PRESENTAZIONE DEL LIBRO “LA POLVERE DI ALLAH” DI LUCA DONINELLI

Press Meeting

“Adamo fu creato dalla polvere”: da questa citazione di Maometto e dalla stessa etimologia di Adamo (polvere rossa, quella bellissima del deserto) nasce il titolo del libro.
Ma se questa è una affermazione che ritroviamo sia nella tradizione ebraico-cristiana, sia in quella musulmana, diverso è il significato che alla stessa può essere attribuito.
“Polvere” sta a significare “io sono niente e Dio è tutto”, ma questo può essere inteso in senso nichilista o in senso profondamente religioso. È un diverso modo di intendere la “maestà” di Dio. Ed è un diverso modo di intendere, di conseguenza, la vita.
Così Stefano Alberto ha introdotto la presentazione del libro di Luca Doninelli “La polvere di Allah”. Un libro che racconta la storia di due amici, lo stesso narratore e Naghib, un giornalista libanese, personaggio realmente esistito; ma anche le storie di altri personaggi, in particolare di Mohammed, che, anch’egli realmente esistito, amico di Naghib, abbracciato il fondamentalismo islamico, morrà con il mitra in mano in Afghanistan, nella guerra contro i sovietici.
L’errore di Mohammed è quello di credere che l’ideale possa realizzarsi istantaneamente, nel momento della morte, “dimenticando che la condizione umana è fatta di tempo, di storia e di errori”: è l’annotazione dello stesso Doninelli nella post-fazione.
Questo significa che tutta la vita è ridotta ad una serie di regole, da osservare solo per prepararsi a quell’istante. Ma così il desiderio dell’uomo inaridisce e la ragione non è più spalancata alla realtà, come Benedetto XVI ha ricordato a Ratisbona.
Naghib, invece, fa la scelta di prepararsi, ma anche di isolarsi, nello studio. Questo non impedisce però il fitto dialogo tra gli amici, che non dimenticano di essere uomini: “C’è una cosa su cui siamo completamente d’accordo. Se le nostre dottrine sono (in parte) diverse, esiste qualcosa che eccede le dottrine: le nostre persone. Non siamo due persone speciali, ma non siamo nemmeno due semplici rappresentanti di religioni diverse. E poi amicizia vuol dire perdono, è inevitabile. In tutti questi anni Naghib e io ci siamo dovuti perdonare a vicenda molte volte, spesso per sciocchezze, talora per ragioni serie: e niente matura l’idea della propria unicità come il bisogno di essere perdonati e il coraggio di perdonare”: così ha concluso don Stefano Alberto, leggendo un passo dell’opera.

A. M.
Rimini, 21 agosto 2007