Rimini, 23 agosto 2026. La crisi del nostro tempo non riguarda soltanto economia, istituzioni, tecnologia o geopolitica: investe l’io che agisce dentro questi processi e rischia di non essere più consapevole delle proprie scelte. È la questione affrontata nell’incontro “Le risorse dell’io oltre il crepuscolo dell’individuo”, realizzato al Meeting di Rimini in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà. Sono intervenuti Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale; Lucio Caracciolo, direttore di Limes; e Massimo Luciani, giudice della Corte Costituzionale. Ha introdotto e moderato Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Giuliano Amato, annunciato nel programma, non ha potuto partecipare a causa di un infortunio domestico, come comunicato da Vittadini in apertura. Il punto di partenza è stato il volume di Luciani “Il mondo vuoto. L’ordine sociale nel crepuscolo del soggetto”: viviamo circondati da informazioni, connessioni, beni e possibilità di scelta, ma cresce la difficoltà di costruire un’identità e di pronunciare un “io” capace di giudizio. «La vita dell’uomo è esistere, non funzionare come una macchina», ha ricordato Vittadini, richiamando il rischio che l’intelligenza artificiale riduca l’essere umano a una somma di funzioni. La risposta non consiste nel rifiutare tecnologia, politica o organizzazione sociale, ma nel governarle a partire da un’antropologia relazionale, per la quale la libertà non è assenza di legami, bensì capacità di costruirli.
Un mondo pieno di individui e vuoto di soggetti
Luciani ha distinto la legittima valorizzazione dell’individuo moderno, fondamento delle libertà costituzionali, dall’individualismo narcisista che esclude gli altri e rende difficile elaborare una propria identità. «Siamo di fronte a un mondo pieno di individui e vuoto di soggetti», ha affermato, precisando che non si tratta di un esito irreversibile, ma di un processo di progressivo svuotamento della soggettività. All’identità escludente, che costruisce appartenenze contro qualcuno, il costituzionalista ha contrapposto un’identità “posizionante”, capace di collocare la persona nel mondo e di sostenerne la responsabilità. La fine delle grandi ideologie non ha eliminato i conflitti: ha favorito micro-ideologie chiuse, un «pluralismo manicheo» nel quale gruppi e soggettività sociali non dialogano. A questa frammentazione si aggiungono tecnologie progettate per isolare, finanziarizzazione dell’economia, precarizzazione e perdita di dignità del lavoro. Luciani ha rappresentato l’individualismo narcisista con l’immagine degli “ometti” di pietra costruiti dagli escursionisti per orientare chi viene dopo: oggi alcuni li realizzano soltanto per fotografarsi, lasciando indicazioni false che possono far perdere la strada agli altri. Un gesto apparentemente banale mostra come l’autorappresentazione possa distruggere solidarietà e relazioni. La crisi della politica, di conseguenza, non nasce soltanto dal rappresentante: «Prima della crisi del rappresentante viene la crisi del rappresentato». Se il soggetto è indebolito, diventa difficile comprendere chi e che cosa la politica debba realmente rappresentare.
Lavoro, desiderio e tecnologia: le leve di una soggettività consapevole
Di fronte all’innovazione, Luciani ha proposto un atteggiamento vigile e non tecnofobico: la tecnologia deve restare uno strumento e non trasformarsi nel fine. Il compito della cultura e delle istituzioni è responsabilizzare chi la sviluppa, impedendo che la logica dell’invenzione si sottragga alla domanda sulle conseguenze umane. La ricostruzione del soggetto passa soprattutto dal lavoro. L’articolo 1 della Costituzione non lo pone a fondamento della Repubblica come semplice attività produttiva, ma come leva per formare un’identità robusta e cosciente. Occorre dunque restituirgli dignità, regolarlo adeguatamente e riportarlo al centro dell’agenda sociale. Ugualmente decisivo è il desiderio: non si compie nel soddisfacimento egoistico del sé, ma nell’apertura e nel riconoscimento dell’altro. In questa prospettiva la sussidiarietà diventa anche uno strumento di conoscenza, perché la persona comprende la propria posizione nel rapporto con altri soggetti. Per contrastare l’antiumanesimo, Luciani ha indicato la necessità di superare la sterile contrapposizione tra la tradizione illuminista e quella cristiano-cattolica, riconoscendone il comune interesse per la dignità e la responsabilità umana. La sfida non è restaurare appartenenze chiuse, ma ricostruire un umanesimo capace di dialogo, nel quale libertà individuale, legami sociali e ricerca del bene comune possano nuovamente sostenersi.
Caracciolo: entrare nell’era della responsabilità personale
Caracciolo ha collocato la crisi del soggetto dentro un passaggio geopolitico radicale. Per decenni l’Italia ha vissuto in una condizione di protezione che ha favorito una cultura della delega e della deresponsabilizzazione; oggi quel mondo è finito e il Paese è impreparato a una fase nella quale non vi sono più protettori disposti a garantirne automaticamente sicurezza e futuro. «Dobbiamo entrare con decisione nell’era della responsabilità personale, abbandonando la comoda cultura della delega», ha sostenuto. La guerra contemporanea, secondo il direttore di Limes, ha perso insieme il proprio fine politico e la propria fine: molti conflitti diventano economie autosufficienti e, quando manca uno scopo strategico, è la guerra a governare la politica. In questo scenario nessuno può considerarsi semplice oggetto di forze gigantesche. Caracciolo vede tra i giovani primi tentativi di analisi critica e aggregazione per difendere il futuro e la pace, mentre ha denunciato una formazione universitaria spesso legata a schemi ideali incapaci di misurarsi con la realtà. La responsabilità richiede anzitutto una parola curata, profonda, comprensibile e non contraddittoria. Comunità e nazioni non nascono dall’unanimità, ma dalla condivisione di un linguaggio che permetta di comprendersi anche nel conflitto. L’umanesimo, ha osservato, si fonda sulla filologia e sulla capacità di dialogare: una direzione opposta alla comunicazione mediatica che alimenta confusione e polarizzazione.
Riconoscere l’altro per costruire la pace
La premessa del dialogo è il riconoscimento dell’altro come interlocutore posto sullo stesso piano: non significa dargli ragione, ma accettare la reciprocità dell’ascolto. Caracciolo ha sintetizzato questo metodo in tre regole: ascoltare sempre l’altra parte, amare il nemico e tacere quando non si abbia qualcosa di migliore del silenzio. È attraverso questa fatica che può essere costruita l’architettura della pace. La perdita di una lingua comune, al contrario, riproduce Babele: volontà di potenza, confusione e dispersione in linguaggi reciprocamente incomprensibili. La stessa alternativa riguarda l’intelligenza artificiale, che non rappresenta soltanto una transizione tecnica ma una sfida antropologica. Il rischio è lo scivolamento verso un “homo mechanicus” governato dagli strumenti che avrebbe dovuto governare, con un divario crescente tra chi assume i meccanismi impersonali della tecnologia e chi difende la propria capacità di pensare. L’antidoto, per Caracciolo, è il recupero della paideia, di un’educazione classica e umanistica che consenta di comprendere la complessità della storia senza ridurla al bianco e nero. Relativizzare, contestualizzare e riconoscere le sfumature non indebolisce la persona: le restituisce gli strumenti per orientarsi nella realtà. L’io capace di responsabilità non nasce dall’autosufficienza, ma da una cultura che custodisce la parola e rende nuovamente possibile l’incontro.
Dal singolarismo alle comunità pensanti
Antonini ha descritto un passaggio ulteriore rispetto all’individualismo: il “singolarismo”, fondato sulle preferenze temporanee e su un’autonomia esasperata che considera ogni relazione una minaccia alla propria autosufficienza. Ne derivano solitudine sterile, paura dell’altro e quelle «passioni tristi» che si manifestano nei giovani come chiusura digitale e negli adulti come passività rancorosa, astensionismo e disponibilità alla demagogia. Alla radice vi è una riduzione del desiderio, degradato a piacere immediato e possesso. Le piattaforme digitali assecondano e monetizzano le preferenze dell’utente, trattando la persona come mezzo e rafforzandone il narcisismo. La sfida è invece riscoprire l’apertura infinita del desiderio, che si realizza nel riconoscimento dell’altro. Per difenderlo servono luoghi fisici, amicizie e relazioni stabili nelle quali si possa vedere una vita non ridotta. I corpi intermedi hanno storicamente generato mutuo soccorso, opere caritative, istruzione e assistenza; il volontariato rimane una forma essenziale di partecipazione civica e capitale sociale. Oggi, tuttavia, questi mondi sono affaticati e possono ridursi a contenitori burocratici, corporazioni chiuse, rifugi settari o forme nostalgiche. L’antidoto è mantenere viva l’«inquietudine agostiniana», che impedisce risposte prefabbricate e trasforma le aggregazioni in autentiche «comunità pensanti», aperte alla realtà e capaci di educare la libertà.
La libertà dell’io che diventa un noi
Nella conclusione Vittadini ha richiamato il “Timshel” del romanzo “La valle dell’Eden” di John Steinbeck: «Tu puoi vincere il male». Non una promessa deterministica né un precetto che annulla la libertà, ma la possibilità reale di scegliere il bene. Desiderio e io devono però essere educati in luoghi e comunità capaci di formare persone responsabili. È questo il compito dei corpi intermedi e dello Stato: rimettere al centro l’educazione e rifiutare ogni meccanicismo della storia, tanto del bene quanto del male. La medesima libertà opera nello scenario internazionale, dove il dialogo e la cooperazione possono interrompere la spirale della guerra. Antonini ha indicato nel Meeting uno dei luoghi nei quali il desiderio non viene ridotto e la soggettività può rinascere; ha concluso con le parole di sant’Agostino: «Cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. I tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». Vittadini ha quindi ribadito che nessuna organizzazione o istituzione può generare il bene se al proprio interno non pulsa l’io del soggetto. Il percorso proposto dall’incontro unisce libertà personale, lavoro, responsabilità, educazione, dialogo e sussidiarietà: non l’individuo isolato, né una collettività che assorbe la persona, ma un io che, incontrando altri io, costruisce un “noi”. In questa relazione risiede la risorsa capace di oltrepassare il crepuscolo dell’individuo e di restituire alle persone un ruolo attivo nei cantieri della storia.







