Rimini, 24 agosto 2026. Non una commemorazione, ma la memoria viva di un incontro che continua a generare rapporti, educazione, preghiera e speranza. Questo il tema dell’incontro “Continuare a incontrarsi. Memorie ed esperienze di dialogo interreligioso” che ha ripercorso l’amicizia nata nel 1987 tra don Luigi Giussani e il monaco buddhista Shodo Habukawa. Moderati da Ambrogio Pisoni, sacerdote della Diocesi di Milano, sono intervenuti Wael Farouq, direttore dell’Istituto Culturale Arabo e professore di Lingua e Letteratura araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore; Fausto Taiten Guareschi, abate emerito del monastero Shōbōzan Fudenji; Emilia Guarnieri, già presidente della Fondazione Meeting; Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vicepresidente COREIS e imam della moschea centrale al-Wahid di Milano; Wakako Saito, docente di Cultura e Religione italiana all’Università Aichigakuin di Nagoya. I canti di Marina Valmaggi e del Coro Internazionale San Nicola hanno introdotto le testimonianze e successivamente il momento conclusivo di preghiera. Pisoni ha ricordato che il primo incontro avvenne al Monte Koya durante l’unico viaggio di Giussani in Giappone: un evento imprevisto dal quale nacque un’amicizia «degna di essere guardata». La domanda rivolta ai relatori è stata quindi che metodo quella storia consegni oggi ad un mondo frammentato e conflittuale.
Saito: il mistero genera incontri senza calcolo e senza paura
Wakako Saito, buddhista e testimone diretta dell’inizio di quella storia, ha raccontato di avere invitato don Giussani a Nagoya quasi senza aspettarsi una risposta. Il giorno successivo arrivò invece l’accettazione. Il 28 giugno 1987 suo padre propose di accompagnarlo al tempio di Habukawa al Monte Koya. Il gesto del monaco che versa il tè all’ospite, immortalato in una fotografia, esprime la semplicità di un rapporto che apparve immediatamente naturale. Habukawa lo interpretò attraverso una poesia di Ryokan: il fiore si apre e la farfalla arriva, obbedendo entrambi alla «legge segreta del cielo». Il vero dialogo interreligioso, secondo il maestro, non nasce da cerimonie o formalità, ma da incontri quotidiani e sinceri nei quali ci si lascia guidare dal mistero. Da allora Habukawa partecipò ogni anno al Meeting e Saito iniziò un cammino che la portò a studiare la teologia cattolica di Giussani a Milano senza abbandonare la propria radice buddhista. Le amicizie incontrate la aiutarono anzi a comprendere più profondamente la sua fede e a riconoscere, nell’amore cristiano e nella compassione buddhista, una comune attenzione all’altro. «Quando uno ha un rapporto forte con il proprio mistero, diventa amico anche di chi segue un’altra religione», ha spiegato. Le gru di carta portate da Hiroshima sono diventate il segno conclusivo della sua testimonianza: una preghiera affinché l’amicizia sia «un piccolo segno di luce in un mondo ferito».
Guarnieri: prima delle istituzioni vengono le persone
Emilia Guarnieri ha ricostruito il modo in cui il Meeting ha imparato il dialogo interreligioso non attraverso una strategia prestabilita, ma seguendo fatti e rapporti. Dall’incontro con Habukawa e i monaci del Monte Koya alla presenza del maestro Al-Wahid Pallavicini, fino all’amicizia con Guareschi e Farouq, sono state le persone a rendere concreta l’intuizione originaria dell’amicizia fra i popoli. Le differenze di forme, gesti e tradizioni, inizialmente percepite con imbarazzo, sono state progressivamente attraversate dalla familiarità. Dopo la morte di Habukawa, la storia non si è trasformata in ricordo: Saito ne ha assunto la responsabilità e ne rappresenta la continuità presente. Guarnieri ha ricordato che nel 2006 Farouq, invitato al Meeting dopo avere tradotto in arabo “Il senso religioso”, affermò: «L’amicizia è la via per la conoscenza». Quel rapporto condusse poi alla realizzazione di un Meeting al Cairo e alla scoperta di un destino condiviso. «Prima dei
confini, delle definizioni e delle istituzioni, ci sono le persone», ha sottolineato. La stessa verità appariva nella preghiera quotidiana dei monaci del Monte Koya per Giussani, Giovanni Paolo II e don Francesco Ricci: non sincretismo, ma fedeltà alla propria esperienza religiosa vissuta come cura per gli amici. Continuare ad incontrarsi richiede quindi uno sguardo capace di stupore davanti all’imprevisto e un desiderio intenso della verità umana presente nell’altro.
Farouq: la verità ha infinite strade nell’amicizia
Wael Farouq ha posto al centro la parola «amico», pronunciata da Pisoni e da Giussani con una certezza che l’ha resa, nella sua esperienza, quasi una preghiera. Nella tradizione islamica Abramo è chiamato «l’amico di Dio» e il termine khalil indica un’amicizia che conduce verso la purezza. La ricerca di Abramo mostra che non si conosce Dio nell’isolamento: «serve una presenza, serve un altro». L’altro, anche quando è diverso, è necessario per la fede. Farouq ha richiamato una parabola di filosofi musulmani del X secolo, nella quale l’umanità è un malato, Dio il medico e le religioni medicine offerte in tempi differenti: la mancanza di una di esse minaccerebbe la vita di tutti. L’incontro avvenuto ventisei anni fa con Pisoni gli ha fatto scoprire il valore dell’amicizia come via alla conoscenza. La patria, ha aggiunto, «non è un passato condiviso, ma un futuro condiviso», e il Meeting è stato per lui questa patria, perché custodisce una speranza comune. In arabo amicizia si dice sadaqa, parola legata al verbo che significa corrispondere al vero. Il vero è uno, mentre l’amicizia può moltiplicarsi senza limite: «Le strade che portano alla verità sono infinite». In un tempo segnato dalla post-verità, l’amicizia diventa così una possibilità di salvezza e un cammino condiviso verso ciò che non si possiede individualmente.
Pallavicini: fratellanza e preghiera costruiscono ponti
Yahya Sergio Yahe Pallavicini ha affidato la propria riflessione a tre memorie. La prima risale al Meeting del 1998, quando il cardinale Jean-Louis Tauran e il consigliere emiratino Ali Abdel Rahman Al-Hashimi si incontrarono a Rimini. Fu un dialogo tra Oriente e Occidente e tra due espressioni della fede nel Dio unico, accompagnato da un momento di preghiera rituale musulmana accolto nella vecchia Fiera. La seconda memoria riguarda il 2005, quando Pallavicini accompagnò il padre alla camera ardente di don Giussani. La delegazione islamica fu accolta per portare un saluto di pace: un incontro tra religioni, ma anche tra vita e morte, vissuto dentro un autentico senso religioso. Il terzo episodio è quello di Abu Dhabi nel 2019, con la firma del Documento sulla Fratellanza Umana da parte di papa Francesco e del grande imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyeb. Alla vigilia, Pallavicini richiamò davanti ai sapienti musulmani l’incontro tra san Francesco e il sul-tano Malik al-Kamil, un ponte costruito nonostante lo scetticismo presente in entrambi i mondi. Queste esperienze, ha osservato, mostrano che l’amicizia può partire da un incontro locale e contribuire a processi più ampi di pace. «Fratellanza e amicizia sono coordinate di riferimento per il nostro dialogo interreligioso», ha concluso, indicando una comunione che abbraccia il mistero della vita e della morte.
Guareschi: ascoltare chi ci dà torto apre uno spazio nuovo
Fausto Taiten Guareschi non incontrò personalmente Giussani, ma camminò accanto a Habukawa. Dopo quell’incontro gli scrisse: «So che è Pasqua perché ho avuto in dono la gioia di incontrarti». La risposta arrivò attraverso due sacerdoti inviati a conoscerlo, tra i quali Pisoni: un nuovo rapporto che gli fece intuire quella che definì una «identità pasquale». Interrogandosi su che cosa renda possibile continuare a incontrarsi, l’abate emerito ha proposto di «attingere all’inedito» e all’indisponibilità dell’altro. Il primo ostacolo è un pensiero molesto e compulsivo che non ascolta, ma attende soltanto la conferma delle proprie opinioni. «Non è interessante ascoltare qualcuno che ti dà ragione, ma è molto interessante ascoltare qualcuno che ti dà torto», ha affermato. Quando il giudizio si sospende e l’altro non viene ridotto alle nostre categorie, può emergere tra gli interlocutori un tempo comune completamente nuovo. Guareschi ha messo in guardia anche dalle traduzioni superficiali delle tradizioni religiose e dalla riduzione della meditazione a tecnica di benessere. Il Dharma chiede invece un rapporto vivo, come quello scoperto negli amici del Meeting. L’incontro è un segreto che supera le possibilità del singolo: da soli non basta. La ricchezza sta proprio nell’abbracciare chi fino a poco prima appariva distante e nel riconoscere, anche dentro orientamenti differenti, una presenza che eccede en-trambi.
La differenza benedetta diventa preghiera per la pace
L’incontro si è concluso con il canto e una preghiera vissuta da ciascuno secondo la propria tradizione. Saito, Guareschi, Farouq e Pallavicini hanno partecipato nella fedeltà alle rispettive identità; i cristiani presenti hanno recitato il Padre nostro. Farouq ha spiegato che la differenza è «il segreto della vita»: giorno e notte, cielo e terra, donna e uomo. La preghiera ha chiesto che essa sia benedetta e conduca sempre a Dio e all’amore. Il gesto ha reso visibile il criterio emerso dalle testimonianze: il dialogo non richiede di attenuare o confondere le appartenenze, ma di viverle fino in fondo, lasciando che aprano all’incontro. La musica ha accompagnato questo passaggio con “La campana di Nagasaki”, canto di pace e perdono dopo Hiroshima e Nagasaki, e con “Torna a Surriento”, brano amato da Habukawa per la sua «malinconia». La memoria di Giussani e del monaco buddhista è apparsa così non come un capitolo chiuso, ma come una responsabilità presente. L’amicizia che li unì continua nelle persone educate da quel rapporto, nelle opere visitate, nei legami internazionali, nei gesti di solidarietà dopo il terremoto giapponese e nella comune invocazione della pace. Continuare a incontrarsi significa custodire questa eredità nella vita quotidiana: riconoscere nell’altro la stessa domanda di senso, accoglierne la differenza e trasformare la fedeltà al proprio mistero in una possibilità di amicizia per il mondo.







