Rimini, 24 agosto 2026. Ripensare la libertà significa interrogare l’immagine dell’uomo sulla quale sono state costruite istituzioni economiche, politiche e giuridiche, per sostituire alla logica del sospetto organizzazioni capaci di promuovere fiducia, cooperazione e responsabilità. È la proposta formulata da Vittorio Pelligra, professore di Politica Economica all’Università di Cagliari, nell’incontro “Ripensare la libertà per rigenerare la democrazia”, trasmesso in diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana. Guglielmo Mina, dottorando in Filosofia Politica all’Università degli Studi di Milano, ha introdotto la seconda puntata del ciclo “La condizione umana nel tempo delle tecnocrazie e dei nuovi nazionalismi”, curato con Carmine Di Martino e Lorenza Violini. Mina ha richiamato squilibri economici e sfiducia politica: tra il 2000 e il 2024 l’1% più ricco ha raccolto il 41% della ricchezza generata nel mondo, mentre la metà più povera l’1%; in Italia il 10% delle famiglie possiede il 60% della ricchezza e la metà più povera il 7%. Il 70% degli italiani ritiene che il sistema avvantaggi ricchi e potenti e il 60% affida il riscatto a un uomo forte. Per Pelligra, questa nuova questione sociale conferma che «ogni questione sociale è prima di tutto una questione antropologica»: crisi e conflitti nascono da una concezione dell’uomo e da relazioni malate.
La corda della fiducia lega cittadini, giustizia e buon governo
Pelligra ha aperto la lezione con l’Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti. Nell’affresco, dai piatti della bilancia della giustizia scendono due fili raccolti dalla concordia, che li trasforma in una corda affidata ai cittadini e condotta fino al palazzo comunale. Quella corda è la fiducia: il buon governo nasce dal basso, da cittadini uniti da relazioni giuste. «fides è questa corda che ci unisce, che unisce la specie», ha ricordato riprendendo Antonio Genovesi. Le istituzioni sono giuste quando vengono progettate per le persone e prendono sul serio la loro natura. Il richiamo di Papa Leone – «Liberiamo dunque la convivenza dal sospetto» – diventa allora un criterio con cui esaminare le organizzazioni create dall’uomo, che a loro volta plasmano chi le abita. La tradizione moderna ha spesso scelto la premessa opposta: Machiavelli chiedeva al legislatore di presumere gli uomini colpevoli; Hume suggeriva di trattarli come furfanti mossi dall’interesse privato; la teoria giuridica dell’uomo cattivo ha collegato il rispetto del contratto alla previsione della sanzione; alcuni manuali economici descrivono le persone come fondamentalmente amorali. Da questa antropologia derivano istituzioni costruite per controllare, imbrigliare e costringere al bene comune. Il problema non è soltanto se tali regole limitino la libertà, ma quali persone contribuiscano a formare nel tempo.
L’errore di Machiavelli: le regole cambiano le persone che le abitano
Pelligra ha richiamato quello che Samuel Bowles definisce «l’errore di Machiavelli»: le istituzioni influenzano i comportamenti, ma anche i comportamenti modificano le istituzioni; persone e organizzazioni co-evolvono. L’esperimento condotto in dieci asili da Uri Gneezy e Aldo Rustichini lo mostra con chiarezza. In sei strutture fu introdotta una multa crescente per i genitori che arrivavano in ritardo, mentre quattro rimasero come gruppo di controllo. Contrariamente alla previsione, i ritardi aumentarono dove era stata applicata la sanzione. Prima, il rapporto tra genitori e insegnanti era sociale e il senso di colpa limitava il comportamento; la multa lo trasformò in una transazione economica, creando un “mercato del ritardo”. Se il proprio tempo valeva più della tariffa, pagare diventava conveniente. Un esito analogo emerge dal racconto di David Packard sulla General Electric: controlli, scomparti chiusi e perquisizioni comunicavano agli operai che l’azienda li considerava ladri, inducendoli a gareggiare nei furti. In HP, invece, attrezzi e componenti furono lasciati disponibili. «La sfiducia genera opportunismo, la fiducia genera affidabilità», ha sintetizzato Pelligra. Contratti, incentivi e controlli non sono neutrali: modelli riduttivi possono spiazzare motivazioni intrinseche, cooperazione e relazioni sociali, producendo inefficienza e confermando artificialmente il sospetto iniziale in una profezia che si autoavvera.
L’economia civile: felicità pubblica e istituzioni abilitanti
Alla tradizione del sospetto Pelligra ha contrapposto la prospettiva dell’economia civile, sviluppata nell’Illuminismo italiano come scienza della pubblica felicità. L’economia non riguarda soltanto la ricchezza delle nazioni, ma una felicità che nessuno può costruire da solo, perché dipende dalla qualità delle relazioni, dal mercato e dalle istituzioni politiche. Queste ultime devono certamente indicare regole e limiti, ma non possono essere soltanto gabbie regolative: devono diventare abilitanti e generative, aiutando le persone a esprimere comportamenti prosociali. Alla formula hobbesiana homo homini lupus, Genovesi oppone homo homini natura amicus, riconoscendo una forza che orienta gli esseri umani gli uni verso gli altri. Quasi cinquant’anni di studi sulle preferenze sociali mostrano infatti un soggetto molto più complesso dell’homo oeconomicus: sensibile all’equità, capace di reciprocità costosa, altruismo, fiducia e rispetto delle norme sociali, avverso alla disuguaglianza. «Ridurre tutto all’interesse personale, all’interesse individuale, al self-interest, è una caricatura», ha osservato Pelligra. Una progettazione che assuma questa pluralità dispone di strumenti più ricchi di premi, punizioni e controllo. Se le persone rispondono alla fiducia con affidabilità, le organizzazioni devono creare spazi nei quali fiducia, autonomia e riconoscimento possano respirare e far emergere la parte migliore dell’essere umano.
Dall’homo oeconomicus al cercatore di senso
La prospettiva relazionale conduce a un diverso modello di persona. «Noi siamo prima di tutto cercatori di senso», ha affermato Pelligra: gli altri non sono soltanto destinatari del nostro interesse, ma partecipano alla costruzione della nostra identità e del significato delle azioni. Adam Smith, prima che economista filosofo morale, scriveva che la natura ha posto nel cuore dell’uomo qualcosa che rende indispensabile la felicità altrui. Questa concezione interroga direttamente il lavoro. Secondo il rapporto Gallup citato da Pelligra, in Italia soltanto l’11% dei lavoratori è coinvolto nell’organizzazione in cui opera; gli altri sono disinteressati o arrivano a ostacolarne l’attività. Sono segnali di organizzazioni patogene, incapaci di rispondere al bisogno vitale, indicato da Simone Weil, di sentirsi utili agli altri. Occorre passare a imprese intese come reti di relazioni, con gerarchie meno rigide, fiducia e autonomia. La stessa logica riguarda la democrazia: il consenso e le regole devono emergere da processi di deliberazione pubblica nei quali trovino spazio dissenso, argomenti e prospettive differenti. Le istituzioni non devono essere disegnate soltanto intorno a chi trasgredisce, caricando tutti di controlli e sanzioni, ma anche intorno a chi rispetta le norme. Assumere una antropologia plurale amplia la libertà perché moltiplica gli strumenti con cui sostenere comportamenti responsabili, senza ridurre ogni decisione a coercizione o convenienza economica.
Giustizia contributiva e partecipazione paritaria alla vita comune
Un passaggio decisivo riguarda la giustizia contributiva. Lo Stato può chiedere a ciascuno di partecipare alla produzione della ricchezza, ma cittadini e comunità devono chiedere alle istituzioni di essere posti nelle condizioni di contribuire attivamente al bene comune. Disoccupazione, precarietà, finanza speculativa e attività che producono ricchezza distruggendo valore ambientale o sociale negano questa possibilità. «la necessità o il bisogno di sentirsi utili, perfino indispensabili agli altri, è un bisogno vitale dell’anima», ha ricordato Pelligra richiamando Weil. Il contributo permette di ottenere riconoscimento e stima e diventa quindi una questione di giustizia, non soltanto di reddito. Anche la democrazia formale è insufficiente se non assicura una partecipazione paritaria alla vita civile, politica e sociale. Votare non basta: occorrono accesso alla discussione pubblica, informazioni di qualità, istruzione e canali per far sentire la propria voce. Le società segregate, nelle quali centro e periferia non si incontrano, sono democraticamente meno competenti: le élite possono legiferare su problemi che non conoscono e non ricevere riscontri sugli effetti delle decisioni. Rigenerare la democrazia richiede quindi luoghi integrati, relazioni tra differenti e istituzioni che rendano effettiva la possibilità di contribuire. La libertà non è isolamento dall’altro, ma capacità concreta di partecipare alla costruzione della comunità su una base di dignità e riconoscimento.
Regole migliori, cultura e responsabilità per liberare la convivenza
Nel dialogo con il pubblico, Pelligra ha chiarito che ripensare le istituzioni non significa eliminare la regolazione. La realtà economica e giuridica è una costruzione umana e può essere modificata attraverso una progettazione più rispettosa della libertà, anche con strumenti non paternalistici che promuovano comportamenti senza ricorrere sempre a incentivi e sanzioni. Le grandi imprese tendono a concentrare potere e possono diventare oligopoli o monopoli: qui la politica deve intervenire per ripristinare concorrenza ed efficienza, evitando di abdicare davanti alle Big Tech e agli interessi privati transnazionali. Il cambiamento antropologico non consiste nemmeno nell’aggiungere qualche variabile irrazionale al modello dell’individuo auto-interessato. Come nel passaggio da Tolomeo a Copernico, occorre riconoscere che la realtà descritta è differente: l’homo oeconomicus è una semplificazione, non la verità sull’uomo. Norme e cultura agiscono insieme; leggi simili producono esiti diversi perché contano norme sociali, esempio dei pari e racconto pubblico. «l’obiettivo fondamentale delle politiche pubbliche debba essere quello di sviluppare istituzioni capaci di far venir fuori la parte migliore di ogni essere umano», ha concluso Pelligra citando Elinor Ostrom. Ripensare la libertà significa dunque creare condizioni nelle quali apprendimento, cooperazione, affidabilità e responsabilità possano generare risultati più efficaci, sostenibili e giusti, rigenerando dall’interno la vita democratica.







