Rimini, 24 agosto 2025 – «Ci sono immagini che gridano la necessità di ricostruire nel deserto, immagini di macerie e di dolore che quasi urlano il bisogno di ripartire». Così è stato introdotto l’incontro con Katerina Gordeeva, giornalista, documentarista e scrittrice russa, vincitrice del Premio Anna Politkovskaja 2022 e autrice di Oltre la soglia del dolore (Edizioni 21 Lettere). In dialogo con il giornalista Davide Perillo, Gordeeva ha portato sul palco del Meeting la voce delle vittime della guerra, mostrando come dietro alle mappe e alle trattative geopolitiche ci siano vite spezzate, famiglie divise, infanzie distrutte. Nata a Rostov-sul-Don, città a pochi chilometri dal confine ucraino, Gordeeva incarna nel suo stesso vissuto l’intreccio di due popoli oggi in conflitto: «Una delle mie nonne era nata in Ucraina ed è morta in Russia, l’altra viceversa. Nel mio cuore ci sono entrambi questi mondi».
Dal giornalismo di Stato alla scelta dell’indipendenza
Dopo anni di lavoro nella televisione russa, con reportage in Cecenia e Afghanistan, Gordeeva ha deciso di lasciare il Paese nel 2014, allo scoppio della guerra nel Donbass. «Tornando a San Pietroburgo, vidi i carri armati passare verso Donetsk. Ho capito che stavano andando a distruggere la mia infanzia, la mia memoria di gioia e di sole. Pensavo che i russi non avrebbero accettato, e invece trovai un silenzio incredibile». Da allora ha intrapreso un percorso indipendente, aprendo un canale YouTube seguito da quasi due milioni di persone e producendo documentari che hanno dato voce a chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle. «Ho deciso di smettere di essere una giornalista lontana da tutto. Non potevo più essere fredda o oggettiva. Ho preso posizione: contro la guerra. Non potevo stare zitta».
Il documentario e il libro: le voci che non si devono perdere
Il suo documentario sulle prime fasi della guerra in Ucraina è diventato la base del libro Oltre la soglia del dolore, che raccoglie ventiquattro testimonianze di civili, volontari, donne e uomini travolti dall’invasione. «Avevamo perso parte delle riprese – ha raccontato –. Mi sembrava di perdere anche le persone stesse. Svetlana Alexievich mi disse: “Scrivi un libro, non dimenticare quelle voci”. E così ho fatto». L’intento non era ricostruire strategie militari o cronache geopolitiche, ma restituire il volto umano della guerra: «Un giorno, la storia sarà studiata nei libri attraverso le voci delle persone in guerra, non solo con i documenti ufficiali. È questo che ho cercato di fare».
La guerra vista dalle donne
Una parte significativa del libro raccoglie voci femminili. «Gli uomini sono al fronte. Le donne, come spesso è accaduto nel mondo sovietico, portano sulle spalle il peso della guerra, della famiglia, della sopravvivenza. Sono loro a custodire i figli, a ricominciare quando tutto è distrutto». Gordeeva ha ricordato il retaggio di generazioni segnate da guerre e repressioni: «Ho capito tardi che mia madre non mi aveva mai abbracciato. Non lo aveva fatto perché lei stessa non era mai stata abbracciata. Mia nonna non aveva ricevuto carezze, perché sua madre era stata arrestata a sette anni. Ci sono quattro, cinque generazioni di donne che hanno perso l’esperienza elementare dell’affetto. Questo aiuta a capire la Russia di oggi, dove persino le madri possono accettare di mandare i figli in guerra in cambio di denaro e stabilità».
Storie di dolore e resistenza
Dal palco sono risuonate storie impressionanti. C’è Julia, che vive con una scheggia conficcata alla base del cranio; una madre incinta fuggita con una figlia piccola, che in un’esplosione perde marito e bambina; rifugiati che non desiderano “una nuova vita” altrove, ma solo il ritorno a ciò che avevano. «La mancanza più grande non è solo la casa distrutta – ha detto Gordeeva – ma la vita quotidiana rubata: stendere i panni, giocare in cortile, abbracciare i propri figli». Colpisce anche la capacità di alcune vittime di trovare ancora spazio per l’amore: «Una giovane madre ucraina, rimasta sola, ha incontrato in Canada un volontario russo. Da quella relazione è nato un nuovo figlio. È il segno che l’umanità, a volte, sa trasformare anche l’inaccettabile».
Il peso della responsabilità e il silenzio russo
Gordeeva non nasconde il senso di colpa: «Mi sento responsabile perché ero una giornalista conosciuta. Ho fatto tanto, ma potevo fare di più. Oggi consegno ai miei figli un mondo peggiore di quello che ho ricevuto». Sul presente della Russia, ha spiegato: «Il principio che regge il Paese oggi è la paura. Le persone hanno timore persino di cercare informazioni o guardare un video. Non sappiamo quanti siano davvero con Putin e quanti contro. Più di tremila persone sono in carcere per motivi politici: basta un foglio bianco mostrato in piazza, un simbolo di pace fatto con melanzane in un supermercato, una frase detta a scuola». Tra i casi ricordati, quello dell’amica e poetessa Evgenia Berkovich, condannata a sei anni e mezzo di prigione: «La sua colpa è non aver fatto finta che niente fosse accaduto. Continua a scrivere poesie e a testimoniare la verità. Ma ora pesa 39 chili, sta morendo. La nostra responsabilità è non lasciarla sola».
Amore e misericordia come risposta alla distruzione
Alla domanda su cosa abbia imparato in questi anni di reportage, Gordeeva ha risposto senza esitazioni: «Ho scoperto quanto possa essere forte l’amore. L’amore inteso come misericordia, come capacità di perdonare non una persona in particolare, ma il mondo che ti ha fatto tanto male». Un episodio, raccontato con emozione, ha colpito la platea: la figlia di Gordeeva, vedendo un’amichetta rifugiata piangere per la casa bombardata, le aveva promesso di condividere tutto, dal letto ai vestiti. «La bimba scoppiò in lacrime gridando: non voglio perdere la mia casa! Poi scrisse sulla sua gamba: vi prego, non bombardate la casa di Tania. Quella frase era una preghiera di pace più vera di tante dichiarazioni politiche».
Il coraggio di testimoniare
Davide Perillo ha evidenziato come il lavoro della giornalista russa sia un “mattone nuovo” per ricostruire ponti di dialogo: «Ci hai fatto capire quanto siano decisive le testimonianze, quanto sia necessario usare le parole con delicatezza e verità». Gordeeva ha concluso indicando nell’amore l’unico punto fermo: «Non vedo grandi speranze per un futuro immediato, ma so che l’amore resta. È l’amore che ci permette di continuare a vivere, di non cedere alla disperazione».
Mattoni di speranza nel cuore ferito del presente
Il racconto di Gordeeva si intreccia con lo spirito del Meeting: nel deserto della violenza e della guerra, la testimonianza di chi non tace diventa un seme di ricostruzione. «Raccontare – ha detto – è l’unico modo per non lasciare che la storia venga scritta solo dai vincitori. È un atto di giustizia verso chi ha perso tutto, e un invito alla responsabilità per chi ascolta». In una sala gremita, il pubblico ha accolto con un lungo applauso la giornalista che, con coraggio e umanità, ha oltrepassato la soglia del dolore per trasformarla in memoria viva e in speranza condivisa.







