Rimini, 23 agosto 2026. Il disagio giovanile non può essere affidato esclusivamente alla risposta sanitaria: ansia, depressione, ritiro sociale, autolesionismo, disturbi alimentari e dipendenze attraversano la vita quotidiana e, in questo, famiglia, scuola e comunità sono chiamate a costruire un’alleanza. Questo il tema al centro dell’incontro “Non da soli”, realizzato in collaborazione con Medicina e Persona e Portofranco. Mario Ballantini, psichiatra e già direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze di Sondrio, ha moderato il dialogo con Luca Luigi Ceriani, psicologo e psicoterapeuta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Marco Crepaldi, psicologo e presidente dell’Associazione Hikikomori Italia ETS; Marcello Tempesta, professore di Pedagogia Generale e Sociale all’Università del Salento e autore di una ricerca su Portofranco. Ballantini ha richiamato l’aumento delle problematiche psichiche in età sempre più precoci e ha collocato il fenomeno dentro una transizione più ampia: indebolimento dei legami familiari ed educativi, prevalenza di relazioni virtuali, ritmi di vita logoranti e cultura individualista e competitiva. Di fronte alla crisi di autorevolezza degli adulti, la constatazione della propria inadeguatezza non deve produrre colpa o rinuncia, ma diventare il primo passo per uscire dalla solitudine. La prevenzione richiede, ha spiegato, servizi sanitari e sociali di prossimità, legami comunitari e sostegno attivo alla genitorialità e alla responsabilità educativa.
Hikikomori, il ritiro che le famiglie contengono in silenzio
Crepaldi ha descritto l’hikikomori, termine giapponese traducibile come isolamento o ritiro sociale, attraverso l’esperienza di un’associazione nazionale che riunisce tra cinquemila e diecimila nuclei familiari. Secondo la stima riferita dal relatore, in Italia il fenomeno potrebbe riguardare almeno duecentomila giovani, mentre per la forma più moderata – ragazzi che frequentano la scuola ma restano isolati nel resto del tempo – ha richiamato dati dell’Istituto Superiore di Sanità e del CNR compresi tra cinquantamila e settantamila casi. Il ritiro può infatti evolvere dall’assenza di relazioni fuori dalla scuola all’abbandono di studio e lavoro, fino alla chiusura nella camera da letto. La reazione coercitiva, ha ammonito, tende ad aggravare la situazione: minacce, imposizioni e distacco da internet non restituiscono automaticamente ai ragazzi una ragione per uscire. «Questi ragazzi hanno paura», ha affermato Crepaldi: del giudizio, dei voti, del bullismo, del confronto con i coetanei e della possibilità di non essere all’altezza. Il digitale può aumentare ansia sociale e pressione prestazionale, ma non costituisce da solo la causa del problema. Il paradosso è che molti giovani si isolano perché si sentono soli proprio quando stanno con gli altri. Le famiglie fanno da argine a una sofferenza spesso invisibile e, se ricevono consigli colpevolizzanti o inefficaci, rischiano a loro volta di ritirarsi e vergognarsi.
Ritrovare un perché e costruire l’alleanza
La domanda che i ragazzi rivolgono agli adulti è radicale: «Perché devo farlo? Perché?». Scuola, lavoro e partecipazione sociale non vengono più accettati soltanto perché rappresentano tappe prescritte; occorre incontrare qualcosa che rimetta in movimento il desiderio e restituisca senso. Dall’esperienza dell’associazione, ha spiegato, si esce dal ritiro attraverso ascolto, comprensione ed empatia, senza ridurre la fragilità a debolezza individuale. I ragazzi chiedono alla scuola non solo informazioni, ormai disponibili ovunque, ma un aiuto per imparare a vivere e stare nel mondo. Hikikomori Italia ha attivato circa ottanta gruppi di auto-mutuo-aiuto per genitori, nei quali le famiglie possono confrontarsi e costruire un’alleanza con i figli. Anche l’intervento psicologico incontra infatti un limite se il giovane non apre la porta e non riconosce una relazione affidabile. La comunità è decisiva pure nel momento della ripartenza: dopo anni di isolamento, il “buco” nel curriculum scolastico, lavorativo e sociale può trasformarsi in stigma e rafforzare la convinzione di non poter più rientrare. Per Crepaldi, la risposta consiste nel costruire «una società dove chi rimane indietro e chi non riesce a tenere questo ritmo delle tappe della vita senta comunque sempre la possibilità di ricominciare».
I ragazzi, sismografi di un cambiamento d’epoca
Tempesta ha proposto di leggere il disagio giovanile nella sua natura complessa e multifattoriale, evitando sia la patologizzazione di un’intera generazione sia la riduzione della risposta alla sola dimensione farmacologica. Si riferisce ai ragazzi come «una specie di sismografo della nostra epoca» e i loro comportamenti possono diventare un grido, talvolta muto, che domanda relazioni e significato. Alle dinamiche cliniche si intrecciano fattori sociali, culturali ed esistenziali: solitudini familiari, iperprotezione, esposizione precoce alla tecnologia, società prestazionale e invito continuo a oltrepassare il limite per non sentirsi esclusi. In questo scenario, ha osservato Tempesta, molti giovani vivono dentro un mondo che chiede loro di funzionare mentre essi domandano di esistere, di diventare se stessi e trovare un modo originale di entrare nella realtà. Anche il mondo adulto ha attraversato trasformazioni profonde: il lavoro assorbe sempre più tempo ed energie, mentre il mito dell’eterna giovinezza indebolisce il coinvolgimento educativo. Eppure l’esperienza mostra che ragazzi e adulti non sono condannati all’incomunicabilità. I primi conservano, come sempre, esigenze irriducibili e risorse inattese; i secondi possono riscoprire il gusto di educare, imparando continuamente che cosa significhi essere adulti. La scuola rimane uno dei pochi luoghi nei quali le generazioni si incontrano ogni giorno e possono sottrarsi a un destino di reciproca estraneità.
Portofranco, qualcuno ti aspetta
La ricerca condotta sull’esperienza di Portofranco con Giorgio Vittadini e Fulvia Pennoni ha offerto a Tempesta un caso concreto di ripartenza. Diffusasi in Italia nell’arco di vent’anni, la realtà coinvolge centinaia di volontari nell’aiuto gratuito allo studio di migliaia di studenti delle scuole superiori. Gli incontri personali vengono chiamati “appuntamenti”: una parola significativa, perché comunica al ragazzo che qualcuno lo aspetta. Il rapporto personale si svolge dentro un contesto comunitario che accoglie senza condizioni e accompagna non soltanto verso risultati scolastici migliori, ma nella riscoperta della dignità e della capacità di iniziativa. La ricerca conferma che disaffezione e fallimento nello studio sono spesso il primo incubatore e il palcoscenico di disagi più ampi. Un centro di aiuto allo studio non può risolvere da solo problemi tanto vasti, ma ha valore esemplare per le dinamiche che rende visibili. La preoccupazione può costruire un recinto protettivo; la passione, invece, genera un’azione paziente che accompagna la libertà nel tempo. Tempesta ha affidato questa postura ai versi di Dante nei quali Virgilio prende per mano il poeta «con lieto volto» e lo introduce «dentro alle segrete cose»: immagine di adulti capaci di prossimità, che restituiscono coraggio nell’affrontare la complessità della realtà. Ogni esperienza educativa può sembrare una goccia nell’oceano, ma è soprattutto «un oceano in una goccia», racchiudendo un concentrato di significati e positività capace di generare speranza.
L’adulto non è una tecnica, ma un’iniziativa
Ceriani ha raccontato il suo incontro con Medicina e Persona, avvenuto proprio al Meeting pochi anni fa, come la scoperta di una clinica dal volto umano. Diagnosi e farmaci conservano la propria funzione, ma la cura diventa impossibile se attorno alla persona sofferente non nasce un contesto di relazioni forti, capaci di riconoscerla e accoglierla. Il malessere contemporaneo non è sempre classificabile nelle categorie tradizionali: possiede componenti psicologiche, culturali, antropologiche ed esistenziali. Per questo l’adulto non si definisce dalla quantità di consigli che conosce o dall’assenza di errori. «Tu sei un adulto per il semplice fatto che per te tuo figlio è un’opportunità», ha affermato Ceriani: un’occasione di umanizzazione e verità. La relazione educativa non è soltanto un compito da eseguire, perché anche l’adulto ha bisogno dell’intuizione, dell’oppositività e della domanda dell’adolescente. La risposta deve quindi essere comunitaria. «Nel mondo della scuola la famiglia è una controparte», ma accade che di fronte a questo il giovane sofferente, vedendo gli adulti divisi, si ritira per non aggiungere un ulteriore peso. L’iniziativa educativa spetta agli adulti, chiamati a evocare il rapporto e il desiderio senza attendere che siano i ragazzi a combattere le battaglie lasciate irrisolte dalla generazione precedente. La testimonianza educativa nasce da un desiderio adulto di verità, pienezza e autenticità, non dall’applicazione di istruzioni per l’uso.
Una coalizione capace di proporre un mondo desiderabile
Nell’ultima parte del confronto, i relatori hanno chiarito che la comunità non deve ricondurre i giovani dentro una gabbia di funzionamento, ma offrire luoghi nei quali sia possibile sbagliare, cambiare strada e ricominciare. Ceriani ha applicato questo criterio anche ai social e all’intelligenza artificiale: i divieti, da soli, non bastano. Se il mondo adulto non sa mostrare una realtà interessante, credibile e desiderabile, i ragazzi cercheranno conferme immediate altrove. L’obiettivo non è produrre copie degli adulti, ma sostenere ciascuno nel riconoscere ciò per cui è nato e nell’esercitare pensiero e invenzione. Ballantini ha concluso richiamando il significato della coalizione di comunità: scuole, famiglie, centri di aggregazione, parrocchie, associazioni sportive, terzo settore e servizi specialistici devono coordinare risorse e responsabilità. Lo sguardo clinico resta indispensabile, ma deve incontrare quello educativo e sociale, rispettando anche il mistero e l’imprevedibilità della sofferenza psichica. Il titolo dell’incontro diventa così un criterio operativo: nessun ragazzo, nessuna famiglia e nessun professionista può affrontare da solo una sofferenza che nasce e si manifesta dentro le relazioni. La prevenzione comincia quando gli adulti smettono di colpevolizzarsi o accusarsi reciprocamente e tornano a costruire presenze affidabili, alleanze e luoghi nei quali una domanda di aiuto possa essere ascoltata.







