Rimini, 25 agosto 2026. La speranza per l’Ucraina è nell’amore che abita i cuori, nelle tradizioni delle famiglie ucraine e nello sviluppo della cultura, senza lasciarsi dominare dall’odio. Questa la sintesi dell’incontro del Meeting di Rimini “Una speranza per l’Ucraina” in cui Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, ha intervistato S.E. Mons. Pavlo Honcharuk, vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia dei Latini e Yaryna Grusha, professoressa di Lingua e Letteratura ucraina, Università degli Studi di Milano, autrice di L’Album blu (Ed. Bompiani).
Grusha: l’Ucraina resiste per la tradizione delle famiglie ucraine
Grusha, che dopo l’incidente di Chernobyl è stata ospitata una famiglia italiana e risiede ora in Italia, ha di recente pubblicato il romanzo “L’album blu”, come tentativo di far conoscere al pubblico la cultura ucraina, dopo la constatazione che le ragioni della resistenza ucraina all’invasione russa su larga scala non venivano ben comprese. La protagonista del romanzo incontra la cultura italiana tramite la musicalità della canzone italiana e decide di venire a risiedere in Italia. Il romanzo intreccia la storia di amore ed amicizia di 4 persone con le storie delle famiglie ucraine. È qui che ha le radici la resistenza ucraina, secondo Grusha, da storie punteggiate da eventi emblematici (1932-33 la carestia provocata, 1937-38 le purghe staliniane, poi la seconda guerra mondiale poi l’incidente di Chernobyl finalmente l’indipendenza dell’Ucraina). Grusha motiva la scrittura del romanzo con la decisione di ridurre la distanza tra la cultura italiana e quella ucraina, così da guadagnare terreno sulla propaganda e sulle false notizie. Due esempi di cosa intenda per cultura: per le famiglie ucraine significa raccontare come ognuno celebrasse in incognito il Natale prima del 1991 sotto il regime automatico, mentre la protagonista del romanzo resta colpita da come le famiglie italiane avessero ognuna il preciso ricordo di cosa accadde loro dopo l’incidente di Chernobyl, il 23 aprile 1986. Il diverso sguardo sul valore della persona in una nazione democratica come l’Italia di fronte al disastro di Chernobyl concretizza la differenza con la modalità di gestione dell’incidente nell’Ucraina allora parte dell’Unione Sovietica, priva di ogni attenzione alla salute delle persone.
Incremento dei Festival culturali come parte della resistenza ucraina
Anche il rinnovato interesse per le manifestazioni culturali in Ucraina è la via scelta dal popolo ucraino per ricercare le ragioni dell’invasione, già da quella del 2014. Poesia, letteratura, teatro e musica diventano strumento per comprendere le proprie radici e raccontare se stessi in Festival culturali sempre affollati. Anche l’editoria continua a riscuotere interesse, nonostante case editrici e tipografie subiscano crescenti danni dai bombardamenti. Mentre durante il regime autocratico non era possibile fare domande per il clima di sospetto reciproco, ora cresce il desiderio degli ucraini di raccontarsi. “Anche nelle zone lontane dalle città e dal fronte, come in un tour in 12 villaggi e cittadine nella regione di Poltava”, aggiunge Grusha, “abbiamo riscontrato grande interesse per la letteratura e il confronto reciproco”, mentre nelle città festival e concerti si tengono nei sotterranei e nelle stazioni della metropolitana. La ragione di questo fermento culturale è stare vicino alle persone, non farle sentire abbandonate perché non si sentano di coincidere con la fatica della resistenza quotidiana. È un’occasione di riscoprire la propria identità e guadagnare energia per resistere anche il giorno dopo. Esempi di resistenza sono la scrittrice Viktorija Juriїvna Amelina, attiva come investigatrice sui crimini di guerra con il gruppo Truth Hounds e altre 15 donne, di cui Amelina aveva iniziato a scrivere le storie in un libro. Amelina è morta dopo l’attacco missilistico del 27 giugno 2023 a Kramatorsk. Il suo libro incompiuto è stato pubblicato in diciotto Paesi e gli amici hanno istituito una borsa di studio a suo nome. “Cerchiamo di trasformare la sua memoria in un verbo, ossia in un’azione concreta”, ha detto Grusha: una testimonianza di come la perdita possa generare responsabilità e continuare a produrre cultura. “Per questo”, conclude Grusha, “mi sento rincuorata dal costante interesse di Europa e Italia sulle traduzioni ucraine, sostenuto anche dal lodevole lavoro dei cronisti italiani in zone di guerra”.
Honcharuk: se l’odio abitasse i nostri cuori avremmo già perduto noi stessi
Honcharuk non nasconde i rischi che corrono: “Ogni giorno cerchiamo di sopravvivere; per questo siamo sempre in ascolto di ciò che accade. Scherzando, diciamo che un giorno avremo delle enormi orecchie”. Va dritto al punto che ritiene essenziale, nonostante anche la scorsa notte la sua città di Kharkiv abbia subito un attacco missilistico. “Non siamo abitati dall’odio perché l’odio uccide chi odia e chi odia non sopravviverà. Se gli ucraini avessero odio avrebbero già perduto” ha commentato. Honcharuk ha spiegato che gli ucraini non permettono che l’odio avveleni il loro pensiero e porti via la pace, mentre la loro forza è l’amore per il loro popolo, e la decisione di difenderlo. Il rischio evocato da Honcharuk è sotto gli occhi di tutti: infatti, i popoli che la Russia ha conquistato sono stati trasformati in combattenti contro di loro, e così accadrebbe all’Ucraina; diventerebbe un organismo per combattere contro Moldavia, Romania e Polonia. Quanto ai giovani, Honcharuk li vede maturare molto in fretta, tanto più quanto sono vicini al fronte. I bambini che nel 2014, al tempo della prima invasione avevano 10 anni, oggi, a 22 anni sono molto attivi nei gruppi di difesa. Anche se nell’esercito ucraino ci sono 1 milione di soldati, non si sa esattamente quanti siano i morti, ma già in un cimitero con 4 settori di 770 caduti ciascuna Honcharuk vede la storia di una famiglia dietro ciascuno di essi: “Vidi un bambino seduto su una tomba, mi avvicinai e gli chiesi quanti anni avesse; 10 – rispose – e vengo dal papà a raccontargli come sto”. Questa relazione con i padri in guerra stimola la creazione di disegni nelle scuole, consegnati nelle trincee per rincuorare i soldati. Honcharuk vede negli occhi dei giovani che già si sono assunti la responsabilità per il loro paese e sanno già cosa faranno per ricostruirlo. Resta quindi il desiderio di pace che secondo Honcharuk viene dall’essere cristiani. “È la nostra cultura”, prosegue riallacciandosi all’intervento di Grusha, “il nostro modo di essere è rispetto per gli altri e diritto di difenderci. Se la Russia volesse la pace, basterebbe interrompere gli attacchi. Tuttavia, se io non posso cambiare il mondo, solo io posso decidere che l’amore abiti il mio cuore” ha concluso.
La metafora dell’autobus: l’amore alla guida delle emozioni
Su diretta domanda di Scholz, Honcharuk ha ripreso la metafora dell’autobus per rispondere alla domanda sul perdono, che ha tre tappe: perdono, scuse e riconciliazione. Il perdono va prima richiesto, mentre la riconciliazione avviene dopo un chiarimento. Occorre un cuore pieno, perché analogamente a come il suono non si propaga nel vuoto, così un cuore vuoto non sente il grido dell’altro ed è il motivo di tutte le guerre. Nell’autobus che è il cuore sono seduti la rabbia, il dolore, ma al volante ci deve stare l’amore che viene da Dio. “Così chiedo a ognuno che il vostro autobus sia guidato dall’amore e, anche se tutto è intorno caos, tenete saldo il volante fra le mani” ha commentato. Scholz, a chiusura dell’incontro ha evidenziato come la testimonianza di Honcharuk sia una esemplificazione concreta del titolo del Meeting, che non è stato ideato per ignorare le guerre e gli orrori dell’oggi, ma proprio perché l’amore non si impone, chiede di essere accolto e trasforma chi lo accoglie. La speranza raccontata da Grusha e Honcharuk nasce da questa libertà: custodire la memoria, raccontare la propria identità, accompagnare chi soffre, preparare la ricostruzione e non cedere il volante all’odio. È una speranza esposta alle sirene e ai missili, ma capace di mantenere l’umano al centro e di aprire il presente a un futuro di pace.







