Rimini, 22 agosto 2025 – L’incontro “La vita come vocazione” si è svolto all’interno dell’Arena Tracce, lo spazio inaugurato nel 2024 per i cinquant’anni della rivista internazionale di Comunione e Liberazione e riproposto anche quest’anno al Meeting come laboratorio di dialogo, di confronto e di approfondimento culturale e spirituale. L’appuntamento, introdotto da Valentina Frigerio, responsabile del sito di CL e della presenza digitale del Movimento, ha visto la partecipazione di madre Maria Francesca Righi, badessa del monastero di Valserena, in dialogo con don Paolo Prosperi, sacerdote della Fraternità missionaria San Carlo Borromeo.
Vocazione: non un privilegio per pochi ma una chiamata universale
Nel suo intervento, interrogata da don Prosperi sul significato di “vocazione”, madre Righi ha affrontato subito un equivoco diffuso sul tema: «Siamo stufe morte di sentire dire che non ci sono vocazioni. Ogni persona che esiste al mondo è una vocazione». La badessa ha chiarito che il termine non indica soltanto la scelta della vita consacrata o sacerdotale, ma esprime la condizione stessa dell’essere umano: «Vocazione significa che c’è Uno, con la maiuscola, che chiama, e c’è una responsabilità, una risposta da vivere». Inoltre, dalle parole della badessa, la vocazione è intesa come chiamata ad abbracciare la realtà tutta ma anche come ascolto e riconoscimento dell’iniziativa divina sulla nostra vita.
Un mistero che interpella la libertà
La vocazione, ha spiegato madre Righi, non è il risultato di un calcolo individuale o di un progetto stabilito a tavolino, ma è piuttosto l’esperienza di una chiamata che sorprende e supera i nostri criteri. «Non è il mistero di me che scelgo a tavolino, ciò che più mi conviene, ma è il mistero di Uno che mi sceglie e mi ama prima ancora che io esista». Attraverso citazioni tratte dalla tradizione monastica, madre Righi ha reso concreta l’idea della vocazione come dinamica di ascolto e di risposta. Ha ricordato che, secondo san Bernardo, «la vocazione è ciò che dice il legame tra l’origine e il compimento, tra il quotidiano e l’infinito». L’esperienza vocazionale non annulla l’umanità, ma la porta a compimento: «La vocazione è un incontro che produce una sequela e tende a un compimento. È la scoperta di Uno che chiama e di me che rispondo.
Il discernimento: ascolto e lotta interiore
Communication Partner News Agencies Partner Interpellata da don Paolo Prosperi sulla questione del discernimento, madre Righi ha spiegato che la scoperta della vocazione non è un atto unico e definitivo, ma un processo che attraversa tutta la vita. «C’è un discernimento iniziale, uno in corso d’opera e uno finale, quello che spetta a Dio». La badessa ha descritto i criteri della tradizione monastica, che parlano di “discernimento degli spiriti” e di “combattimento dei pensieri”: si tratta della capacità di riconoscere ciò che proviene da Dio.
Obbedienza, rinuncia e libertà: parole scomode ma necessarie
Una parte significativa del dialogo ha toccato termini spesso fraintesi dal linguaggio contemporaneo, come obbedienza, rinuncia e sacrificio. Don Prosperi ha osservato come oggi questi concetti siano percepiti quasi in contrasto con l’idea moderna di libertà personale. Madre Righi ha ribaltato la prospettiva: «Ogni sì è rinuncia, ma questa non è perdita di libertà: è l’unico modo per farla crescere. Il voto non significa che non posso più scegliere, ma che prometto di continuare a scegliere, per tutta la Vita».
La sfida culturale: ricostruire un’antropologia adeguata
Madre Righi ha individuato nell’attuale contesto culturale una delle sfide decisive: «La frantumazione del tessuto culturale ha reso incomprensibili molte parole della tradizione. Non si tratta solo di mancanza di vocazioni, ma di mancanza di padri e madri capaci di generare, perché hanno smarrito la coscienza di essere figli». La badessa ha denunciato gli effetti dell’ideologia individualista e dell’ateismo pratico: «Non siamo più immagine di Dio, ma pretendiamo di fare Dio a immagine di noi stessi». Il tema della vocazione è stato riletto anche alla luce dell’esperienza dei giovani. «Ogni generazione – ha osservato la badessa – è chiamata a rispondere in modo proprio alle sfide del suo tempo. Oggi serve ricostruire una cultura vocazionale, cioè un linguaggio condiviso che restituisca senso a parole come libertà, obbedienza, promessa». La badessa ha sottolineato come le difficoltà che incontrano i giovani e quanti li aiutano nel loro cammino vocazionale sono attribuibili anche alla nostra cultura liberale che percepisce la libertà come autodeterminazione. Madre Righi ha poi descritto la condizione spirituale contemporanea con i termini della tradizione monastica: accidia, inquietudine, tristezza del cuore.
Un invito alla responsabilità e alla speranza
L’incontro si è concluso con un appello forte a riscoprire la dimensione della figliolanza, senza la quale non possono nascere padri e madri capaci di generare. «Nessuno genera se non è generato», ha ricordato don Prosperi riprendendo le parole di don Luigi Giussani. Da questa consapevolezza prende forma una cultura che non teme parole come fedeltà, promessa, rinuncia, ma le riconosce come strumenti di libertà e di compimento. Madre Righi ha concluso l’incontro salutando con una preghiera di sant’Ilario che testimonia come la vocazione sia un costante e continuo atto di libertà.







