Rimini, 24 agosto 2025 – «Per un buon lavoro occorre partecipare». Non è una domanda, ma un giudizio netto, da cui si è avviata la riflessione dell’incontro svoltosi al Meeting di Rimini. Moderato da Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, il confronto ha visto la presenza di figure istituzionali, manager e rappresentanti del mondo associativo: Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Lorenzo Malagola, deputato al Parlamento italiano; Massimo Monacelli, general manager di Generali Italia; Fabrizio Ruggiero, amministratore delegato di Edenred Italia; Cristiana Scelza, presidente di Valore D. Fin dalle prime battute, è stato sottolineato che lavoro e partecipazione non sono opzionali: «Sono due cose che non si possono scindere. Chi non si sente parte attiva di un’impresa è più portato a cambiare azienda, a cercare altrove contesti in cui sia valorizzato», ha affermato Seghezzi, ricordando i dati delle survey che mostrano come circa il 20-25% dei lavoratori italiani dichiari di non sentirsi coinvolto nel proprio ambiente professionale.
La legge sulla partecipazione: un passo storico
Grande attenzione è stata dedicata alla recente legge sulla partecipazione, approvata dopo un lungo iter parlamentare e sostenuta da oltre 500.000 firme raccolte dalla CISL. A presentarla è stato il deputato Lorenzo Malagola, relatore del provvedimento: «È una legge che abbiamo atteso per 75 anni. L’articolo 46 della Costituzione parlava già del diritto dei lavoratori a collaborare con le imprese, ma per decenni è rimasto lettera morta. Oggi diamo finalmente sostanza a quel principio». Secondo Malagola, l’Italia ritrova così lo spirito originario della sua democrazia: «Il capitale e il lavoro devono collaborare per il bene dei lavoratori e delle imprese. Negli anni ’50 e ’60 questo patto produsse lo straordinario boom economico. Negli anni ’70, invece, il lavoro divenne terreno di scontro ideologico. Con questa legge riaffermiamo che il futuro passa dalla cooperazione, non dal conflitto». Il provvedimento apre diverse possibilità: partecipazione economico-finanziaria e agli utili, partecipazione azionaria, coinvolgimento organizzativo nelle scelte strategiche e, soprattutto, la possibilità di inserire rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione. «È un punto d’arrivo che molte imprese vorranno sperimentare», ha aggiunto Malagola, «perché certifica il rapporto di fiducia tra imprenditore e dipendenti, fondamentale davanti alla sfida della quinta rivoluzione industriale e dell’intelligenza artificiale».
Il sostegno del Governo e la sfida culturale
Claudio Durigon ha ribadito il convinto sostegno del Governo al nuovo quadro normativo: «Questa legge segna un cambio di mentalità culturale. Non è esaustiva, ma apre un percorso che imprese e lavoratori dovranno intraprendere insieme». Il sottosegretario ha sottolineato come il provvedimento valorizzi la contrattazione e la collaborazione: «L’opposizione ci propone costantemente il salario minimo come soluzione a tutti i problemi. Noi crediamo invece che la vera forza sia la partecipazione del lavoratore alla gestione, che crea legami più solidi tra azienda e dipendente». Durigon ha ricordato i progressi occupazionali del Paese – con un tasso di occupazione attorno al 63% e la disoccupazione sotto il 5% – ma ha evidenziato criticità: «Troppi giovani lasciano l’Italia, circa 350.000 negli ultimi decenni, perché non si sentono soddisfatti del lavoro. La partecipazione può essere la leva per recuperare fiducia». Guardando al futuro, Durigon ha avvertito: «La rivoluzione dell’intelligenza artificiale avrà un impatto pari o superiore a quella degli anni ’60. Siamo anche in ritardo, ma dobbiamo colmare il gap favorendo una nuova alleanza tra lavoro e impresa».
La prospettiva delle imprese: ascolto, fiducia e formazione
Dal mondo imprenditoriale è arrivata la voce di Massimo Monacelli, general manager di Generali Italia, che ha insistito sull’importanza di un cambiamento culturale: «La partecipazione non può ridursi a formule di governance. Senza una trasformazione del modo in cui le persone vivono il loro rapporto professionale, rischiamo rappresentazioni inefficaci». Monacelli ha illustrato pratiche concrete già adottate: meccanismi di ascolto diffuso tramite survey annuali, modelli di lavoro basati su fiducia e responsabilità, forte investimento nella comunicazione interna e nella formazione. «Oggi i collaboratori devono sentirsi parte consapevole e competente della vita aziendale. Solo così la legge potrà trovare piena attuazione». L’attenzione al benessere organizzativo e all’equilibrio vita-lavoro è stata ribadita anche con esempi pratici: «Smart working e flessibilità non sono fini a sé stessi, ma strumenti per responsabilizzare e motivare. La fiducia reciproca è il vero pilastro».
Welfare, inclusione e benessere come fattori di crescita
Il tema del welfare aziendale è stato al centro dell’intervento di Fabrizio Ruggiero, amministratore delegato di Edenred Italia: «Le aziende che offrono programmi di partecipazione e benessere ai dipendenti ottengono risultati del 10% superiori rispetto a quelle che non lo fanno». Ruggiero ha spiegato come la legge consenta di nominare responsabili dedicati a welfare e inclusione, strumenti cruciali per personalizzare le politiche aziendali: «Ogni impresa è diversa, servono soluzioni adatte al contesto. Non basta un tavolo da ping pong in azienda: il benessere è qualità della vita, salute fisica, mentale e sociale». Esempi virtuosi includono ore retribuite per attività sociali, integrazione dei congedi parentali e attenzione alle esigenze dei caregiver. «È una combinazione potentissima – ha aggiunto – che lega motivazione, produttività e crescita aziendale».
Inclusione e giovani: il contributo di Valore D
Cristiana Scelza, presidente di Valore D, ha posto l’accento sulla centralità dell’inclusione e delle nuove generazioni: «Le aziende più diverse sono quelle che performano meglio. McKinsey ci dice che hanno una probabilità del 39% in più di registrare performance finanziarie superiori». Secondo Scelza, i giovani stanno cambiando il paradigma del lavoro: «Non si vive solo per lavorare, ma si lavora per vivere. Vogliono ascolto, valorizzazione e partecipazione. Sono attratti da realtà che offrono smart working e un equilibrio sano tra vita e lavoro». Ha quindi richiamato il bisogno di leadership nuove: «C’è bisogno di leader sicuri di sé, centrati, capaci di lavorare insieme a tutti, compresi i giovani, per un bene comune. Solo così la partecipazione diventa reale».
Piccole e medie imprese, il cuore della sfida
Nella parte finale del dibattito è emersa con forza la questione delle PMI, che costituiscono il 95% del tessuto produttivo italiano. «La vera sfida – ha ribadito Durigon – è portare la partecipazione dentro le piccole realtà, spesso più fragili e meno strutturate». Anche Monacelli e Ruggiero hanno insistito sulla necessità di semplificazione normativa e di sostegno alle imprese minori, affinché possano accedere con facilità agli strumenti di welfare e partecipazione. «Abbiamo bisogno che la politica ci aiuti a rendere più semplice ciò che oggi è troppo complesso per una piccola azienda», ha spiegato Ruggiero. Scelza ha ricordato le esperienze associative virtuose: «Il grande può prendere per mano il piccolo, condividendo best practice. Alcune PMI hanno già creato board di giovani che affiancano i vertici aziendali, generando innovazione e motivazione».
Un nuovo patto per il futuro del lavoro
In chiusura, i relatori hanno concordato sul fatto che la legge rappresenta solo l’inizio di un percorso che richiederà tempo, coraggio e collaborazione. «Abbiamo davanti a noi due visioni opposte: una che considera il lavoro una condanna, e una che lo vede come compimento di sé», ha dichiarato Malagola. «La scelta è chiara: il lavoro è dignità, creatività, bene comune». Il Meeting ha così offerto un’occasione unica di dialogo tra politica, imprese e società civile, ribadendo che la partecipazione non è solo un concetto astratto, ma un’esigenza concreta del nostro tempo. «La partecipazione deve diventare esperienza quotidiana nei luoghi di lavoro – ha concluso Seghezzi – perché senza coinvolgimento non c’è futuro per le imprese, né per i lavoratori».







