «Per noi tutti i pezzi della guerra sono nostri, anche se per il mondo spesso non esistono. La loro presenza è segno di una Chiesa che soffre e spera, che non dimentica le ferite dimenticate».
La salvezza: un cammino aperto a tutti
Le letture della liturgia hanno guidato i fedeli in un cammino di speranza. Dal profeta Isaia l’annuncio del raduno di tutte le genti; dalla Lettera agli Ebrei l’invito a riconoscere nella correzione del Signore un segno d’amore; dal Vangelo di Luca la parabola della porta stretta. «Gesù non ci illude con facili rassicurazioni – ha spiegato Zuppi nell’omelia –. Ci ricorda che la salvezza non è un privilegio di pochi perfetti, ma un cammino impegnativo aperto a tutti. La porta è stretta per chi si gonfia d’orgoglio, ma spalancata per chi si riconosce bisognoso di amore e misericordia».
La correzione come segno d’amore
Riprendendo la Lettera agli Ebrei, il Cardinale ha insistito sulla necessità di accogliere la correzione come atto d’amore: «Dio non umilia, ma coinvolge nel suo amore. Il mondo individualista ci asseconda, ci lascia soli, ci spinge a fare da noi, e poi scarta chi non ce la fa. La correzione del Signore, invece, è speranza: ci libera da ciò che fa male e ci unisce gli uni agli altri». Un richiamo forte è stato rivolto anche ai cristiani stessi: «Dobbiamo chiederci se trattiamo Dio davvero come Padre, o come un estraneo. Lui ci ama e ci corregge perché desidera la nostra vita piena».
La porta stretta e il cammino dell’umiltà
Il Cardinale ha collegato il Vangelo alla condizione umana contemporanea: «Molti si domandano se i peccatori, i contraddittori, gli incerti si salvano. Gesù risponde con chiarezza: la porta è stretta, ma non è chiusa per nessuno. Anzi, spesso gli ultimi, gli umili, i peccatori sono i primi ad attraversarla». Ha aggiunto: «La porta si chiude per chi confida nella propria grandezza, per chi si lascia gonfiare dall’orgoglio o si illude che tutto sia un diritto. Se non diventiamo come bambini, non entreremo. Non è la forza o la ricchezza a spalancarla, ma la capacità di amare e di donarsi».
Una Chiesa della comunione universale
La celebrazione è stata occasione per ricordare i martiri e le comunità cristiane perseguitate. Il Cardinale ha salutato in particolare Mons. Honcharuk, vescovo in Ucraina: «Oggi, festa nazionale del suo Paese, portiamo nel cuore ancora più forte la sofferenza del popolo ucraino e preghiamo per la pace». Anche la presenza di Mons. Jallouf dalla Siria e di Mons. Carlassare dal Sud Sudan è stata definita «un segno potente di una Chiesa che non dimentica i drammi nascosti, ma li porta sull’altare della speranza». «La Chiesa cattolica – ha detto Zuppi – non ha altri confini che la carità. La comunione che celebriamo unisce cielo e terra, vivi e defunti, vicini e lontani. È un dono dello Spirito da custodire e arricchire, perché nessuno è inutile e ognuno è un mattone di questa casa comune».
L’incontro che risveglia la speranza
Citazioni di Papa Benedetto XVI hanno scandito l’omelia: «Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere». Zuppi ha sottolineato: «Anche oggi vediamo segni impliciti e negativi della sete di Dio. Ma è proprio nel deserto che possiamo riscoprire la gioia di credere, l’importanza vitale della fede. Nessun lamento, ma opportunità». Ha richiamato anche le parole di Don Giussani: «L’uomo di oggi attende l’incontro con persone per le quali Cristo è così presente da cambiare la loro vita. Questo impatto umano può scuotere il cuore e risvegliare la speranza».
Mattoni per una casa di fraternità
«C’è bisogno di costruire case di fraternità, dove ciascuno offre il proprio mattone. Mattone su mattone, con pazienza e disponibilità, si edifica una casa grande e accogliente, capace di custodire la speranza», ha detto il Cardinale. E ha concluso: «Solo così la vita diventa feconda, come il seme che muore e porta frutto. Solo così le relazioni si riparano, e il mondo scopre che l’amore di Cristo rende nuova ogni cosa».
Testimoni di speranza
La liturgia si è svolta con grande partecipazione dei fedeli, che hanno pregato per la pace nel mondo, per le vittime delle guerre e delle ingiustizie, e per la Chiesa universale. «Glorificate il Signore con la vostra vita», sono state le parole con cui il celebrante ha congedato l’assemblea, affidando a ciascuno la missione di essere testimone di speranza nel mondo.







