Rimini, 21 agosto 2026. Il calo della popolazione studentesca non può essere affrontato soltanto con criteri contabili, ma chiede di ripensare la scuola mettendo al centro la persona, la relazione educativa e la responsabilità della comunità. È il tema dell’incontro “L’umano al centro. La scuola in movimento”, svoltosi alle 13.00 nell’Arena CDO C1 e organizzato da Associazione Culturale Il Rischio Educativo, Cdo Opere Educative, Diesse, Di.S.A.L. e ASLAM. Sono intervenuti Teresa Gargiulo, dirigente scolastico dell’IC Volta di Taranto; Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori della CEI; Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha moderato Nora Terzoli, dirigente scolastico e vicepresidente Di.S.A.L. Introducendo il confronto, Terzoli ha richiamato alcuni dati sull’“inverno demografico”: secondo il rapporto INDIRE “Anticipare per governare il cambiamento” del 2025, la popolazione studentesca italiana del primo e del secondo ciclo ha perso quasi mezzo milione di iscritti in poco meno di dieci anni. Le regioni meridionali risultano particolarmente colpite, con picchi fino al 30 per cento in Sardegna, Campania, Puglia e Basilicata. Questa trasformazione, ha osservato, può diventare un’occasione per chiedersi quale scuola serva oggi e come renderla più accogliente e fertile per la crescita integrale degli studenti. Nel film “C’eravamo tanto amati” degli anni ’70 ci sono famiglie che si accampano per iscrivere i propri figli a scuola. Erano famiglie piene di fiducia sulla formazione e sulla educazione, tanto che sono pronti a passare la notte all’addiaccio pur di assicurarsi un posto per l’anno scolastico successivo. Questa epoca, disorientata e disorientante. Come scriveva Anna Harendt: “Una crisi ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce”.
Quali i cambiamenti necessari?
La transizione demografica crea fratture: non semplici aggiustamenti, ma una scuola personalizzante
Pierpaolo Triani ha collocato il calo demografico tra le grandi sfide che attraversano la scuola insieme alla cultura digitale e alla multiculturalità. Limitarsi a ridurre classi e insegnanti, ha spiegato, significherebbe applicare un criterio economico senza modificare il modello; anche mantenere il corpo docente e diminuire il numero di alunni per classe sarebbe una scelta auspicabile, ma non ancora sufficiente. La vera opportunità consiste nel verificare l’idea stessa di scuola e di lavoro docente a partire da quattro capisaldi: centralità dell’alunno come soggetto attivo di cultura e titolare del diritto a incontrare una cultura; relazione educativa; dimensione comunitaria; collaborazione nell’insegnamento. Da qui la proposta di una didattica non solo personalizzata, ma «personalizzante», capace cioè di aiutare realmente la persona a crescere nelle proprie dimensioni e potenzialità. Triani ha quindi posto il problema delle grandi istituzioni scolastiche, nelle quali un unico dirigente e uno staff non stabile devono assicurare la regia pedagogica di realtà con circa 1.500 studenti: in queste condizioni, ha osservato, la dimensione comunitaria rischia di restare retorica. La riduzione degli iscritti può inoltre innescare un circolo vizioso: la chiusura delle piccole scuole impoverisce i territori e ne prosciuga le risorse sociali. Occorrono quindi modelli di funzionamento nuovi, anche ibridi, e scelte politiche capaci di tenere insieme sostenibilità economica e vita comunitaria. Soprattutto, «sarebbe un errore pensare che se diminuiscono i ragazzi debbano diminuire i docenti». Il tempo liberato dovrebbe permettere agli insegnanti di progettare insieme, superando una concezione individualistica della professione e costruendo una regia pedagogica condivisa. In questa prospettiva, il calo demografico può trasformarsi in un’occasione per rendere l’insegnamento realmente collaborativo, senza indebolire la centralità della cultura disciplinare.
Gargiulo: la scuola come ecosistema aperto e partecipato
Portando l’esperienza dell’IC Volta di Taranto, Teresa Gargiulo ha descritto un cambiamento già in atto. Un numero inferiore di alunni può offrire più spazio fisico, temporale e relazionale, ma richiede una «rigenerazione umanistica» e un piano d’azione capace di riaccendere il desiderio di apprendere negli studenti e quello di insegnare nei docenti. La relazione educativa resta il caposaldo di una scuola che è insieme comunità educante e comunità professionale. Di fronte alle fragilità emotive dei giovani e degli adulti, Gargiulo ha proposto di pensare la scuola come un ecosistema aperto e partecipato, nel quale visione pedagogica, organizzazione, famiglie, territorio e pratiche educative costruiscono una cultura condivisa della cura. Gli studenti non sono soltanto futuri cittadini: vivono già nella realtà e possono comprenderla e trasformarla attraverso empatia, immaginazione, intelligenza e responsabilità. Nell’istituto tarantino questa impostazione si traduce in autonomia scolastica, flessibilità organizzativa e didattica, formazione-ricerca e alleanze con famiglie e territorio attraverso i patti educativi di comunità. La scuola esce negli spazi pubblici, collabora con istituzioni culturali e sociali, si apre al terzo settore e diventa un hub educativo di quartiere e cittadino. Le piazze possono diventare aule e le aule ospitare eventi pubblici. Nel progetto “Abitare il Paese”, realizzato con l’Ordine degli architetti, gli alunni hanno osservato e ripensato gli spazi del quartiere e il vicino parco archeologico, lavorando come giovani architetti, misurando luoghi, collaborando in gruppo e integrando competenze linguistiche, storiche e matematiche. Nei laboratori e nelle attività diffuse, le competenze disciplinari e socio-emotive appartengono a un’unica architettura pedagogica: benessere, motivazione e possibilità di esprimere i talenti sono condizioni concrete per consolidare gli apprendimenti.
Griffini: osservare, tutelare e spezzare le catene di vulnerabilità
Chiara Griffini ha sottolineato che la diminuzione degli alunni non comporta una riduzione dei loro bisogni educativi. Le fragilità delle nuove generazioni mettono in luce anche le vulnerabilità degli adulti chiamati a prendersene cura. Richiamando il modello ecologico dello sviluppo di Bronfenbrenner, ha evidenziato che la crescita di ogni minore dipende dalle interazioni continue tra famiglia, scuola, relazioni quotidiane, società e cultura. Ripensare la scuola significa dunque ripensare la qualità dei legami che vi si vivono. Griffini è partita dall’etimologia del termine tutela, associandolo all’atto di osservare: insegnanti, personale, dirigenti e tutti gli adulti devono mantenere una capacità osservativa condivisa, perché solo uno sguardo di squadra può intercettare i segnali precoci prima che diventino isolamento, abbandono scolastico, sofferenza o devianza. «La scuola può essere il luogo che spezza le catene di vulnerabilità o, suo malgrado, il luogo che ne aggiunge di nuove», ha affermato, ricordando che le traiettorie di crescita non sono predeterminate e che i contesti possono cambiare l’intera esistenza di una persona. Per questo è necessario investire nella formazione permanente dei docenti non soltanto sulle competenze disciplinari, ma anche su quelle relazionali, introducendo strumenti di intervisione e supervisione. Anche i comportamenti problematici non vanno isolati dalla storia personale e culturale dello studente: devono essere letti dentro le relazioni che li hanno preceduti e affrontati con corresponsabilità, strategie di de-escalation, dialogo e valorizzazione delle differenze. Riprendendo l’immagine delle «costellazioni educative», Griffini ha indicato tre atteggiamenti: educare con mitezza e «disarmare le parole»; alzare lo sguardo interrogandosi sulla direzione del cammino; custodire il cuore, riconoscendo che «le relazioni vengono prima delle opinioni e la persona viene prima del programma».
Apprendimenti e competenze socio-emotive: un’unica crescita
La seconda parte dell’incontro ha affrontato la necessità di non perdere nessuno studente e di ricomporre competenze cognitive e socio-emotive. Terzoli ha richiamato il rapporto Invalsi, che registra segnali positivi sulla dispersione scolastica ma anche il mancato recupero dei livelli precedenti alla pandemia e una flessione in italiano e matematica nella primaria. Gargiulo ha indicato come prima leva il sistema integrato zero-sei: contesti educativi di qualità fin dai primi mesi possono prevenire gli svantaggi che emergono durante la crescita. Occorrono metodologie cooperative ed esperienziali e una progettazione attenta all’interezza della persona. Gli alunni dell’IC Volta, ad esempio, hanno svolto il ruolo di “piccoli Ciceroni” al Museo Archeologico Nazionale di Taranto, presentando reperti e gli “Ori di Taranto”, anche in lingua straniera, e mettendo in campo public speaking, pensiero critico, gestione degli imprevisti e intraprendenza. Analogamente, un percorso teatrale ha permesso agli studenti di scoprire personalità, desideri e orientamento, producendo anche un miglioramento nelle competenze di italiano e matematica. Le attività artistiche e musicali, dunque, non sono aggiunte accessorie: possono attivare motivazione, benessere, concentrazione e capacità di affrontare compiti complessi. Griffini ha ribadito che la regolazione emotiva è una precondizione cognitiva: chi cresce dentro legami disorganizzati non dispone delle stesse capacità attentive di chi vive un attaccamento sicuro. La scuola deve saper trasformare le fragilità in opportunità, valorizzando i successi evolutivi di studenti, docenti e genitori. Nell’esperienza del Servizio Diocesano Tutela Minori di Piacenza, progetti sul contrasto al revenge porn e sulle relazioni in rete hanno coinvolto gli studenti nella creazione di manifesti e buone pratiche, mostrando che il rischio non è una parola definitiva e può diventare occasione di cittadinanza attiva.
Curricoli essenziali e responsabilità educativa condivisa
Nelle conclusioni, Triani ha riconosciuto la presenza nelle scuole di numerose esperienze di innovazione didattica, ma ha riportato l’attenzione sulle condizioni culturali e organizzative necessarie per renderle strutturali. Una questione decisiva riguarda la flessibilità dei curricoli: la tendenza a trasformare ogni nuovo contenuto educativo in ore di lezione alimenta una «scolarizzazione totale della società», mentre accanto alla centralità della scuola devono essere riaffermate le responsabilità educative degli altri soggetti del territorio. Lo stesso vale per le competenze non cognitive, che non possono essere confinate in lezioni dedicate: la qualità quotidiana delle relazioni tra docenti e studenti e la capacità degli adulti di regolare le proprie emozioni incidono più di qualsiasi segmento formale. Essenzializzare i curricoli può inoltre ridurre la frammentazione e restituire spazio a competenze fondamentali quali la comprensione del testo e la matematica. «La scuola non può essere lasciata sola nel compito educativo; non tutto può esserle delegato», ha concluso Triani, chiedendo politiche integrate che sostengano anche famiglie, terzo settore e realtà sociali. Terzoli ha chiuso l’incontro richiamando la scuola come espressione di una vita comunitaria e la didattica personalizzante come cammino centrato sull’alunno. Le riflessioni avviate al Meeting devono ora proseguire nel lavoro quotidiano: ripensare le condizioni della scuola, evitare di sovraccaricarla e costruire vere costellazioni educative. In un tempo segnato dall’inverno demografico, rimettere l’umano al centro significa non limitarsi a gestire la diminuzione degli iscritti, ma riconoscere in ogni studente una persona da accompagnare e in ogni comunità un soggetto chiamato a condividere il compito educativo.







