Rimini, 24 agosto 2026. Come il paese è cambiato e dove sta andando? L’incontro al meeting di Rimini inizia cercando di fare il punto sulla situazione politica del nostro paese.
Solo qualche mese fa l’Italia, soprattutto nella stampa internazionale, veniva considerata con rilevanza per una certa stabilità rispetto al resto del mondo e all’Europa che vivono una fase di particolare difficoltà. Così l’Italia sembra essere luogo stabile e con un governo che dura oltre la media dei governi passati.
Questo va letto come stabilità o è immobilismo? L’Italia vive una fase di sorprendente stabilità mentre l’Europa e il quadro internazionale sono attraversati da crisi e tensioni. Da questa apparente eccezione è partito al Meeting di Rimini il dialogo “Storia dell’Italia presente” tra Enrico Mentana, giornalista e direttore del TG La7, e Bruno Vespa, giornalista, scrittore, ideatore e conduttore di Porta a porta, moderato da Mattia Ferraresi, giornalista di Domani. Per Vespa la stabilità è un valore straordinario, perché offre prospettive e interlocutori riconoscibili sul piano interno e internazionale. Ha ricordato il lungo orizzonte dell’attuale governo e la continuità mostrata da Giorgia Meloni nel sostegno all’Ucraina fin da quando si trovava all’opposizione. «Avere gli stessi interlocutori, bravi o meno bravi che siano, è un elemento di assoluta garanzia», ha affermato, auspicando che anche chi vincerà le prossime elezioni possa contare su un governo stabile. Mentana ha condiviso il valore della stabilità, collocandolo però dentro una trasformazione della politica: la forte dialettica tra partiti e al loro interno, tipica della Prima Repubblica e ancora presente nella Seconda, si è progressivamente inaridita. La solidità dell’esecutivo deriva dalla leadership della fondatrice del partito che ha vinto le elezioni del 2022, ma anche dal disorientamento delle opposizioni, ancora prive di una narrazione alternativa credibile. Gli ultimi passaggi politici hanno introdotto elementi di instabilità, e la tenuta del governo sarà realmente messa alla prova quando l’opposizione riuscirà a proporre un progetto riconoscibile per il Paese.
La forza della leadership e il limite di partiti costruiti su una sola figura
Nel confronto sulla leadership, Mentana ha osservato che in Europa e nel mondo i governi più solidi sono generalmente guidati da leader forti nella propria formazione o coalizione. Meloni ha costruito questa posizione attraverso la permanenza all’opposizione dalla nascita di Fratelli d’Italia fino alle elezioni del 2022 e con la scelta, durante il governo Draghi, di sostenere la resistenza ucraina all’aggressione russa. Vespa ha riconosciuto che la decisione di non entrare in precedenti maggioranze ha favorito la crescita politica della presidente del Consiglio. Guardando all’Europa, ha rilevato le difficoltà della Francia di Macron, della Germania, della Spagna e del Regno Unito, mentre l’Italia, tradizionalmente considerata la parte debole del continente, appare oggi più solida. «La leadership deve essere sempre riconosciuta da un voto popolare», ha precisato, ricordando che nella Prima Repubblica, dopo De Gasperi, personalità di altissimo livello non riuscirono a esercitare una guida altrettanto stabile a causa del sistema delle correnti e dell’alternanza continua degli incarichi. La leadership personale, dunque, può offrire coesione e durata, ma non risolve da sola il problema della qualità politica: senza un gruppo dirigente preparato e una dialettica capace di produrre decisioni, la forza del capo rischia di non tradursi in una struttura durevole né in una prospettiva condivisa.
Populismo, antipolitica e l’assenza di una narrazione alternativa
Ferraresi ha invitato i relatori a rileggere l’Italia come laboratorio anticipatore di fenomeni populisti, dalla discesa in campo di Berlusconi al Movimento 5 Stelle, dalla Lega alla destra sovranista. Vespa ha chiesto di non usare il termine populismo come un’offesa automatica: il richiamo al popolo ha attraversato esperienze molto diverse, dal New Deal di Roosevelt a De Gaulle e Thatcher. L’investitura democratica deve essere rispettata, ma chi è eletto va giudicato per ciò che realizza e per il rapporto che mantiene con le regole, distinguendo una leadership popolare dalle derive autoritarie. Mentana ha ricondotto il populismo al crollo delle ideologie e dei partiti novecenteschi, quando la politica tradizionale è stata sostituita dalla ricerca di un rapporto diretto tra leader e popolo. Il sovranismo europeo ha unito nazione, sicurezza, avversione all’Europa di Bruxelles, famiglia tradizionale e opposizione all’immigrazione. Questi elementi hanno trovato spazio soprattutto perché si è inceppata una proposta alternativa di Stato sociale inclusivo e riformatore. La Prima Repubblica seppe produrre il Piano Casa di Fanfani, lo Statuto dei lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale e altre riforme capaci di incidere stabilmente sulla vita dei cittadini. «Oggi la politica non sa più parlare del futuro e vincono gli interessi immediati, le pulsioni», ha sostenuto Mentana. Sicurezza, patria e sospetto verso chi arriva da fuori premiano la destra anche per il deficit di idee del fronte democratico e progressista. Il rischio è una rincorsa continua verso chi promette ancora più ordine e protezione, anziché il ritorno a una discussione sulle ricette migliori per la società.
La crisi del dibattito e la formazione delle classi dirigenti
Mentana ha indicato nella logica dei social una delle cause dell’impoverimento politico: la contrapposizione tra amici che hanno sempre ragione e nemici che hanno sempre torto sostituisce il confronto, fino a rendere quasi impossibile riconoscere un’idea valida nell’avversario. La politica non ha più dialettica interna. Questo porta una assenza di discussione. Ognuno fa i suoi interessi, e non esiste più la contrapposizione feconda interna in cui si discutevano le proposte. Oggi o c’è fedeltà assoluta al leader, o profonde spaccature interne, non esiste più il dibattito. Tornando alla stagione riformatrice della Prima Repubblica, Vespa ha difeso il valore del Piano Casa di Fanfani e del Servizio Sanitario Nazionale universale, «una delle ricchezze di questo Paese, veramente uno degli strumenti più forti di democrazia». La spinta riformatrice della Seconda Repubblica è stata molto più debole e anche la conflittualità parlamentare, pur non essendo nuova, si è impoverita nei linguaggi e nella qualità. La differenza tra le classi dirigenti di ieri e quelle di oggi, secondo Vespa, non dipende da una maggiore intelligenza dei protagonisti del passato, ma dalla loro formazione: scuole di partito, esperienza negli enti locali, lavoro parlamentare e un cursus honorum che impediva di raggiungere troppo presto responsabilità di governo. Ha citato Massimo D’Alema e Giorgia Meloni come figure formate attraverso una lunga gavetta. Mentana ha insistito sulla scomparsa della dialettica interna: congressi, assemblee e direzioni dei grandi partiti hanno ormai soprattutto una funzione di ratifica delle scelte del leader. Vengono meno così sia il confronto sia la formazione di nuove personalità. Anche sulle scelte decisive, come l’Ucraina e l’ipotesi di una difesa europea, maggioranza e opposizione procedono con linee diverse al proprio interno. I partiti diventano fragili e oscillanti, dipendenti dalla popolarità del capo; la stabilità dell’esecutivo può tenere insieme differenze profonde, ma non sostituisce la necessità di elaborare posizioni comuni.
La Chiesa, la pace e l’autorevolezza di Papa Leone XIV
Il dialogo si è poi concentrato sul ruolo della Chiesa e dei cattolici in una società secolarizzata. Vespa ha parlato di una fase di profondo rilancio e recupero di autorevolezza, collegando il carisma di Giovanni Paolo II, conosciuto e intervistato a Cracovia prima dell’elezione, alla nuova stagione di Papa Leone XIV. A suo giudizio, il Pontefice sta affrontando la complessità della Chiesa con equilibrio, senza sconfessare Francesco e restituendo all’istituzione un impulso internazionale che può giovare a tutti, non soltanto ai cattolici. Mentana ha proposto una valutazione più problematica: la Chiesa, già durante il pontificato di Francesco, non è riuscita a intercettare pienamente l’ansia di pace provocata dalle guerre in Ucraina e in Terra Santa. La grande prova di Leone XIV sarà conquistare una voce capace di incidere sulla fine dei conflitti, unendo autorevolezza morale e presenza concreta. Ha inoltre indicato come decisivo il rapporto della Chiesa con i cambiamenti sociali, compreso il ruolo delle donne. Il confronto ha richiamato la testimonianza di Wojtyła nella crisi del comunismo sovietico e il suo appello contro la guerra in Iraq, definita «avventura senza ritorno». Le parole profetiche non perdono valore quando non fermano immediatamente una guerra: anche la presenza fisica e disarmata può diventare testimonianza. Vespa ha però osservato che oggi il compito è reso più difficile dal sostegno religioso offerto alla guerra da una parte del mondo ortodosso russo. Entrambi hanno espresso l’attesa che il nuovo Papa possa assumere iniziative capaci di riportare la Chiesa al centro della ricerca della pace.
Immigrazione: accoglienza, lavoro e responsabilità europea
Sul rapporto tra Chiesa e società, Mentana ha indicato nell’immigrazione un momento della verità per i cattolici italiani. Le elezioni nel mondo occidentale si giocano sempre più sulla questione migratoria, mentre quasi tutte le forze politiche hanno abbandonato un discorso credibile sull’accoglienza. Eppure milioni di immigrati, regolari o ancora non emersi, sostengono settori essenziali come agricoltura, cantieristica, edilizia, ristorazione e cura degli anziani. «L’idea della solidarietà, l’idea dell’accoglienza, è tra le idee principali e primordiali della Chiesa e del cristianesimo», ha ricordato, chiedendo alla comunità ecclesiale di indicare una strada diversa dall’uso politico delle paure. Vespa ha ripreso le parole del cardinale Matteo Zuppi: «Salvare tutti non significa accogliere tutti». Per governare il fenomeno occorre anzitutto favorire lo sviluppo dei Paesi di origine, creando condizioni perché i giovani possano lavorare nella propria terra, secondo l’impostazione richiamata dal Piano Mattei. Nello stesso tempo Italia ed Europa devono programmare ingressi compatibili con la capacità di accoglienza e formare le persone necessarie a un Paese segnato dalla denatalità. Vespa ha infine richiamato l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV: davanti al rischio che il progresso e l’intelligenza artificiale sopraffacciano la persona, il Papa rimette l’essere umano al centro come soggetto chiamato a dominare, costruire e governare la tecnologia, senza diventarne oggetto.
Nascite e social: le due urgenze per il futuro del Paese
Nell’ultima parte Ferraresi ha chiesto ai due giornalisti quale minaccia dovrebbe preoccupare maggiormente le giovani generazioni. Vespa ha risposto senza esitazione: «Le poche nascite». Senza condizioni di maggiore serenità per donne e famiglie, senza investimenti a favore dei bambini e degli asili nido, l’Italia non può progettare il proprio futuro. Mentana ha allargato l’orizzonte al prevalere incontrollato della logica dei social, che ostacola l’approfondimento, la lettura, la convivenza e la socializzazione. «Si chiamano social, ma sono i nemici della socializzazione», ha affermato: anche nei luoghi comuni, ciascuno rimane isolato dietro lo smartphone e reagisce attraverso slogan che non ammettono sfumature. Questa dinamica invade la vita pubblica e la politica, dove l’amico ha sempre ragione e il nemico sempre torto. È una cultura estranea alla migliore tradizione umanistica, associativa e democratica italiana. Il futuro dell’Italia dipende così dalla capacità di tornare a generare: bambini, relazioni, idee, riforme e classi dirigenti. La stabilità, pur preziosa, diventa feconda soltanto se non coincide con l’immobilismo e se apre uno spazio nel quale il confronto possa produrre una visione comune, restituendo alla politica la capacità di parlare del futuro.







