L’Arte di stare

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2026. Stare non significa restare fermi, ma essere presenti in un modo capace di muovere la realtà, generare legami e costruire comunità. Questo il tema che ha unito le testimonianze dell’incontro «L’arte di stare. La presenza è un movimento», realizzato in collaborazione con Cdo Opere Sociali. Sono intervenuti Patricia Almeida Dos Santos, direttrice generale dell’Associação Nossa Senhora Mãe dos Homens di Brasilia; Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Giovanni Bucchi, padre adottivo di Famiglie per Accoglienza; Simona Carobene, direttrice generale della cooperativa sociale Nuovo Cortile; Fiorenza Speranza, area progetti dell’Associazione Cilla ODV; Adele Tellarini, responsabile di Casa Novella; Enrico Tiozzo Bon, presidente della Federazione Centri di Solidarietà. Ha moderato Stefano Gheno, presidente di Cdo Opere Sociali. «C’è un modo di stare che ti muove e fa muovere la realtà intorno a te», è ciò che ha detto Gheno per introdurre l’incontro. Lo stare si può manifestare così se è legato ad una presenza, che è una compagnia disponibile ad accogliere la persona intera, senza ridurla al bisogno che manifesta. Movimento, quindi, non significa solo andare ma è un andare con uno scopo: costruire qualcosa di buono e utile per tutti.  

Nuovo Cortile: riconoscere una dignità che nessuna ferita cancella 

Simona Carobene ha ripercorso i quarant’anni della cooperativa sociale Nuovo Cortile, nata con il nome “Pinocchio” come comunità per persone tossicodipendenti e oggi impegnata anche con persone con problemi psichiatrici e adolescenti a rischio. All’origine c’è un’idea precisa: la persona da assistere ha innanzitutto un desiderio di bene nel cuore. Un giovane accolto nella comunità lo aveva espresso così: «Il problema non è ricadere nella sostanza, ma conoscere la felicità della vita». Davanti ad un quattordicenne che si droga dall’età di undici anni e che non riesce più a stimarsi, nasce la domanda sull’affermazione della sua dignità; anche se gli operatori non sanno in anticipo quale sarà l’esito del percorso, scelgono comunque di stare con lui, di riconoscerlo e impedirgli di rimanere solo. Questa presenza afferma che il cuore è irriducibile e che il valore di una persona non dipende dalla performance o dai suoi errori. La realtà concreta viene prima dell’idea astratta di come un ragazzo dovrebbe essere: occorre amare quella particolare storia, con le sue relazioni, la famiglia e i talenti. Un ospite psichiatrico della cooperativa ha indicato nella gratuità ricevuta un bene più grande della stessa guarigione. L’opera offre senso, speranza e compagnia, ma rimane educata dagli ospiti, perché la loro domanda di bene mantenga vivo anche negli adulti il desiderio sul senso della vita. 

Casa Novella: il dolore non è l’ultima parola 

Adele Tellarini ha raccontato dei trent’anni di Casa Novella, nata dal desiderio di Novella Scardovi di ridonare il bene ricevuto nell’incontro con l’esperienza cristiana, con il fine di donare delle esperienze di rinascita. Come disse Novella: “Questa casa è nata perché un Altro più grande l’ha voluta”. Due mesi dopo l’inaugurazione Novella morì in un incidente stradale, ma gli amici che avevano sostenuto lei e il marito Giuliano assunsero la responsabilità dell’opera e ne permisero la continuità. Da allora la casa ha accolto bambini, adolescenti e madri fragili, imparando non soltanto a parlare del dolore, ma a toccarlo, condividerlo e starvi davanti. La ferita, la diagnosi o il disagio non costituiscono l’ultima parola sulla vita di una persona: sotto di essi rimane un desiderio di rinascita e felicità che la relazione educativa può ridestare. Stare significa ascoltare, soffrire insieme, sostenere il presente e aiutare a non temere il futuro, affinché gli ospiti diventino soggetti del proprio cambiamento. Nel tempo si crea una familiarità inattesa: persone diverse per storia ed etnia diventano figli o fratelli. Una giovane accolta ha testimoniato: «Dal buio della vita si può uscire, ma non da soli»; oggi il male del mondo e di molti è la solitudine, per questo c’è un continuo bisogno di incontrare uno sguardo di paternità.   Una madre arrivata con tre bambini ha ricordato di essere stata vista quando era vuota, ricostruita e rimessa insieme, fino a trovare un luogo nel quale respirare e al quale tornare. Tellarini ha poi sottolineato la reciprocità di questa esperienza: non sono soltanto gli operatori a dare, ma anche gli ospiti a educare chi li accompagna e mostrare che la solitudine può essere vinta da un’appartenenza.  

Famiglie per Accoglienza: fare spazio cambia anche chi accoglie 

La storia di Casa Novella ha generato anche l’esperienza familiare di Giovanni Bucchi e della moglie Veronica, sposati da quindici anni e genitori di tre figli accolti, in adozione e in affido, con età e provenienze diverse. Bucchi ha ricordato una frase pronunciata da Tellarini durante un corso: «L’accoglienza non nasce da una mancanza, nasce da una sovrabbondanza di amore». La coppia immaginava un altro progetto familiare, ma ha scoperto che il proprio “piano A” era diverso e forse più grande. Per Bucchi, stare con i figli ricevuti significa rimettere continuamente in discussione l’idea di sé, della famiglia e del loro bene. Non si tratta anzitutto di aggiustarli, ma di accoglierli e amarli con la loro storia e le loro origini. Il figlio maggiore, da piccolo aveva continuo bisogno di giocare, che ha costretto Bucchi anche fisicamente ad una presenza diversa da quella che aveva conosciuto nel rapporto con suo padre. Questa disponibilità non può essere sostenuta in solitudine. Famiglie per Accoglienza, nata nel 1982 e composta oggi da 2.400 soci, unisce famiglie che condividono la propria esperienza e si accompagnano nelle difficoltà educative e nei procedimenti spesso lunghi e complessi dell’affido e dell’adozione. L’associazione porta inoltre la cultura dell’accoglienza nella società, dialogando con ministeri, regioni e servizi sociali. L’affido rappresenta, in questa prospettiva, una forma alta di sussidiarietà: una famiglia si mette accanto a un bambino e, nel farlo, sostiene anche la famiglia d’origine, i servizi e lo Stato. Aprire la porta significa permettere all’altro di prendere spazio, ma quel gesto trasforma la casa e chi la abita. 

Cilla: non sono i muri a fare l’opera, ma le persone 

Fiorenza Speranza ha incominciato leggendo alcuni scritti degli ospiti dell’Associazione Cilla, presente da quarantacinque anni. Una donna ricoverata ricordava che la madre, ospitata durante la sua degenza, aveva cominciato a chiamare la struttura “casa”. Un’altra famiglia, arrivata dopo ore di ritardo, aveva trovato volontari rimasti ad aspettarla fino a mezzanotte. L’associazione non è soltanto un tetto e un letto, ma persone pronte a condividere preoccupazioni e solitudine. L’associazione nacque dall’iniziativa del medico Rino Galeazzi, padre di Cilla, e dall’esperienza della figlia, morta prima dei quindici anni, che aveva scritto: «Mi viene da amare la gente solo perché Lui me li ha messi intorno e davvero in questo amore mi sento profondamente libera, perché la nostra libertà inizia quando ci si sente amati». Il metodo rimane quello di incontrare la persona nella sua interezza: dietro una diagnosi ci sono un padre, una madre, un coniuge, una storia e una famiglia. Le risposte prendono forme differenti. Talvolta nasce una casa; altre volte serve accompagnare qualcuno in ospedale, oppure orientarlo in una città sconosciuta, tradurre una visita o telefonare la sera per domandare come sta. «Non sono i muri a fare l’opera, ma le persone e il rapporto che nasce fra di loro», ha sintetizzato Speranza. Durante il Covid la chiusura di una struttura ha reso evidente che si può perdere una casa senza perdere la presenza: stare è rimanere fedeli a ciò che ha messo in movimento, anche quando la realtà chiede di cambiare forma. Questa fedeltà ha favorito l’integrazione con il sistema sanitario. Il professor Claudio Bassi, direttore di un centro di eccellenza per il pancreas a Verona, ha riconosciuto nell’accoglienza di Cilla parte della cura, capace di restituire all’alta specializzazione l’attenzione all’uomo intero: «Non di solo pancreas vive l’uomo». 

Da Brasilia ai Centri di Solidarietà: un’origine che continua a generare 

Patricia Almeida Dos Santos ha portato l’esperienza trentennale dell’Associação Nossa Senhora Mãe dos Homens, attiva a Samambaia, a trentuno chilometri dal centro di Brasilia. La collaborazione con Cdo Opere Sociali attraverso il progetto Opere Gemelle, iniziata nel 2014, ha prodotto non soltanto cooperazione gestionale tra realtà italiane e brasiliane, ma amicizie e legami fraterni. L’associazione è nata nel 1996 dopo l’uccisione di Edimar, un sedicenne che, trasformato dall’incontro con Cristo, aveva deciso di abbandonare la banda e dichiarato: «Non ucciderò più nessuno». Oggi l’asilo e il doposcuola accompagnano circa duecento bambini, ma il punto di forza indicato da Dos Santos è il lavoro con le famiglie esposte a violenza domestica, droga e rottura dei legami. Accogliere significa amare una persona con le ferite e gli errori. Per consentire al figlio di una madre in libertà vigilata di frequentare l’asilo, l’associazione ha chiesto al tribunale di ampliare l’area nella quale la donna poteva muoversi. Prima della condanna ha riconosciuto la madre, senza cancellarne responsabilità e doveri. «Le persone cambiano quando si sentono guardate con dignità», ha affermato. Enrico Tiozzo Bon ha collegato queste esperienze alla storia dei Centri di Solidarietà, nati oltre quarant’anni fa durante la crisi dell’Alfa Romeo e poi diffusi in più di trecento realtà. Un’opera comincia perché qualcuno vede il bisogno, propone a un altro di coinvolgersi e non lo lascia solo. La Federazione custodisce questa compagnia: ciò che mantiene le opere giovani e in movimento è il legame con la storia che le ha generate e che consente a ciascuno di sperimentare insieme l’essere portato e il portare. 

Bellucci: istituzioni e Terzo settore sullo stesso livello 

Nelle conclusioni Maria Teresa Bellucci ha riconosciuto nei protagonisti delle opere sociali i «pionieri coraggiosi» evocati da Leone XIV: persone che non arretrano davanti al dolore e alla paura, ma attraversano la sofferenza in un cammino di speranza. Il viceministro ha richiamato una frase incontrata anni prima in una mostra del Meeting, «Nessuno basta a sé stesso», applicandola anche alla responsabilità pubblica. Nessun governo può prendere per mano le persone più fragili da solo; un’istituzione giusta e umile deve riconoscere la moltitudine di uomini e donne che spesso si sono messi in cammino non grazie alle istituzioni, ma nonostante esse. Da qui il valore dell’amministrazione condivisa, nella quale Stato, enti locali, associazioni e realtà del Terzo settore vengono posti allo stesso livello e chiamati a gestire insieme ciò che, per la sua complessità, sarebbe impossibile affrontare separatamente. La riforma del welfare, ha spiegato Bellucci, deve rafforzare le realtà piccole che rischiano di rimanere sole e renderle protagoniste delle sfide di questo tempo. «La cura è possibile quando ci si mette insieme e non si è di serie A o di serie B», ha dichiarato, confermando la disponibilità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al dialogo. Gheno ha concluso indicando tre criteri: amare la realtà senza considerarla nemica, non scandalizzarsi della fatica e vivere l’accoglienza come reciprocità. Le opere resistono così nel tempo non perché immobili, ma perché la presenza quotidiana le mantiene fedeli all’origine e continuamente capaci di cambiare forma, mettere radici e generare altro bene. 

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