Rimini, 21 agosto 2026. Le dipendenze non sono soltanto un’emergenza sanitaria: interrogano il biso-gno umano di appartenere, trovare un senso ed essere amati. È la prospettiva emersa nell’incontro «Oltre la dipendenza. La forza delle relazioni», organizzato da Cdo Opere Sociali. Sono intervenuti Simone Feder, edu-catore e psicologo, coordinatore dell’Area Giovani e dipendenze della comunità Casa del Giovane di Pavia e tra i fondatori di Team Rogoredo; Norma Heredia, suora di Carità di Nostra Signora del Buono e Perpetuo Soccorso; Eva Pagano, direttore terapeutico della Fondazione San Gaetano. Ha moderato Matteo Ferracin, vicepresidente di Cdo Opere Sociali. Introducendo il dialogo, Ferracin ha richiamato i dati della relazione annuale al Parlamento: tra i giovani dai 15 ai 19 anni, il 39 % dichiara di avere provato almeno una sostanza illegale nella vita e il 26 % nell’ultimo anno; oltre 470 mila adolescenti hanno assunto psicofarmaci senza prescrizione, 1,6 milioni di studenti hanno giocato d’azzardo e 370 mila presentano un uso problematico di internet. Il fenomeno è ormai diffuso e trasversale, coinvolge sostanze e comportamenti, scuole, famiglie e luoghi di lavoro. La dipendenza può diventare un’automedicazione dell’esistenza: si ricorre a sostanze, schermi o farmaci per reggere la prestazione, dormire, non sentire ansia e solitudine. Per questo, ha osservato Ferracin, «il contrario della dipendenza non è l’astinenza»: è una relazione capace di restituire senso alla vita e di continuare a vedere la persona quando lei riesce a vedere soltanto la propria dipendenza.
Pagano: riconoscere il confine tra uso e dipendenza patologica
Eva Pagano ha distinto la dipendenza, condizione costitutiva dell’essere umano, dalla dipendenza patolo-gica. Il percorso può cominciare con un uso occasionale, passare all’abuso e alla tolleranza, fino alla necessità di aumentare la quantità per ricercare lo stesso effetto. Le sostanze oggi disponibili sono più potenti e chimi-camente trasformate; crescono inoltre l’uso improprio di farmaci e le dipendenze comportamentali, più difficili da riconoscere perché non producono sempre un’alterazione immediatamente visibile. Nella dipendenza da social, smartphone e videogiochi i sintomi di astinenza possono comprendere irritabilità, ansia, noia, senso di vuoto, disturbi del sonno e calo del rendimento scolastico. Pagano ha riferito che i servizi per le dipendenze del Veneto stanno aprendo protocolli per la presa in carico dei disturbi comportamentali e ha richiamato la segnalazione di ragazzi con sintomi di astinenza dopo la sottrazione dello smartphone. Cambia così anche la domanda terapeutica: non si può operare con i modelli di dieci o vent’anni fa. Le ricerche presentate suggeri-scono possibili trasformazioni nel rapporto con il corpo, nell’autostima e nella costruzione dell’identità; la relatrice ha però precisato che una correlazione tra bassa autostima e uso intenso dei social non dimostra di per sé un rapporto causale. La questione richiede quindi studio, prudenza e un aggiornamento continuo dei modelli di cura, evitando risposte semplicistiche davanti a fenomeni che toccano dimensioni profonde della persona.
Chatbot e social: dall’illusione empatica a un uso terapeutico
Una particolare attenzione è stata dedicata ai chatbot e alla delega emotiva e cognitiva all’intelligenza artificiale. Pagano ha citato una ricerca di Save the Children del 2025 secondo la quale un adolescente su tre preferirebbe confidarsi con un chatbot anziché con amici reali; il 41 % dei giovani tra i 15 e i 19 anni cerche-rebbe conforto nell’IA per ansia o solitudine e oltre la metà attribuirebbe elevata affidabilità ai consigli algo-ritmici. L’attrattiva è evidente: il chatbot è sempre disponibile, non giudica, ascolta e conferma. Il rischio è però un’“illusione empatica” che indebolisce le competenze sociali e confonde le aspettative rivolte alla rela-zione reale. Anche le filter bubble, proponendo contenuti coerenti con interessi e convinzioni già esistenti, possono chiudere la persona in uno spazio privo di confronto con idee nuove. La tecnologia, tuttavia, non è stata presentata soltanto come minaccia. Nella Fondazione San Gaetano la videogame therapy viene utilizzata anche con ragazzi nello spettro autistico e con altre neurodivergenze: il gioco può offrire un ambiente control-lato nel quale esercitare l’approccio alla relazione, per poi trasferire l’esperienza nella realtà. Il criterio è non asservire la persona allo strumento, ma usare lo strumento per migliorare la capacità di scegliere, creare e desiderare. «Non abbiamo persone da riparare, ma persone da incontrare», ha concluso Pagano, invitando gli adulti a custodire l’interiorità, recuperare relazioni autentiche e corporee e riconoscere che il valore di ogni essere umano precede ciò che produce o realizza.
Rogoredo: giovani dimenticati, non invisibili
Simone Feder ha raccontato l’origine del Team Rogoredo. Nel 2017 fu la figlia a domandargli come po-tesse occuparsi da anni di disagio senza avere visto ciò che accadeva vicino a casa. La sera stessa Feder entrò nel bosco e si chiese: «Perché non ho visto prima?». I ragazzi incontrati non sono invisibili, ha spiegato, ma persone dimenticate, spesso cresciute senza opportunità e dentro legami familiari spezzati. Il disagio attraversa classi sociali ed età diverse; nel bosco arrivano anche quindicenni e sedicenni, giovani stranieri segnati dallo sradicamento e ragazzi che hanno ancora una casa o frequentano la scuola. A unirli è una solitudine che non coincide con l’essere fisicamente soli: è il vuoto prodotto anche da un eccesso di aspettative adulte e dall’as-senza di qualcuno disposto a entrare nella loro difficoltà. Dietro ogni comportamento che spaventa rimane una storia da rispettare, non da giudicare. Per raggiungerla occorre uscire dai setting consueti e portare la comunità nei “non-luoghi”, trasformandoli attraverso la relazione. «L’aggancio è già cura», ha affermato Feder. Il per-corso richiede silenzio, lavoro su di sé, capacità di accettare i tempi dell’altro e di reggere la frustrazione: per accompagnare Dylan in comunità sono stati necessari quattro anni. Cibo, acqua e una presenza ripetuta diven-tano l’inizio di un legame; anche un ristoratore, coinvolto dall’esperienza, da quattro anni offre ogni settimana panini, acqua, yogurt e tè e va personalmente a servirli. La cura genera così una comunità più ampia di opera-tori, volontari e cittadini che rifiutano l’indifferenza.
I luoghi di cura devono uscire e andare incontro
L’esperienza della strada obbliga anche servizi, comunità terapeutiche e università a cambiare. Feder ha chiesto una formazione capace di preparare professionisti a sostenere l’urto del disagio contemporaneo: se la relazione è l’arma decisiva, servono competenze e un profondo lavoro umano su di sé. Ha ricordato Matteo, incontrato una sera nel bosco in condizioni gravissime. Dopo essere stato accompagnato alla stazione in attesa dell’ambulanza, il giovane gli domandò se gli angeli esistessero davvero; Feder non trovò parole e gli strinse la mano. Matteo morì quindici giorni dopo. «Chi ha incrociato certi sguardi non può dimenticare», ha detto: entrare nella sofferenza dell’altro cambia anche chi accompagna. Rogoredo è inoltre un osservatorio sulle trasformazioni del consumo: la diffusione del crack, il rischio legato al fentanyl e l’uso di sostanze nuove
richiedono analisi tempestive, risorse e reti internazionali di conoscenza. Molte persone che entrano ed escono dal bosco più volte al giorno non arrivano spontaneamente ai servizi; sono quindi i servizi a doverle raggiun-gere. Nella sintesi conclusiva Feder ha indicato la sfida: «Per troppo tempo abbiamo pensato che i luoghi di cura dovevano attendere. Oggi i luoghi di cura devono andare». Nessuno è irrecuperabile e in ciascuno rimane una parte bella da cercare. La risposta non può essere affidata soltanto agli addetti ai lavori, ma deve coinvol-gere una comunità educante capace di trasformare disponibilità e solidarietà in una presenza competente e continuativa.
Hogar de Cristo: “Ho una famiglia per te”
Norma Heredia ha presentato la Familia Grande dell’Hogar de Cristo, nata diciotto anni fa nelle periferie più povere di Buenos Aires. Durante un Giovedì Santo don Pepe Di Paola raccontò all’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio di avere accolto in parrocchia ragazzi dipendenti dalla droga, esclusi dalle proprie famiglie e destinati altrimenti alla strada, al carcere o al cimitero. Bergoglio rispose che la comunità doveva farsi carico del dolore dei suoi figli. Da quella indicazione nacquero luoghi di incontro e case raggiunte attraverso un invito semplice: «Ho una famiglia per te, vieni». Coloro che avevano già compiuto un percorso diventarono accom-pagnatori alla pari: persone passate attraverso lo stesso vuoto e capaci di testimoniare dall’interno una possi-bilità di salvezza. Professionisti, religiosi e volontari si aggiungono successivamente, ma il primo dono è una famiglia. Heredia ha raccontato Marcos, fuggito da bambino da una casa violenta e vissuto con il fratello sotto un ponte. Non conosceva la propria data di nascita, non aveva documenti, non aveva mai festeggiato un com-pleanno né mangiato attorno a un tavolo. Nell’Hogar de Cristo il primo compleanno, con regali, abbracci e il canto di auguri, gli restituì simbolicamente e realmente la sua identità. La ferita più profonda non era soltanto la sostanza, ma l’assenza dell’esperienza di essere amato, riconosciuto e chiamato per nome. Quando la rela-zione restituisce nome e presenza, ha spiegato Heredia, il vuoto può diventare lo spazio di un nuovo inizio.
Trasformare il dolore in comunità
La seconda storia portata da Heredia riguarda una bambina di nove anni che fuggiva dall’aula perché abi-tuata a trascorrere le giornate fuori casa; frequentava la scuola soprattutto per mangiare e stare al caldo. L’in-contro con lei condusse alla madre, gravemente dipendente dalla cocaina e incapace di occuparsi da sola dei figli. Entrata in una casa con altre donne segnate dalla stessa sofferenza, la madre poté riscoprirsi donna, madre e persona degna. La “salvezza”, ha precisato la religiosa, è concreta: aiutare qualcuno a uscire da una condi-zione dalla quale da solo non può liberarsi. Nell’Hogar de Cristo non esistono piani unici o percorsi lineari. Una madre di famiglia può insegnare a preparare la colazione, coprirsi quando fa freddo, cucinare e condivi-dere la giornata; un accompagnatore alla pari coordina la casa; sacerdoti, religiose, assistenti sociali e medici offrono ciò che compete a ciascuno. La domanda iniziale non riguarda classe sociale o credo, ma il dolore della persona. «Nessuna vita è perduta quando c’è una comunità disposta a accompagnare», ha affermato He-redia. Guardando al futuro, ha chiesto una conversione dello sguardo che non frammenti l’essere umano e ponti tra Chiesa, società civile e istituzioni, affinché tutti abbiano accesso a scuola, casa, terra e lavoro. La sfida decisiva è «trasformare il dolore in comunità»: contro l’illusione del “fai da solo”, la comunità non è un complemento della terapia, ma il luogo nel quale la relazione guarisce e restituisce appartenenza, dignità e responsabilità.







