Rimini, 24 agosto 2026. Il matrimonio non è un ideale astratto, ma una vocazione vissuta nella concretezza di un amore totale e fedele, capace di custodire l’umano e aprirlo all’eterno. Questo il tema dell’incontro, avvenuto al Meeting di Rimini, “Per l’umano e per l’eterno: l’amor che genera”, trasmesso in diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana. Sono intervenuti Gabriella Gambino, sottosegretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; Fabrice Hadjadj, filosofo e scrittore; Mónica Santamarina, presidente dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche; ed infine Anna Chiara e Gigi De Palo. Ha introdotto Luca Sommacal, presidente di Famiglie per l’Accoglienza. A dieci anni da Amoris Laetitia, il dialogo ha affrontato l’attrattiva della vocazione matrimoniale in una cultura segnata dall’individualismo, dalla fragilità dei legami e dalla paura del “per sempre”. Sommacal ha richiamato le parole rivolte da don Giussani alle famiglie che praticavano l’accoglienza nella forma dell’affido e dell’adozione: ogni famiglia lotta sia per il fiorire dell’umano attraverso la gratuità, il perdono e la cura, sia per l’eterno, riconoscendo in ciascuna persona una promessa infinita. L’alleanza coniugale mostra che l’altro non è un limite alla propria libertà, ma un dono attraverso il quale la vita si dilata. Gli interventi hanno quindi unito una riflessione antropologica e giuridica, l’esperienza ecclesiale e una testimonianza quotidiana: generare non coincide soltanto con mettere al mondo figli, ma significa creare un’identità, delle relazioni affidabili, un’appartenenza, una speranza e degli spazi nei quali la persona possa rifiorire.
Hadjadj: la famiglia, culla del pensatore e crogiolo dell’umano
Fabrice Hadjadj, marito e padre di dieci figli, ha descritto la famiglia come un mistero che precede ogni concetto. Prima di essere oggetto del pensiero, è la culla nella quale il pensatore nasce, viene nutrito e accudito e dove impara a parlare. La famiglia non è necessariamente il riparo dalla crisi: è il luogo originario del dramma, nel quale coscienza, corpo, genealogia e libertà prendono forma. Contro la pretesa tecnocratica di una generazione programmata, Hadjadj ha difeso l’origine carnale della persona. L’essere umano nasce come mammifero, ma la sua sessualità è creazione dello spirito divino: «Il concepimento che avviene nel grembo di una donna è più spirituale del concepimento che avviene nella testa dell’uomo». La ragione conosce la mortalità, la sofferenza e il fallimento e potrebbe trovare molti motivi per non generare; per dare la vita ha bisogno di una speranza che la superi. L’alleanza non è anzitutto un’assicurazione contro la morte, ma un incoraggiamento alla vita. La famiglia genera l’umano perché si colloca tra materia e spirito, tempo ed eterno, peccato e grazia. È insieme comica e tragica, luogo del primo dono, del primo dramma e dell’ultimo perdono. Senza l’ordine animale e quello divino, un umanesimo chiuso su sé stesso rischia di approdare al transumanesimo e all’abbandono dell’uomo alla macchina. Nell’amore familiare, invece, il verso dantesco “L’amore che move il sole e l’altre stelle” diventa concreto: non un sentimento passeggero, ma un dinamismo della creazione ferita e redenta, inscritto nei corpi e nella relazione tra sposi, genitori e figli.
Gambino: il vincolo è il linguaggio adulto dell’amore
Gabriella Gambino ha iniziato dal ricordo dell’incontro con il marito: nello sguardo di lui riconobbe una persona inserita in un disegno più grande, fatto di persone da incontrare e amare. Ciò che sostiene il matrimonio oltre alle difficoltà non è anzitutto la forza di volontà degli sposi, ma la fedeltà a Dio. La parola ebraica Emunah significa “sostenere” e indica una promessa che rende possibile affidare il futuro alla persona amata. Il matrimonio, ha spiegato, non è soltanto l’istituzione sociale della coppia, ma della famiglia: ordina la differenza sessuale e le generazioni, genera ruoli e identità, protegge vulnerabilità e diritti e rende la relazione pubblicamente affidabile. «Il vincolo è il linguaggio adulto dell’amore», ha affermato: il diritto non spegne il sentimento, ma gli offre forma, ordine e certezza, sottraendolo alla sola mutevolezza soggettiva. Il sacramento va annunciato come vocazione, non come eroismo solitario o proposta moralistica. La grazia innesta gli sposi in Cristo e rende possibile ciò che più spaventa: il per sempre. Anche la preparazione alle nozze deve diventare esistenziale, possibilità di aiuto a riconoscere la presenza di Cristo nella coppia. L’amore fedele non è l’obbligo di dover sempre amare, ma la possibilità di poter amare ancora, ritornando ogni giorno al sì che ha generato la coppia. Generare, ha concluso Gambino, significa non soltanto dare ai figli la vita, ma offrire loro la luce per viverla in pienezza.
Dalla solitudine all’accompagnamento: una comunità di comunità
Mónica Santamarina ha portato l’esperienza della UMOFC, rete che rappresenta oltre otto milioni di donne nei diversi continenti. Una madre kenyota coinvolta in un programma di genitorialità positiva aveva descritto la propria condizione con una parola: “isolata”. Accanto alle difficoltà economiche, alla violenza, alla migrazione e alle tensioni educative, molte famiglie sentono la sensazione di dover affrontare tutto da sole. L’invito di Amoris Laetitia ad accompagnarle diventa perciò decisivo: Chiesa e comunità non sostituiscono la famiglia né le sottraggono responsabilità, ma le restituiscono forza e impediscono che rimanga sola. UMOFC si definisce una «comunità di comunità», una rete globale nella quale le donne che sono state sostenute diventano a loro volta capaci di sostenere altre donne, famiglie e territori. Attraverso organizzazioni di base e l’Osservatorio Mondiale delle Donne, raccoglie le voci delle persone più vulnerabili e le porta presso organismi internazionali; promuove inoltre formazione, prevenzione della violenza e iniziative come “Pasti in famiglia senza dispositivi elettronici”. In Kenya, per 268 genitori hanno lavorato su dialogo, corresponsabilità e prevenzione della violenza: non sono diventate famiglie perfette, ma famiglie accompagnate, capaci di riscoprire risorse già presenti. Il rispetto della dignità si impara nelle relazioni: vedendo una famiglia ascoltare, perdonare, aiutare e accogliere. La pace non comincia soltanto nei grandi accordi internazionali, ma quando coniugi imparano ad ascoltarsi, genitori vengono sostenuti nell’educazione e una comunità non abbandona chi soffre.
Anna Chiara e Gigi De Palo: la bellezza concreta di una famiglia imperfetta
Gigi De Palo ha raccontato che lui e Anna Chiara si sono sposati ventidue anni fa perché non vedevano scelta più bella dello stare insieme per tutta la vita. La testimonianza familiare, però, non coincide con l’immagine idealizzata di una perfezione senza conflitti. «Questa complessità è la sua bellezza. La sua bellezza non è in qualcosa di astratto: è nella concretezza di tutto questo», ha spiegato. Dei momenti di armonia nei quali si intravede l’eterno possono trasformarsi rapidamente in fatica, incomprensione e disordine; la promessa riguarda l’intera realtà, non soltanto le sue parti gradevoli. Anna Chiara ha preso le mosse dalla figlia diciassettenne, convinta di non volersi sposare, nonostante le narrazioni romantiche manifestino un desiderio di amore lungo ed eterno. La formula “tu mi completi” le è apparsa insufficiente e perfino restrittiva: «Io non voglio essere completata, io voglio essere allargata, io voglio essere infinitizzata da mio marito». Il rito del matrimonio, nel quale la libertà ricorre continuamente, le ha restituito la consapevolezza che il sacramento nasce da un sì pienamente libero. La vita quotidiana rivela tuttavia il tentativo reciproco di rieducare e modificare l’altro. Proprio il fallimento di questi piccoli progetti è diventato una grazia, perché ha reso possibile riconoscere la differenza senza cancellarla. Il matrimonio non elimina la diversità, ma offre uno spazio nel quale rinunciare a possederla e imparare il perdono.
Giorgio, il figlio che ha infranto le aspettative e aperto alla grazia
Il passaggio decisivo nella testimonianza di Anna Chiara è stato la nascita, il 10 marzo 2018, del quinto figlio Giorgio, con sindrome di Down. Prima di ricevere una diagnosi, lo aveva accolto, accarezzato, riconosciuto dall’odore e amato come figlio senza etichette. Giorgio ha infranto fin dal primo vagito le attese costruite su di lui: «Una croce non si chiede, si accoglie». Quella disobbedienza alle aspettative, le ha mostrato come il perdono della differenza entri nella vita attraverso un amore che precede ogni progetto. Lo stesso movimento riguarda la relazione coniugale. Marito e moglie possono vivere nella medesima stanza e sentirsi separati da un intero fuso orario; gesti, abitudini e tempi diversi alimentano ogni giorno il desiderio di cambiare l’altro. La libertà consiste invece nel rinunciare ai progetti rieducativi reciproci, riconoscendo che l’altro non è già conosciuto e scritto una volta per tutte. Attendere il suo sì, rispettarne i tempi e fare lo stesso con i figli è faticoso, ma è anche ciò che rende la relazione più piena. Anna Chiara ha collegato questa attesa al modo in cui Dio si pone davanti alla libertà umana e al sì di Maria: se Dio attende la persona senza forzarla, anche gli sposi possono imparare ad attendersi. Sommacal ha raccolto la testimonianza indicando nel rapporto coniugale un luogo nel quale divino e umano si toccano, e la libertà diventa promessa di qualcosa di meraviglioso.
L’amore genera quando passa dalla famiglia alla società
La generatività matrimoniale non si chiude nella coppia. Il patto tra uomo e donna crea uno spazio stabile per i figli, dà forma alle generazioni e si espande nello spazio pubblico attraverso accoglienza, responsabilità e cura. Gabriella Gambino ha indicato, nell’inverno demografico, una condizione prima ancora interiore: il bisogno di proteggersi da ogni difficoltà prevale sull’apertura fiduciosa alla vita. Per questo occorre educare bambini e giovani alla bellezza della differenza sessuale e del dono definitivo, non limitandosi a trasmettere il desiderio generico di “fare famiglia”, ma mostrando il matrimonio come vocazione desiderabile. Santamarina ha affidato alla conclusione cinque impegni: non basta difendere le famiglie, bisogna impedire che siano sole; non basta incoraggiare i giovani, bisogna accompagnarli nelle paure; non basta parlare d’amore, occorre creare luoghi nei quali viverlo; non basta proclamare la dignità, servono relazioni nelle quali ciascuno si senta prezioso; non basta dire che nessuna famiglia si costruisce da sola, bisogna testimoniare che formarla riempie la vita di senso. Chi è stato sostenuto impara a sostenere, chi è stato ascoltato ad ascoltare, chi è stato accolto ad accogliere. «L’amore apre, l’amore costruisce ponti, l’amore genera vita», ha sintetizzato. Passando da una persona a una famiglia, da una famiglia a una comunità e da una comunità alla società, l’amore coniugale rende visibile una forza capace di unificare, riconciliare e muovere ancora il mondo.







