“Osama. In viaggio verso casa”

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2025 – Non un semplice documentario, ma un racconto corale che intreccia memoria, amicizia e futuro. “Osama. In viaggio verso casa” è il docufilm promosso da Pro Terra Sancta per ricordare la figura di Osama Abtan, archeologo, restauratore, uomo di pace, capace di trasformare la cura delle pietre in un gesto profetico di riconciliazione. La proiezione al Meeting di Rimini, curata da Filmati Milanesi con la regia di Luca Mondellini, ha restituito l’anima di un uomo che ha saputo “vedere lontano” e costruire bellezza anche nei luoghi più dimenticati della Terra Santa. Dopo la visione, un dialogo intenso ha visto la partecipazione del medico Antonio Aloi e di padre Ibrahim Faltas della Custodia di Terra Santa, introdotti da Giacomo Pizzi e moderati da Francesco Cassese.

La genesi del progetto

«Quando si ha a che fare con una vita così ricca, ha spiegato Giacomo Pizzi,  si vorrebbe dire tutto. Abbiamo raccolto oltre 200 ore di interviste e immagini, condensate in 40 minuti. La sfida era non dare per scontati i contesti, perché solo così emerge l’eccezionalità di Osama». Il progetto è nato da un’intuizione di Tommaso Saltini, direttore di Pro Terra Sancta, e ha coinvolto regista, tecnici e collaboratori che, spesso gratuitamente, hanno messo le proprie competenze a disposizione. «Quando chiedevamo perché lo facessero, rispondevano: Perché questa storia è grande e ci tengo che venga raccontata bene». Non solo un tributo a Osama, ma un atto di continuità con la sua opera: il Mosaic Center di Sebastia, le scuole di restauro, i progetti che hanno ridato dignità a luoghi e comunità, sono diventati parte viva di questo racconto.

La visione di Osama: pietre, comunità, futuro

Chi ha conosciuto Osama ricorda la sua capacità di immaginare possibilità laddove gli altri vedevano solo macerie. «Tra le rovine di Betania, ha raccontato Cassese, mi descriveva con passione come quel luogo sarebbe cambiato. Io non vedevo nulla, lui già lo vedeva compiuto. Tornandoci anni dopo, l’ho trovato trasformato esattamente come lo aveva sognato». La sua opera più nota, il Mosaic Center di Sebastia, è nata così: un piccolo laboratorio di mosaici che è diventato occasione di lavoro e di formazione per decine di giovani. Accanto, una Guest House che ha portato turisti e visitatori in un villaggio marginale della Cisgiordania. Il cardinale Pizzaballa, ricordando la sua opera, disse: «È questo il modo con cui si costruisce la pace: prendersi cura dei piccoli particolari, rendere visibile la bellezza che tutti possono guardare». Negli ultimi giorni di vita, Osama si è posto una domanda che risuona come eredità: «Tutto quello che ho fatto meritava la mia vita?». Una domanda che, ha sottolineato Cassese, «vale la pena ripetere ogni giorno a noi stessi».

Antonio Aloi: la “casa” come parola chiave

Il medico Antonio Aloi, già direttore della Cooperazione Italiana a Gerusalemme, ha legato la figura di Osama al tema della “casa”. «Il titolo del docufilm, ha detto, non è casuale: tutta la tragedia della Palestina verte sulla casa. Dal 1948 centinaia di villaggi sgomberati, famiglie costrette all’esilio. Anche la famiglia di Osama ha perso la propria casa. Eppure da quella ferita è nato un uomo capace di costruire luoghi di accoglienza, di bellezza e di lavoro». Aloi ha ripercorso gli inizi della collaborazione tra Osama, il francescano padre Michele Piccirillo e la storica dell’arte Carla Benelli: una “grande avventura” che ha dato vita a progetti di restauro, scuole laboratorio e attività di formazione. «Osama ripeteva: È più facile lavorare le pietre che formare persone consapevoli del loro ruolo. Per questo ha investito sulla formazione, sulla crescita dei giovani, delle donne, delle comunità». La sua apertura lo portava a valorizzare non solo il patrimonio palestinese, ma anche le vestigia di altre culture e religioni. «Mi mostrò un mosaico zodiacale di una sinagoga, ha ricordato Aloi, segno che per lui la storia dei luoghi andava custodita al di là delle appartenenze». Il suo lavoro raggiunse il culmine con la restaurazione dell’Edicola del Santo Sepolcro e del pavimento della Basilica, dove riuscì a far dialogare cattolici, ortodossi e armeni nel rispetto dello Status Quo: «Un’impresa unica, possibile solo grazie alla sua capacità di ascolto e mediazione».

Padre Ibrahim Faltas: un uomo del dialogo e della pace

«Osama, ha detto padre Ibrahim Faltas, non è stato solo un restauratore, ma un uomo del dialogo. Custodire un mosaico, formare un giovane, proteggere una pietra: per lui erano gesti di pace». Ha ricordato i progetti condivisi, dal Monte Nebo a Betania, da Getsemani al Santo Sepolcro. «Anche durante la malattia, continuava a seguire i cantieri, a coinvolgere i giovani, a sognare la ricostruzione». Il francescano ha collegato la testimonianza di Osama alla drammatica attualità della Terra Santa: «Dal 7 ottobre viviamo una tragedia senza fine. Gaza è una ferita nella carne viva dell’umanità: bambini privati di scuola, cibo, cure, ridotti al silenzio e alla paura. Betlemme si svuota di cristiani. Non possiamo voltare lo sguardo». Il suo appello è stato chiaro: «Non siamo davanti a una guerra di religioni. È una tragedia umana. La pace si costruisce con gesti concreti, con il pane condiviso tra musulmani e cristiani, con un mosaico restaurato insieme, con il silenzio rispettoso davanti al dolore. La memoria di Osama ci chiede di non voltare lo sguardo. Restiamo umani».

La voce della famiglia

Clara Brorio, moglie di Osama, e la figlia Alessia hanno voluto ringraziare chi ha reso possibile il docufilm: «È stato importante per noi, ma anche per tutti. Non solo un omaggio a Osama, ma una testimonianza di cosa significhi costruire la pace oggi». Alessia ha definito il Mosaic Center «una seconda casa», segno che l’eredità del padre non è solo professionale ma profondamente familiare e comunitaria.

Una pietra viva per il futuro

Osama Abtan ha saputo incarnare, con la sua vita, il tema del Meeting: Costruire nel deserto con mattoni nuovi. Anzi, con pietre: quelle dei mosaici, delle basiliche, dei villaggi dimenticati. Pietre che nelle sue mani diventavano simbolo di un’umanità nuova, capace di bellezza, dialogo e pace. Come ha concluso Aloi, «Osama è stato uno di quei mattoni nuovi, anzi pietre vive, indispensabili per costruire nel deserto della Palestina una nuova umanità». E il docufilm che lo racconta è già parte di questa costruzione: non solo memoria, ma invito a non voltare lo sguardo e a scegliere ogni giorno la via della cura e della pace.

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