Rimini, 21 agosto 2026. Come perseguire uno sviluppo equo in un mondo in subbuglio? Quale ruolo possono svolgere in questo contesto le istituzioni internazionali, nel rapporto con il mondo economico, finanziario e della società civile? Come affrontare i cambiamenti nel mondo del lavoro in tempo di intelligenza artificiale?
Sono gli interrogativi al centro dell’incontro “Istituzioni internazionali e bene comune: la sfida della globalizzazione”, svoltosi al Meeting di Rimini il 21 agosto 2026, in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà.
I lavori sono stati introdotti dal presidente della “Fondazione per la Sussidiarietà”, Giorgio Vittadini e moderati da Samuele Rosa, senior strategist del Fondo monetario internazionale.
Sono intervenuti Matteo Bugamelli, direttore esecutivo per Italia, Albania, Grecia, Malta, Portogallo, San Marino e Timor-Leste World Bank; Riccardo Ercoli, direttore esecutivo per Italia, Portogallo, Grecia, Malta, Albania e San Marino del Fondo monetario internazionale, e Federico Galizia, vicepresidente dell’International Finance Corporation del World Bank Group.
Vittadini ha definito il tema come un passaggio “oltre la globalizzazione”: non la fine dello sviluppo, ma il superamento dei limiti di una crescita priva di regole. Egli ha ricordato che negli ultimi trent’anni oltre un miliardo di persone è uscito dalla povertà e il commercio mondiale è quadruplicato. Allo stesso tempo, sono cresciute le disuguaglianze interne ai paesi, si è indebolita la fiducia nelle istituzioni e sono emersi gli effetti della crisi climatica. Per l’Europa è dunque necessario regolare i mercati e investire nella conoscenza e nel capitale umano. Per Vittadini, innovazione e intelligenza artificiale rischiano di implodere se non incontrano persone istruite, responsabili e capaci di collaborare. Da qui il criterio del confronto: considerare l’uomo non come una semplice risorsa, ma come persona portatrice di valori, relazioni e capacità innovativa.
La stabilità macroeconomica è un bene pubblico
Riccardo Ercoli ha approfondito il tema della distanza che spesso separa le istituzioni multilaterali dalla percezione dei cittadini: «Questa è la sfida e la responsabilità del multilateralismo e di queste istituzioni: non solo dimostrare di essere tecnicamente credibili, ma spiegare l’utilità sociale del nostro operato a cittadini, imprese, famiglie e giovani», ha affermato.
L’azione del Fondo Monetario Internazionale diventa particolarmente visibile nelle crisi economiche e finanziarie, quando un Paese non trova più investitori disposti a finanziarne il debito e rischia di non disporre delle risorse necessarie per stipendi, welfare e servizi pubblici. Senza stabilità, ha spiegato Ercoli, gli investitori esteri si ritirano, le imprese locali sospendono i progetti e le famiglie aumentano il risparmio per timore del futuro: nella migliore delle ipotesi l’economia si arresta, nella peggiore entra in recessione. Proprio per questo, dunque, Ercoli ha respinto l’idea di un’austerità permanente, descrivendo il risanamento come «una transizione temporanea e non permanente da una situazione di crisi alla ripresa economica». Il Fondo – ha spiegato con precisione – svolge inoltre una funzione di sorveglianza sulle economie dei 191 paesi membri e di “truth-telling”, dicendo la verità anche quando risulta scomoda. La credibilità, ha concluso Ercoli, si recupera ascoltando le persone, spiegando le decisioni e producendo risultati tangibili, tenendo insieme stabilità e inclusione sociale, crescita e tutela dei più vulnerabili, efficienza ed equità.
Colmare il divario del lavoro
Matteo Bugamelli ha chiarito la complementarità tra le istituzioni nate a Bretton Woods nel 1944. La Banca mondiale «costruisce per il lungo termine»: finanzia infrastrutture, sostiene istruzione e sanità, promuove il settore privato e opera contro povertà e disuguaglianze.
Nei prossimi quindici anni, secondo le stime illustrate da Bugamelli, nei paesi in via di sviluppo entreranno nel mercato 1,2 miliardi di giovani, mentre potrebbero essere creati soltanto 400-500 milioni di posti. Il divario di circa 800 milioni non costituisce solo un’emergenza umanitaria, ma anche una questione geopolitica e di sicurezza: la speranza frustrata alimenta migrazioni, radicalizzazione e conflitti, mentre un lavoro dignitoso offre futuro e genera prosperità condivisa.
La strategia della Banca mondiale poggia su tre pilastri: il primo comprende infrastrutture fisiche e umane — energia, strade, connessione digitale, istruzione, salute e formazione — senza le quali le imprese non possono crescere; il secondo riguarda regole chiare e stabilità normativa, indispensabili in un’economia nella quale il settore privato produce quasi il 90 per cento dell’occupazione globale; il terzo pilastro consiste nel mobilitare capitale privato, usando le risorse multilaterali per ridurre il rischio.
La mancanza di occupazione, dunque, rischia di trasformarsi in una questione di sicurezza internazionale, alimentando nuove tensioni sociali e geopolitiche.
Intelligenza artificiale: accompagnare la transizione senza lasciare indietro i più fragili
Sul tema “intelligenza artificale” Bugamelli ha ricordato che nei paesi a basso reddito l’intensità di utilizzo dell’IA è quasi cento volte inferiore rispetto ai paesi ricchi. Il rischio, dunque, non coincide soltanto con la sostituzione di alcune mansioni, ma con l’ampliamento di un divario che potrebbe escludere intere economie dai benefici della trasformazione tecnologica.
«Non si può arrestare il progresso tecnologico, però occorre accompagnare la transizione», ha spiegato Bugamelli, indicando come priorità l’istruzione di base, le reti di protezione sociale, le competenze complementari all’IA e l’adozione della tecnologia da parte delle piccole imprese.
Per Ercoli, invece, l’economia non offre soluzioni prive di costi, ma richiede un continuo bilanciamento tra efficienza ed equità: «Se la società saprà mantenere l’uomo e la sua dignità al centro, sono convinto che questi tradeoff si risolveranno a favore delle persone», ha dichiarato.
Anche sul piano fiscal, l’IA può contrastare l’evasione e rafforzare le entrate destinate a sanità e istruzione, ma può al contempo spostare il carico dal lavoro al capitale e accentuare le disparità: per questo sono necessari analisi rigorose e dialogo con governi, comunità e cittadini.
La finanza sostiene l’economia reale
Federico Galizia ha riportato il tema delle istituzioni internazionali alla vita quotidiana, mostrando come il risparmio possa trasformarsi in credito, investimenti e lavoro. Le banche multilaterali raccolgono fondi attraverso obbligazioni a medio-lungo termine considerate tra le più sicure al mondo e utilizzano tali risorse per assumere rischi che le famiglie non potrebbero sostenere direttamente. Questo meccanismo consente al risparmiatore di proteggere il proprio patrimonio e alle imprese di realizzare progetti. I grandi interventi infrastrutturali restano essenziali, ma non sono sufficienti a creare i milioni di posti di lavoro necessari: l’occupazione diffusa nasce soprattutto dalle piccole e medie imprese e dagli imprenditori.
Per spiegare l’azione dell’International Finance Corporation del World Bank Group, Galizia ha proposto il caso di un agricoltore etiope che vuole esportare i propri prodotti e necessita di macchinari europei per realizzare imballaggi adeguati. La banca locale emette una lettera di credito, ma l’esportatore europeo non conosce quell’istituto; la garanzia fornita dalla Banca Mondiale rende possibile l’acquisto, avvia la produzione e genera lavoro lungo l’intera filiera. È una condivisione del rischio che richiede intermediari affidabili e attenzione al sovraindebitamento.
La finanza, in questa prospettiva, non serve a spersonalizzare l’economia, ma ad affrontare insieme l’incertezza profonda e a rendere possibile l’iniziativa di chi desidera trasformare un’idea in un’attività capace di rispondere ai bisogni sociali.
Istituzioni vicine alle persone per un nuovo patto globale
La sfida della globalizzazione non si risolve opponendo mercato e istituzioni, crescita ed equità o tecnologia e lavoro. Occorre ricomporre questi fattori attorno al bene comune e alla dignità della persona. Le istituzioni multilaterali sono chiamate a definire regole, affrontare le crisi, costruire competenze, mobilitare capitali e proteggere chi rischia di restare indietro.
Non rinunciare allo sviluppo, dunque, ma orientarlo; non lasciare la tecnologia priva di governo, ma metterla al servizio della libertà; non ridurre l’impresa al profitto immediato, ma riconoscerla come soggetto capace di produrre valore sociale.
In un mondo attraversato da guerre, protezionismi e trasformazioni del lavoro, la cooperazione è la condizione per restituire fiducia ai giovani. Il multilateralismo può ritrovare credibilità se saprà unire competenza tecnica, ascolto e risultati, facendo della centralità dell’umano il criterio delle politiche economiche e finanziarie.







