Rimini, 26 agosto 2025 – Il Meeting di Rimini ha ospitato un confronto di altissimo livello su un tema di crescente attualità: la tutela dei beni culturali nelle emergenze, naturali e belliche. L’incontro “Proteggere i beni culturali nelle emergenze: la linea d’azione Uno scudo per la cultura e il modulo operativo CRI di protezione in caso di disastro” ha visto gli interventi di Michele Romeo Jasinski (Croce Rossa Italiana, focal point nazionale della campagna Il futuro ha una lunga storia, proteggiamola), Andrea Marchi (delegato tecnico regionale Operazioni Emergenza e Soccorso), Alessia Strozzi (Segreteria tecnica Scudo Blu Italia). A moderare, Lorenzo Massucchielli, responsabile UO Emergenze Internazionali della CRI. Fin dall’apertura, Massucchielli ha chiarito il senso del dibattito: «Il tema della riduzione e gestione del rischio di disastri (DRR e DRM) non riguarda solo la salvaguardia della vita umana, ma anche la protezione della nostra memoria collettiva: i beni culturali. Perché il patrimonio che ereditiamo e trasmettiamo costituisce la trama stessa della nostra identità».
Strozzi: dallo “scudo blu” alla sfida dei patrimoni discordanti
Alessia Strozzi ha offerto una panoramica sull’evoluzione del concetto di patrimonio culturale: «Negli anni siamo passati dall’idea ristretta di “opera d’arte” alla visione ampia di cultural heritage. Non solo quadri o monumenti, ma anche paesaggi, feste popolari, tradizioni immateriali». Ha ricordato la Convenzione dell’Aia del 1954, nata dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere i beni culturali in caso di conflitto armato: «Fu la prima volta che la comunità internazionale riconobbe la necessità di tutelare sistematicamente il patrimonio, sancendo l’obbligo di contrassegnarlo con lo scudo blu». L’esperta ha citato esempi significativi di patrimoni “immateriali” e della loro vulnerabilità: «Il Palio di Siena o la Corsa dei Ceri di Gubbio sono tradizioni che vivono nei luoghi e nelle comunità. Proteggerli significa custodire non solo spazi e oggetti, ma identità condivise». Un passaggio cruciale ha riguardato il cosiddetto “patrimonio discordante”: «Si tratta di beni legati a regimi totalitari o coloniali, come le case del fascio in Italia. Esteticamente rilevanti, ma portatori di memorie conflittuali. Vanno distrutti, conservati o reinterpretati? È una sfida aperta a livello internazionale. L’unica certezza è che ogni decisione deve rispettare la complessità delle comunità coinvolte».
Romeo Jasinski: il diritto internazionale e la campagna “Uno scudo per la cultura”
Michele Romeo Jasinski ha portato l’attenzione sul quadro normativo e operativo internazionale: «Già dalla Prima guerra mondiale, con l’uso dei bombardamenti aerei, i beni culturali diventarono obiettivi di guerra. La Seconda guerra mondiale mostrò in modo drammatico la vulnerabilità del patrimonio, non solo per i danni bellici ma anche per i furti sistematici». Da queste esperienze nacque la Convenzione dell’Aia, tuttora punto di riferimento del diritto umanitario. «L’Italia, ha ricordato ,è stata fra i primi Paesi a ratificarla e ha inserito la tutela dei beni culturali persino in Costituzione. Non è un tema ornamentale, ma parte integrante della dignità nazionale e universale». Da qui la scelta della Croce Rossa di lanciare la campagna “Il futuro ha una lunga storia, proteggiamola”: «In quattro anni abbiamo “scudato” quasi cento beni in Italia, applicando il simbolo che ne sancisce la protezione internazionale. Ma il vero obiettivo non è solo apporre uno scudo: è diffondere consapevolezza. Un diritto ignorato è un diritto che non vive. Per questo formiamo volontari, militari, cittadini». Romeo ha sottolineato: «Ogni conflitto recente, dall’Ucraina al Medio Oriente, mostra come colpire i beni culturali significhi colpire l’anima dei popoli. Ecco perché la protezione non è un lusso, ma una necessità umanitaria».
Marchi: il modulo operativo CRI, dai terremoti alle alluvioni
Andrea Marchi ha raccontato l’esperienza del Modulo operativo CRI di protezione dei beni culturali, nato nel 2012 e già utilizzato in più emergenze reali: «Si compone di personale formato, attrezzature specifiche e procedure standard. Non facciamo restauro, ma sostegno logistico e tecnico ai funzionari del Ministero della Cultura: dalla documentazione fotografica all’imballaggio dei beni, fino al trasporto in luoghi sicuri». Il modulo è stato impiegato nel 2023 in Toscana (Quarrata e Campi Bisenzio) e nel 2025 a Sesto Fiorentino, per salvare archivi storici sommersi dalle alluvioni: «Abbiamo lavorato fianco a fianco con i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e con i funzionari ministeriali, recuperando migliaia di documenti cartacei compromessi dall’acqua e dal fango». Marchi ha descritto anche il team per le emergenze internazionali, sperimentato in Albania nel 2025: «Lì abbiamo valutato i danni a una chiesa medievale, a una moschea e a reperti archeologici. Non solo beni mobili, ma anche beni immobili. L’obiettivo era duplice: supportare le autorità locali e formare volontari del posto». La caratteristica principale? La rapidità: «Abbiamo kit aviotrasportabili che in poche ore possono essere dispiegati in qualsiasi Paese. È la prova che la protezione del patrimonio può diventare un modulo di protezione civile europeo, replicabile ovunque».
Il ruolo dei cittadini: dagli “angeli del fango” al volontariato organizzato
Massucchielli ha rilanciato un tema decisivo: «Che ruolo ha il cittadino nella protezione dei beni culturali?». Le risposte hanno convergito: il cittadino è il primo custode. Dall’alluvione di Firenze del 1966 agli “angeli del fango”, fino al terremoto del Friuli del 1976, l’Italia ha imparato che la partecipazione popolare è decisiva. «Volontario non significa improvvisazione, ha sottolineato Marchi, ma dono di tempo e competenza. La Croce Rossa e le istituzioni hanno il compito di formare e coordinare questa energia». Una testimonianza toccante è arrivata dal pubblico: il ricordo di chi visse il terremoto friulano e vide emergere una comunità capace di ricostruire fabbriche, case e chiese, grazie anche alla protezione civile appena nata e al contributo degli emigrati rientrati dall’estero. «Esperienze che hanno fatto scuola e che ancora oggi sono modelli di resilienza e solidarietà».
Coordinamento nazionale e rete europea
Gli interventi hanno evidenziato l’importanza del coordinamento tra attori diversi: Vigili del Fuoco, Carabinieri TPC, Ministero della Cultura, Protezione Civile e Croce Rossa. «Nessuno da solo può salvare un bene culturale in emergenza», ha ribadito Romeo. In Europa cresce la collaborazione grazie al progetto ProCultHer, promosso dal Dipartimento di Protezione Civile: «Un modulo comune europeo, con standard condivisi di intervento, consentirà a squadre italiane di operare in Francia o Germania e viceversa. Perché il patrimonio è universale».
Conclusioni: la dignità umana passa anche dalla memoria
In chiusura, Massucchielli ha ricordato il principio che guida l’azione della Croce Rossa: «Il primo principio è l’umanità. Se soccorrere una persona significa garantirle dignità, proteggere un bene culturale significa assicurare dignità a una comunità intera. Una statua, un archivio, un tempio sono parte della nostra memoria collettiva: perderli significa perdere un pezzo della nostra identità». Il messaggio finale è stato chiaro: proteggere i beni culturali è proteggere l’umanità stessa. Perché ogni cattedrale, archivio o tradizione non appartiene solo a chi li custodisce, ma a tutti noi.







