Rimini, 21 agosto 2026. Il carcere non è soltanto sovraffollamento, sofferenza, aggressioni o gesti autolesivi: dentro e oltre il muro esistono persone capaci di accompagnare chi ha sbagliato verso una nuova possibilità. È il tema dell’incontro “La vita oltre il muro, come far fiorire speranza in carcere”, realizzato in collaborazione con Cdo Opere Sociali e trasmesso in differita sui canali digitali di Il Sussidiario Tv. Sono intervenuti Antonio Baldissarri, presidente della cooperativa sociale Cidiesse; Fabio Romano, presidente di Incontro e Presenza; Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, collegato da remoto; Iolanda Tortù, Commissario Capo di Polizia Penitenziaria e comandante dell’IPM Beccaria. Ha moderato Adriano Moraglio, presidente La goccia di Lube. Aprendo il confronto, Moraglio ha chiarito che la parola capace di dare senso all’incontro non era “carcere”, ma «speranza». Ogni giorno volontari e operatori attraversano le porte degli istituti portando accompagnamento, dialogo e vicinanza. «Questa è la speranza: persone che incontrano altre persone», ha osservato, ricordando la propria esperienza di volontario e il riconoscimento che nasce guardando un detenuto negli occhi: ci si scopre fatti della stessa umanità. Le testimonianze hanno mostrato che il male commesso non viene negato e la pena conserva la propria funzione, ma nessuna colpa esaurisce il valore della persona o può cancellarne definitivamente il futuro.
Baldissarri: il lavoro vero ricostruisce identità e futuro
Interviene per primo Baldissarri per il quale il lavoro vero ricostruisce identità e futuro, raccontando l’esperienza della cooperativa, attiva dal 1989 e orientata dal 2010 ai minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria. All’interno dell’IPM Beccaria è stato aperto un laboratorio nel quale i ragazzi vengono formati come cablatori e quadristi per l’automazione industriale. Non si tratta di un’attività simulata: i giovani sono assunti, lavorano per clienti reali, ricevono uno stipendio, imparano a gestirlo e sperimentano regole, responsabilità e conseguenze del proprio operato. Il collaudo di un quadro elettrico rende immediatamente verificabile la qualità del lavoro e consente di correggere gli errori insieme. Questo percorso permette ai ragazzi, spesso arrivati in istituto con lo stigma di persone capaci soltanto di creare problemi, di riconoscersi competenti e di costruire una nuova identità sociale. Baldissarri ha insistito sulla necessità di lavorare «con loro, non per loro». Nella sede esterna i giovani condividono otto ore al giorno con operai specializzati e adulti affidabili, incontrando modelli diversi da quelli che hanno segnato la loro crescita. Il passaggio decisivo avviene alla scarcerazione: il rapporto di lavoro prosegue senza interruzioni per un altro anno, anche attraverso accordi con comunità, e al termine il curriculum viene presentato alle imprese. Secondo i dati illustrati da Baldissarri, la recidiva tra i ragazzi seguiti scende sotto il 10 per cento e il 90 per cento di coloro che superano il periodo di prova viene confermato a tempo indeterminato. Alcuni sono diventati capisquadra, altri hanno avviato attività autonome anche nei Paesi d’origine. Infine, afferma che «Niente ci appaga come i risultati umani che abbiamo ottenuto in questi anni», e definisce il carcere, nonostante le sbarre, una «palestra di umanità» e una «casa di umanità». Da remoto il viceministro Francesco Paolo Sisto definisce il volontariato una presenza fondamentale negli istituti e condivide l’idea di operare con i detenuti e non semplicemente per loro. La speranza, ha precisato, implica responsabilità: lo Stato deve offrire trattamento, opportunità e una luce in fondo al tunnel, mentre la persona detenuta è chiamata ad accogliere l’offerta e a partecipare attivamente. Il lavoro carcerario, secondo Sisto, ha un effetto decisivo sulla recidiva ed è «terapeutico». Ha indicato due rischi da contrastare: lo sdegno prodotto da condizioni che non rispettano i diritti fondamentali e la depressione alimentata dall’assenza di prospettive. «Si può privare della libertà, ma non della dignità», ha affermato, chiedendo condizioni logistiche e sanitarie adeguate e una continuità reale tra comunità esterna e comunità carceraria. Le norme e gli investimenti, ha aggiunto, non bastano senza persone capaci di interpretarli e renderli effettivi. Sisto ha richiamato l’articolo 27 della Costituzione e la tensione rieducativa della pena, sottolineando la necessità di collaborazione tra strutture sociosanitarie, governo, Ministero, volontari, educatori e polizia penitenziaria. Ha inoltre attribuito un ruolo centrale alla prevenzione e all’educazione precoce alla legalità: scuola e famiglia devono aiutare i bambini a comprendere che la cultura e la conoscenza aprono una strada diversa dalle scorciatoie dell’illegalità. Il carcere, ha concluso, non è l’unica pena; misure alternative, pene sostitutive, liberazione anticipata e affidamento in prova devono concorrere a un sistema capace di coniugare sicurezza, responsabilità e reinserimento.
Esperienza di incontro tra l’esterno e l’interno della realtà carceraria è Fabio Romano che inizia il suo intervento riprendendo un antico detto africano secondo cui per educare un bambino serve un villaggio, applicandolo al percorso di reinserimento: «Anche per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio». L’insieme del carcere è una realtà complessa: detenuti, amministrazione e polizia penitenziaria, operatori, magistrati, avvocati, cooperative, imprese, enti formativi, cappellani, religiose e volontari. Questa rete complessa è unita dall’obiettivo di accompagnare le persone verso il recupero umano e la piena integrazione sociale. Il carcere amplifica solitudine, sofferenza, dipendenze e paure, ma ospita anche amicizia, fraternità e speranza. Romano però ribadisce che non si possono dimenticare il reato e le vittime; allo stesso tempo è capire anche che «il male commesso da queste persone non è l’ultima parola sulla vita di queste persone». I volontari di Incontro e Presenza entrano negli istituti soprattutto per colloqui individuali. L’incontro nasce dalla convergenza di due libertà: quella di chi sceglie di dedicare il proprio tempo e quella della persona detenuta che accetta il dialogo. Molti rapporti maturano nell’ascolto silenzioso delle paure e delle frustrazioni. Romano ha raccontato anche la storia di un uomo seguito dal 1992, che in carcere ha ripreso gli studi dalle scuole medie, si è laureato in Farmacia e sta completando Medicina. Pur consapevole delle difficoltà che potrà incontrare nell’esercizio professionale, continua il percorso mosso dal desiderio di diventare medico. Questa vicenda, insieme alle numerose reti di solidarietà diffuse negli istituti italiani, documenta che la pena non deve essere l’atto conclusivo della giustizia, ma l’inizio di un cammino verso la riabilitazione e la riammissione nella società.
Tortù: garantire la speranza attraverso adulti coerenti
Quanto detto viene vissuto in modo professionale da Iolanda Tortù che ripercorre la sua una carriera iniziata nel 1999 come agente al Beccaria e proseguita fino all’attuale responsabilità di comandante. Richiama quindi il motto della Polizia Penitenziaria: «Garantire la speranza è il nostro compito». I ragazzi entrano spesso disperati, senza prospettiva e con la percezione di avere fallito anche nell’unico ambito in cui pensavano di saper riuscire. Chi rientra per la seconda o la terza volta porta inoltre il peso di un nuovo fallimento. In questo contesto servono adulti presenti, onesti e coerenti, capaci di offrire argini, confini e un modello concreto di legalità. La speranza, ha spiegato Tortù, non nasce senza una relazione costruita: anche quando un ragazzo commette un nuovo reato dentro l’istituto e deve essere denunciato, il rapporto viene ricostruito e il cammino riparte dall’errore. La prima forma di speranza può essere molto concreta: un pasto caldo, lenzuola pulite, il ritrovare un agente conosciuto. Successivamente diventa possibilità di conseguire la licenza media, frequentare la scuola, lavorare nei laboratori di falegnameria o pasticceria e immaginare il futuro. Un ragazzo rientrato per scontare una vecchia pena, dopo la morte della madre e già orfano di padre, ha scelto di utilizzare quel tempo per ottenere la terza media e avere «qualcosa in più da spendere». La fiducia in sé, ha sottolineato la comandante, cresce quando gli adulti guardano i giovani con fiducia e danno risposte coerenti come squadra. Nelle ore notturne sono spesso gli agenti ad accogliere le disperazioni più acute e a prevenire i gesti autolesivi. Polizia penitenziaria, educatori, volontari, scuole, fondazioni e istituzioni territoriali sono quindi indispensabili per riconoscere le risorse dei ragazzi e offrire una prospettiva reale oltre il muro.
Nella parte conclusiva, Baldissarri ha raccontato alcuni esiti dei percorsi lavorativi: un ex ragazzo del Beccaria è tornato anni dopo chiedendo di «restituire qualcosa» di quanto aveva ricevuto, è stato assunto e ha poi aperto un’attività propria; un altro giovane, dopo un cammino difficile, è diventato caposquadra ed è riuscito a ricostruire anche il rapporto con la legalità quotidiana. Romano ha ricordato che le condizioni degli istituti non sempre favoriscono i nuovi inizi, ma ha posto una domanda alla società civile: se la pena non cancella la dignità e deve trasformare la colpa in responsabilità, come si può negare anche al colpevole la speranza di un futuro migliore? La rete tra pubblico e privato rende possibili percorsi che nessun soggetto potrebbe sostenere da solo e permette anche di vigilare sulle condizioni della detenzione. Moraglio ha rivolto al viceministro l’appello a estendere i benefici della legge Smuraglia alle imprese che assumono persone sottoposte a misure alternative che sono più dei carcerati (84000 contro i 64000).
Sisto: dignità, responsabilità e lavoro di squadra
Sisto ha dichiarato di raccogliere la richiesta e ha richiamato la sensibilità verso le alternative alla detenzione, precisando che la valutazione dovrà coinvolgere anche il Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’incontro ha così consegnato un’immagine del carcere lontana sia dalla rimozione sia dall’idealizzazione: un luogo nel quale permangono difficoltà profonde, ma dove il lavoro, l’ascolto, l’educazione e la coerenza degli adulti possono restituire consapevolezza del proprio valore. La speranza fiorisce quando istituzioni, imprese, volontari e operatori scelgono di incontrare la persona senza ridurla all’errore commesso e costruiscono con lei una possibilità concreta di rientrare nella società.







