Rimini, 21 agosto 2026. L’amore può ancora resistere quando la tecnologia pretende di conoscere desideri e preferenze meglio delle persone? Questa la domanda che ha guidato l’incontro “L’amore resiste? La provocazione dell’altro nell’era digitale. A confrontarsi sono stati Eva Illouz, sociologa e direttrice di studi all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, e Sergio Belardinelli, già professore di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna. Introducendo il dialogo, Marco Aluigi, vicedirettore della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, ha indicato il paradosso da cui partire: «non siamo apparentemente mai stati così liberi di amare e di scegliere chi amare» e, nello stesso tempo, non siamo mai stati così esposti a sistemi tecnologici invasivi, capaci di suggerire chi desiderare e secondo quali criteri. La libertà di scegliere chi amare, conquistata contro matrimoni combinati e convenienze familiari, rischia così di capovolgersi: dalla “scelta positiva”, la libertà di dire sì a qualcuno, alla “scelta negativa”, la possibilità di scomparire senza rendere conto a nessuno. Le piattaforme presentano l’altro come un profilo da filtrare e confrontare, dentro una logica di catalogo che promette efficienza ma rende sempre revocabile la decisione. Aprirsi a una persona, accettare tempo, pazienza e vulnerabilità, può allora apparire più come un rischio da evitare che come un dono.
Illouz: la crisi nascosta dell’intimità
Illouz ha proposto di spostare l’attenzione dalla crisi della famiglia a quella, meno visibile ma più profonda, dell’intimità. «La storia della famiglia è una storia di crisi perpetua», ha ricordato citando Melanie Cooper, osservando come la famiglia sia divenuta terreno di contesa politica, mentre amore e intimità continuano a essere percepiti come espressioni autentiche del sé, sottratte alle istituzioni, rimanendo l’utopia delle nostre società. Secondo la sociologa, tuttavia, «in realtà l’intimità va ben oltre il matrimonio e la famiglia rispetto al livello di crisi». La versatilità assunta oggi dalla famiglia mostra infatti la capacità di resistenza di un’istituzione sopravvissuta alle trasformazioni storiche; la crisi dell’amore e dell’intimità, invece, non possiedono confini netti né eventi facilmente misurabili come il divorzio, e proprio per questo sfuggono più facilmente all’analisi. Illouz ha ripercorso il passaggio dal matrimonio tradizionale, fondato su ruoli sociali definiti e su profonde disuguaglianze di genere, al matrimonio moderno, che dalla metà dell’Ottocento assume progressivamente una valenza affettiva. L’intimità arriva al centro della coppia, viene associata alla libera volontà e alla capacità dell’individuo di definirsi attraverso le proprie scelte. La conoscenza psicologica del sé e, dagli anni Settanta, la centralità della comunicazione emotiva rendono però la relazione una forma sociale molto articolata: ciascuno deve conoscere se stesso, esprimere ciò che prova e negoziare continuamente il rapporto con l’altro.
Relazioni frammentate e sistemi complessi
Per descrivere questa trasformazione Illouz ha utilizzato la categoria della complessità. In un sistema semplice, norme e codici rendono le interazioni relativamente prevedibili; nei sistemi complessi, invece, molte componenti differenti interagiscono secondo regole che non possono essere conosciute in anticipo, producendo incertezza. È quanto accade nell’intimità contemporanea, dove sessualità, amicizia, attaccamento, vita comune, romanticismo ed emozioni possono separarsi e ricombinarsi in forme molteplici. Attraverso esempi letterari, la sociologa ha mostrato persone chiamate a scrivere senza un copione già dato la propria vita relazionale, in un ambiente nel quale gusti, preferenze e identità diventano sempre più specifici. «Più sono gli elementi riconducibili a ogni individuo, più la complessità delle interazioni sarà elevata», ha affermato. Tutto questo crea incertezza in quanto le possibilità offerte da internet assumono la forma di un mercato, con domanda e offerta, visibilità e competizione; l’abbondanza delle opzioni non garantisce però la compatibilità e può rendere ancora più difficile stabilire un legame. Richiamando Jürgen Habermas, Illouz ha definito la crisi sociale come il momento in cui le norme condivise risultano tanto degradate da non offrire più orientamento. Ne deriva un ulteriore paradosso: individui sempre più liberi perdono il principio di autosovranità. Libertà, centralità delle emozioni e specificità delle preferenze generano volatilità, fino a condurre il sé, pur emancipato, a una condizione di profonda incertezza.
Belardinelli: accettare il rischio della libertà
Belardinelli ha raccolto la diagnosi di Illouz concentrandosi sui presupposti sociali delle “relazioni negative”. Richiamando le parole della collega, ha sottolineato come mercato e tecnologia hanno creato le condizioni perché sia sempre più normale proteggersi dai rischi e mettersi al sicuro da un possibile fallimento. Ma una società che esalta la libertà e, insieme, teme il rischio dovrebbe interrogarsi sul significato della libertà stessa. Il sociologo ha escluso ogni nostalgia per la famiglia del passato e per la sua apparente armonia: è dentro la modernità emotiva che occorre trovare ragioni capaci di generare relazioni differenti. L’individualizzazione rende i rapporti meno meccanici e più esposti all’incomprensione, come aveva intuito Hegel parlando di «tragedia del riconoscimento». Da qui la domanda decisiva: «qual è il confine tra libertà e anomia? Dove finisce la libertà e dove inizia il caos morale?». Per Belardinelli l’incertezza non deve essere negata, ma può trasformarsi in un’opportunità se la libertà viene pensata in termini meno emotivistici e più relazionali. Gli esseri umani non sono monadi impegnate a difendersi dagli altri: sono, nella formulazione ripresa da Alasdair MacIntyre, animali razionali e dipendenti, che trovano nella relazione le condizioni della propria realizzazione. La libertà non coincide soltanto con il fare ciò che piace, ma riguarda anche e soprattutto ciò che si deve a se stessi e agli altri per il fatto stesso di essere in relazione.
L’amore come compito e cura della relazione
Nelle relazioni amorose, ha proseguito Belardinelli, la concretezza della vita esclude tanto l’armonia prestabilita quanto una concezione astratta del romanticismo. Eppure esiste un criterio possibile: «l’amore è anche un compito, una fatica, che però può essere molto gratificante, perché alla fine ci accorgiamo che troviamo veramente noi stessi in quella relazione». Il rapporto con l’altro può condurre alla forma più difficile della libertà, la libertà da se stessi, e far irrompere nella precarietà qualcosa che possiede il carattere del definitivo. Dire “ti amo” mal si concilia con la riserva mentale di una scelta sempre sostituibile; entrare in una relazione pensando che esista certamente qualcuno di più adatto trasforma l’altro in uno strumento di autoespressione. Belardinelli ha invitato perciò a non assumere il fallimento come condizione di partenza e a creare luoghi nei quali le persone possano verificare la possibilità di un legame. «Proviamo a immaginare se avere cura di noi stessi non significhi, in primo luogo, avere cura delle relazioni nelle quali veramente ci mettiamo in gioco, come quelle amorose», ha detto. Alla domanda se la precarietà possa essere valutata positivamente, Illouz ha precisato la natura sociologica del proprio lavoro: non classificare astrattamente i fenomeni come buoni o cattivi, ma individuare le forze sociali che li modellano e misurarne gli effetti.
Dalla disorganizzazione dell’intimità alla fraternità
Illouz ha collegato la crescente difficoltà a costruire relazioni stabili alla formazione delle coppie e, attraverso di essa, alla demografia, all’economia e alla politica. La «disorganizzazione dell’intimità» incide sulla crisi demografica perché le coppie si formano meno o si formano più tardi. Al tempo stesso, questa instabilità alimenta il capitalismo consumistico e tecnologico: sostiene le piattaforme digitali, la consulenza per il miglioramento personale e l’industria che promette di mantenere uomini e donne competitivi nel mercato degli incontri. Per la sociologa questo è il segnale che tale modello economico può non essere più capace di riprodurre la società.
Nell’ultima parte del confronto, Aluigi ha chiesto se imparare a riconoscere l’altro possa offrire una via per affrontare anche i conflitti tra culture e popoli. Belardinelli ha risposto che occorre credere nella forza pervasiva dell’amore e nella portata pubblica delle relazioni: «con la convinzione che relazioni come amore e amicizia siano ancora oggi, anche oggi, nonostante l’oggi, l’unico modo che abbiamo per mettere i bastoni tra le ruote a certi poteri». Questi, ha aggiunto, restano irriducibili al potere politico, tecnologico, militare ed economico. In conclusione, Illouz ha messo in guardia dalla possibilità che l’attaccamento sia usato per manipolare e dominare, indicando nella fratellanza un fondamento diverso: «Fratellanza significa riconoscere l’umanità dell’altra persona, riconoscere che quella persona è mia pari, e che, quindi, noi condividiamo un destino comune». Non fusione che cancella l’individuo, dunque, ma riconoscimento di un’umanità condivisa, capace di assumere una forza umana, morale e politica.







