L’Umano al tempo della rivoluzione digitale

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026. La rivoluzione digitale non pone soltanto problemi di utilizzo e regolazione delle tecnologie: costringe a riaprire la domanda fondamentale su chi sia l’uomo e su che cosa ne renda unica la dignità. È il cuore dell’incontro “L’umano al tempo della rivoluzione digitale”, prima tappa del ciclo “La condizione umana nel tempo delle tecnocrazie e dei nuovi nazionalismi”, tenutosi al Meeting di Rimini con Javier María Prades López, professore di Teologia Dogmatica all’Università Ecclesiastica San Dámaso di Madrid e membro della Commissione Teologica Internazionale. Guglielmo Mina, dottorando in Filosofia Politica all’Università degli Studi di Milano, ha presentato il percorso curato insieme a Carmine Di Martino e Lorenza Violini: un lavoro nato dalla percezione di un cambiamento radicale che investe il significato dell’esistenza, le istituzioni democratiche, la coesione sociale e le relazioni internazionali. Di fronte a questa crisi, ha spiegato, non bastano ricette settoriali: occorre tornare alla questione dell’umano e comprendere come la risposta plasmi la vita comune. Pietro Piva, dottorando in Filosofia Teoretica all’Università eCampus, ha introdotto il dialogo osservando che la tecnologia modifica abitudini, relazioni, pensieri ed emozioni. Ha quindi richiamato l’esigenza di un discernimento sulla visione antropologica e sui fini che guidano il progresso tecnico, affinché l’aumento dei mezzi non proceda senza una corrispondente crescita dell’umanità.

Tre livelli per comprendere la sfida

Prades ha proposto una lettura congiunta dell’enciclica “Magnifica Humanitas” e del documento “Quo Vadis Humanitas” della Commissione Teologica Internazionale, distinguendone la natura ma riconoscendone la con-vergenza nel chiarire l’esperienza umana davanti allo sviluppo tecnologico e all’intelligenza artificiale. La prima indicazione metodologica è non considerarsi spettatori travolti da un cambiamento inevitabile: ogni generazione è chiamata a ripensare le relazioni sociali alla luce del Vangelo e a offrire il proprio contributo al bene comune. Il relatore ha quindi distinto tre approcci. Quello etico domanda come limitare i rischi e rendere più umano il progresso, interrogando tanto chi progetta algoritmi e sistemi quanto chi li usa. Quello epistemologico affronta la differenza tra le prestazioni delle macchine e l’intelligenza umana: non basta chiedersi quanto sia “intelligente” un sistema, ma occorre riscoprire che cosa significhi per l’uomo comprendere, leggere dentro le cose. Entrambi, tuttavia, devono radicarsi nel livello ontologico: «chi siamo noi come esseri umani?». La questione decisiva non è soltanto come agire o conoscere, ma che cosa distingua la persona dalle realtà biologiche e tecnologiche e fondi la sua dignità singolare. Senza questa domanda, la discussione rischia di ridursi a un confronto tra capacità e prestazioni.

La rivoluzione digitale come tempo favorevole

Pur riconoscendo rischi enormi, Prades ha invitato a non fermarsi a una reazione impaurita. La stagione presente può essere un kairós, un tempo favorevole nel quale riscoprire ciò che si pensava già di sapere sull’uomo. La Scrittura continua a domandare che cosa sia l’uomo; il mondo greco ha consegnato alla cultura occidentale l’invito a conoscere se stessi. Anche il confronto della fede cristiana con Platone e Aristotele attraversò crisi e chiarimenti faticosi prima di generare nuove sintesi. Allo stesso modo, l’accelerazione tecnologica porta con sé una determinata ipotesi sulla vita umana e obbliga a verificarla. La domanda, per Prades, rimane aperta perché nessuna tecnologia può eliminare la permanente inquietudine e i “perché” dell’uomo. In questa prospettiva ha richiamato papa Leone XIV: «Non è un caso che questa epoca di profonda innovazione spinga molti a riflettere sul significato dell’essere umano, sul ruolo dell’umanità nel mondo». La sfida digitale non è

dunque un destino estraneo che passa sopra le persone, ma un’occasione per approfondire l’esperienza umana e contribuire alla direzione del cambiamento. Il compito non consiste nel rifugiarsi fuori dalla storia, bensì nel comprendere più a fondo ciò che l’incontro cristiano svela dell’uomo proprio mentre la storia pone domande nuove.

Tecnologia ambivalente, mai neutrale

Il primo criterio di discernimento indicato da Prades è l’ambivalenza dello sviluppo tecnologico, sospeso tra grandezza e fragilità. Nessuna persona, nazione o impresa può affrontare da sola problemi che riguardano l’umanità intera. Per questo non si deve attribuire alla tecnica un potere quasi divino, né negare la fragilità resa evidente anche dalla pandemia: occorre abitare la tensione senza rassegnarsi alla finitudine e senza confidare ciecamente nei mezzi. Il secondo criterio è la non neutralità dell’intelligenza artificiale. I sistemi riflettono e possono rafforzare gli stereotipi e le posizioni ideologiche di chi li progetta; nello stesso tempo incidono sulle facoltà umane e sulle scelte di chi li utilizza. Prades ha descritto quattro relazioni trasformate dall’ambiente digitale: quella con la natura, sempre più mediata dall’artificiale; quella con gli altri, quando una rete di contatti virtuali sostituisce una comunità reale; quella con se stessi, soprattutto per l’impatto delle tecnologie cognitive sulla conoscenza; e quella con Dio, rispetto alla quale gli strumenti possono sostenere legami e pratiche religiose, ma arrivano anche a proporsi come surrogati della divinità. Dietro gli sviluppi tecnici agiscono inoltre proposte antropologiche: il transumanesimo confida nel superamento tecnologico dei limiti umani, mentre il postumanesimo immagina l’abbandono dell’umano a favore di forme ibride o sostitutive.

Memoria, limite e un’intelligenza da disarmare

La forza delle prospettive transumaniste e postumaniste cresce, secondo Prades, quando incontra persone e società distratte, prive di memoria. Custodire la memoria individuale, familiare, comunitaria e nazionale di-venta quindi una risorsa per reggere l’impatto conoscitivo delle tecnologie; al contrario, condizioni urbane disumanizzanti e legami indeboliti aumentano la vulnerabilità. Un ulteriore criterio è l’invito a «disarmare l’intelligenza artificiale». Non significa sabotare o negare l’utilità della tecnologia, ma sottrarla alla logica di una competizione unilateralmente orientata alla potenza, al controllo e alla corsa agli armamenti. La pienezza umana richiede infatti che lo sviluppo favorisca le condizioni migliori della vita senza cancellarne i tratti costitutivi. In questo quadro Prades ha sottolineato il valore del limite: «l’umano fiorisce non malgrado il limite, ma attraverso il limite». Il dolore, l’amore e il desiderio sono esperienze segnate dalla contingenza, ma proprio per questo possono maturare la persona e conferirle una densità che la macchina non possiede. Il limite non è semplicemente una barriera da rimuovere; è il luogo nel quale la libertà, la relazione e il significato diventano reali. Un progresso autentico, pertanto, non misura l’uomo soltanto sulle prestazioni, ma riconosce la fecondità delle sue fragilità e tutela anzitutto chi è più vulnerabile.

La vita come dono, vocazione e corpo

Nel tratteggiare gli elementi irriducibili dell’umano, Prades ha posto al primo posto la vocazione: la vita è ricevuta gratuitamente ed è un dono con la forma di una chiamata, affidato come compito alla libertà. Non è soltanto la morte a suscitare la domanda filosofica; prima ancora è la nascita, con il mistero della generazione e del rapporto tra le generazioni. L’uomo rimane una domanda inesauribile per se stesso, collocata nel tempo e nello spazio e aperta a un compimento che non può produrre autonomamente. A questa struttura appartiene il corpo. «Io sono un corpo», ha affermato Prades, ricordando che l’intelligenza umana è radicata nella sensorialità e nell’affettività e che nessuno può riconoscere l’altro prescindendo dalla sua presenza corporea. Nel dialogo successivo ha sviluppato il significato dell’essere figli: l’ombelico è la traccia biologica di una dipendenza originaria, approfondita dal fatto che si entra nel mondo dentro una relazione d’amore e affidati alla cura. Questa esperienza contraddice l’immagine di un soggetto adulto, autonomo e slegato da tutti. Confondere la generatività umana con quella attribuita ai modelli linguistici significa impoverire nascita, creatività e relazione. Da una parte si umanizza la macchina; dall’altra si trascura la densità dell’essere bambini e figli. Il desiderio di andare oltre resta autenticamente umano solo se rende la persona più se stessa, invece di sostituirla con qualcosa d’altro.

Responsabilità politica e precisione del linguaggio

Le domande del pubblico hanno portato il confronto sul terreno della responsabilità. Prades ha rivendicato il ruolo della politica orientata al bene comune davanti a interessi economici e militari di dimensioni enormi e a imprese tecnologiche con risorse superiori a quelle di interi Stati. Chi opera nella politica, nella ricerca o nella produzione tecnologica non può scaricare la propria coscienza sul sistema: ogni persona deve assumere la responsabilità corrispondente al proprio livello di decisione. Anche educare, custodire le domande e impedire che la coscienza venga silenziata costituisce una responsabilità politica. La dimensione planetaria dei fenomeni richiede inoltre di articolare sovranità nazionale, cooperazione sovranazionale e istituzioni multilaterali, senza ridurre i rapporti internazionali alla lotta per l’egemonia. Sul piano personale e professionale, Prades ha invitato a non rassegnarsi all’impossibilità di governare gli strumenti: università, aziende e comunità devono modificare pratiche ormai inadeguate e distinguere gli usi positivi da quelli che producono dipendenza, manipolazione o perdita di giudizio. Infine ha richiamato la precisione del linguaggio: un computer non ricorda e non dimentica come una persona, e un programma non si “ribella”. «Assegniamo al computer i termini portanti dell’esperienza umana, e poi pensiamo che, per questo, siano più umani di noi. Ma non è vero». Difendere l’umano comincia anche dal chiamare con il loro nome i processi matematici, senza confonderli con coscienza, libertà e intelligenza personale.

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