Ogni uomo al suo lavoro

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2025 – «Ogni uomo al suo lavoro» è il titolo della mostra e dell’incontro organizzato al Meeting di Rimini dalla Compagnia delle Opere e dalla Fondazione Meeting, che prende spunto dal verso di T.S. Eliot scelto come titolo generale dell’edizione. Un’iniziativa che non solo presenta un percorso espositivo ma diventa occasione per riflettere sul senso del lavoro in un’epoca caratterizzata da profondi cambiamenti: record occupazionale in Italia, nuove tecnologie, crescente insoddisfazione dei lavoratori e il bisogno sempre più avvertito di ritrovare significato e motivazione. La mostra nasce dal cammino avviato lo scorso anno con il Manifesto del buon lavoro, che ha generato incontri in tutta Italia e un dialogo con imprese, collaboratori e giovani, evidenziando domande cruciali: perché lavoro? Per chi? Con chi? Come posso trovare soddisfazione e senso in ciò che faccio?

La sfida del senso del lavoro

L’incontro di presentazione della mostra ha subito chiarito l’obiettivo: non fornire ricette, ma creare uno spazio di domande, riflessioni ed esperienze concrete. Andrea Dellabianca, presidente Compagnia delle Opere, introducendo i lavori, ha ricordato che il contesto italiano registra oltre 24 milioni di occupati, ma parallelamente emergono fenomeni come insoddisfazione diffusa, quiet quitting e fatica esistenziale. «Il lavoro – ha detto – non è solo strumento di reddito, ma parte integrante della traiettoria di crescita personale e della soddisfazione di vita».

Francesco Seghezzi: dati e prospettive

Il primo intervento è stato affidato a Francesco Seghezzi, Presidente di ADAPT, che da anni analizza i dati del mercato del lavoro. Seghezzi ha tracciato uno scenario preciso: «Oggi di lavoro si parla sempre più nel dibattito pubblico, ma in una dimensione diversa, più personale ed esistenziale. Il lavoro viene spesso percepito come fatica, sofferenza, un dovere necessario per poter vivere altrove. Il fenomeno del quiet quitting, il fare il minimo indispensabile, esprime questa realtà: il lavoro non è più considerato luogo centrale di realizzazione. Eppure questa crisi è in realtà un’occasione: la domanda di senso riaffiora con forza e ci costringe a chiederci quale sia il significato autentico del lavorare». Seghezzi ha sottolineato come le trasformazioni tecnologiche e la crisi dell’offerta abbiano reso più facile cambiare occupazione, ma allo stesso tempo abbiano indebolito i legami di motivazione profonda. «La relazione con chi si lavora – ha aggiunto – diventa oggi decisiva per restare e per ritrovare soddisfazione».

Fabio Sala: la mostra come percorso condiviso

Fabio Sala, manager e ingegnere impegnato nella progettazione della mostra, ha raccontato la genesi del percorso espositivo: «Non volevamo analisi astratte, ma un luogo di dialogo. Il lavoro non è una parentesi della vita: è parte integrante della nostra soddisfazione e realizzazione. Per questo abbiamo raccolto esperienze di professionisti, insegnanti, fisioterapisti, imprenditori e giovani». La mostra è stata strutturata intorno a tre domande fondamentali: per chi e per cosa lavoro, con chi lavoro, come lavoro. Fabio ha sottolineato: «Queste domande accompagnano ogni decisione quotidiana e aiutano a non essere miopi. Le risposte emergono dai contributi video e dalle testimonianze raccolte, ma soprattutto dal dialogo tra visitatori e curatori». Ha poi ricordato una frase di don Giussani che spesso citava don Fabio Baroncini: «Siete chiamati a rendere più umani i luoghi dove lavorate».

Giacomo Frigerio: un’impresa fondata sulle relazioni

Un contributo particolarmente concreto è arrivato da Giacomo Frigerio, fondatore dell’agenzia di comunicazione Blossom. «Ho iniziato senza pensare di fare l’imprenditore – ha raccontato – ma con il desiderio che chi lavorava con me fosse felice. La nostra azienda è cresciuta fino a 70 persone, ma il centro resta lo stesso: mettere la persona al centro, costruire rapporti veri, guardarsi in faccia. Abbiamo scelto responsabili non solo per le competenze, ma per l’entusiasmo e la capacità di coinvolgimento. L’intelligenza artificiale è entrata in azienda come strumento di supporto, non di sostituzione: serve a liberare energie per favorire dialogo e collaborazione. Il welfare non è un elenco di benefit, ma un contesto in cui ciascuno si senta valorizzato». Giacomo ha concluso sottolineando: «Il rapporto umano è la vera ricetta vincente».

Anna Zattoni: dal welfare al wellbeing

Anna Zattoni, presidente di Jointly, ha offerto la prospettiva di chi si occupa professionalmente di benessere organizzativo. «In dieci anni è cambiato tutto: se prima il welfare aziendale era legato a incentivi economici, oggi le aziende hanno capito che la priorità è il benessere complessivo delle persone. Parliamo di benessere fisico, psicologico e relazionale. I dati ci dicono che l’80% degli imprenditori lo considera una priorità, ma solo uno su dieci lavoratori dichiara di stare bene. Questo equivoco nasce da un approccio troppo calato dall’alto. Servono strumenti di ascolto continuo, coinvolgimento diretto e formazione dei manager. Solo così si trasforma un benefit tecnico in vera cultura aziendale di benessere».

Don Paolo Prosperi: il lavoro come generazione e gratuità

La riflessione si è arricchita con l’intervento di don Paolo Prosperi, docente e sacerdote. «La crisi che viviamo è innanzitutto crisi di senso. Il lavoro oggi è percepito spesso come pura fatica, simile all’idea pre-cristiana che lo relegava a dovere per gli schiavi. Ma il cristianesimo ha cambiato questa prospettiva: il lavoro diventa generazione, partecipazione all’opera creatrice di Dio. L’uomo è fatto per generare bellezza e bontà attraverso il suo lavoro». Don Paolo ha sottolineato come la gratuità non sia un moralismo, ma coincida col compimento di sé: «Quanto più mi dono, tanto più trovo soddisfazione. Per questo la dimensione del con chi lavoro è essenziale: siamo fatti a immagine di un Dio che è relazione e reciprocità. Anche nel lavoro, l’amicizia e la collaborazione diventano fattori decisivi di motivazione e produttività».

Conclusioni e prospettive

L’incontro si è chiuso rilanciando la sfida: continuare il dialogo oltre la mostra, dare spazio alle domande emerse, creare luoghi di confronto nelle imprese e nelle comunità. Il QR code posto al termine del percorso espositivo permette ai visitatori di lasciare contributi e contatti per proseguire insieme il lavoro. «Ogni uomo al suo lavoro» non è quindi solo un titolo evocativo, ma un invito a ciascuno a riscoprire il valore del proprio impegno quotidiano come occasione di crescita, generazione e speranza. Come ricordato dagli organizzatori, «il Meeting è un luogo che genera dialoghi, che sostiene la fiducia e che testimonia che la speranza è possibile, anche nel cuore ferito del presente».

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