Rimini, 21 agosto 2026. Nel centenario della morte dell’architetto Antoni Gaudi, parlano al Meeting i protagonisti della costruzione della Torre di Gesù Cristo, la torre più alta (172,5 metri) della Sagrada Família. All’interno di una rete di relazioni personali (era il metodo dell’architetto catalano), archi-tetti, artigiani, artisti e scienziati hanno disegnato e costruito, nelle forme della torre, una sintesi della storia della salvezza insieme alla storia del cosmo, alla luce delle più recenti acquisizioni scien-tifiche.
L’incontro «La Sagrada Familia: pietra viva nel tempo», trasmesso in differita sui canali digitali di IlSussidiario Tv, ha riunito Marco Bersanelli, professore di Fisica e Astrofisica all’Università degli Studi di Milano; Chiara Curti, architetto esperto della Sagrada Família e docente alla Facoltà Antoni Gaudí di Barcellona; Jordi Faulí, architetto capo della basilica; Andrea Mastrovito, autore dell’Agnus Dei per la Torre di Gesù Cristo. Moderando il dialogo, Martina Saltamacchia, professoressa di Storia Medievale all’Università del Nebraska, ha invitato a scoprire le storie che hanno reso possibile l’opera.
Jordi Faulí ha illustrato la genesi del progetto della torre di Gesù Cristo inquadrandola nella struttura della Basilica. Marco Bersanelli, dopo una breve introduzione sui risultati della Missione Planck, ha raccontato il suo contributo nell’identificare la forma del paraboloide come rappresentativa delle più recenti acquisizioni scientifiche sull’espansione dell’universo: proprio questa forma geometria è alla base del disegno della torre. Andrea Mastrovito ha mostrato le fasi della realizzazione della sua originale scultura, l’Agnus Dei. Chiara Curti ha affrontato il tema del tempo nella costruzione della Sagrada Família, che si interseca con il concetto di incompiutezza, vista come opportunità e non come difetto.
La Torre di Gesù Cristo: un’architettura che invita a guardare in alto
Jordi Faulí ha presentato la torre collocata al centro della chiesa, sopra il transetto, circondata dalle quattro torri degli evangelisti e inserita nel sistema delle diciotto torri progettate per la basilica. «La Torre di Gesù Cristo è al centro perché desideriamo, come Gaudí, che Gesù sia il centro delle nostre vite. Il tutto ci invita a guardare in alto, ci solleva il cuore», ha spiegato. La struttura raggiunge 172 metri e mezzo di altezza e nasce dalla trasformazione parametrica della cupola della Sacrestia la-sciata da Gaudí come modello. Dodici paraboloidi convergono verso il vertice; sulle loro superfici si
aprono 396 finestre triangolari con bordi in porfido rosso, richiamo della Passione di Cristo. Per at-tribuire alla pietra una funzione strutturale senza gravare eccessivamente sulle fondazioni, architetti e ingegneri hanno sviluppato pannelli di pietra precompressi mediante barre d’acciaio, integrati con cemento armato negli angoli. Questa soluzione consente alla torre di resistere al vento e al sisma e lascia all’interno un unico spazio verticale di circa sessanta metri. Il corpo principale, il terminale e la croce compongono un percorso ascendente nel quale geometria e simbolo coincidono: alla som-mità risuonano le lodi «Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus», mentre la croce a quattro braccia estende verso la città l’abbraccio di Cristo dalla croce.
Il firmamento nella torre: la storia del cosmo diventa spazio
Fu lo scultore giapponese Etsurō Sotoo a proporre di rappresentare il firmamento all’interno della torre. Su suggerimento di Chiara Curti, quindi, nel 2013 Faulí invitò Marco Bersanelli a incontrare il gruppo di architetti e artisti. L’astrofisico aveva da poco contribuito alla pubblicazione dei primi ri-sultati della missione Planck. Nelle cattedrali medievali, ha ricordato, la cupola raffigurava un uni-verso concepito su geometrie sferiche, mentre le conoscenze attuali dell’universo parlano di una espansione dell’universo nello spazio tempo che è osservabile grazie alle rilevazioni dei telescopi spaziali Hubble e James Webb. Oggi sappiamo che l’universo contiene miliardi di galassie e che os-servare più lontano nello spazio significa risalire nel tempo, fino alla prima luce di quasi quattordici miliardi di anni fa. Bersanelli ha riconosciuto nella curva del grafico che descrive l’espansione dell’universo una forma, il paraboloide, che, ruotato di 90 gradi, è sorprendentemente simile al profilo esterno della torre. La croce, posta sulla sommità della torre, indica un mistero che sostiene ogni momento e che entra nella storia umana in Gesù Cristo. Così la forma della torre racconta la creazione non solo nello spazio, ma anche nel tempo, di quell’ “Amor che move il sole e l’altre stelle”.
Dalla prima luce ai colori della creazione
Faulí ha ripreso poi come l’intuizione cosmologica sia diventata materia nelle decorazioni interne della torre realizzate da Etsuro Soto con il laboratorio Cumella. Nella parte più alta dello spazio in-terno, l’incontro delle dodici sezioni paraboliche rappresenta la prima luce attraverso il bianco, il rosso e il viola; scendendo verso il basso della torre, ovvero verso il presente della creazione, com-paiono tonalità di blu sempre più intense e i colori delle galassie. L’orientamento cromatico dialoga con l’intero edificio: il verde guarda verso la facciata della Natività, le tonalità luminose verso la Gloria, quelle rossastre verso la Passione, mentre una stella d’oro è rivolta alla torre della Vergine Maria. Macchie dorate disposte secondo un movimento elicoidale testimoniano la presenza dello Spirito Santo nel mondo. Artisti e artigiani hanno sviluppato una ceramica smaltata simile all’acqua-rello, applicando con spugne e acqua i colori su grandi superfici paraboliche composte da tessere triangolari. Nel parte terminale della torre, una scala trasparente in acciaio e vetro conduce alla
croce. La croce, costruita secondo la doppia rotazione elicoidale già impiegata da Gaudí nelle co-lonne, durante il giorno riflette il sole e di notte proietta luce sulla città. Le finestre permettono di guardare Barcellona e, con essa, le persone che la abitano, seguendo l’invito di Gesù ad amare il nostro prossimo. Benedetta da Leone XIV il 16 giugno, a cento anni dalla morte di Gaudí, la torre rende visibile una creazione attraversata dalla presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
L’Agnus Dei: frammenti di luce e ferite accolte
Al centro della croce si trova l’Agnus Dei di Andrea Mastrovito, artista bergamasco scelto attraverso un concorso ristretto. L’artista ha raccontato del complesso processo creativo, nutrito di letture (tra cui – coincidenza – proprio un testo di Bersanelli), schizzi, intuizioni e ispirazioni da altre opere. Ini-zialmente prese forma l’idea di un agnello circondato da raggi costruiti come semi-iperboloidi; suc-cessivamente, l’idea di utilizzare vetro ed oro come materiali adatti a riflettere la luce.
L’opera evoca elementi dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini, il triangolo dorato dedicato a Dio Padre nella basilica stessa, il baldacchino dell’altare e condensa alcune suggestioni provenienti dalla cultura popolare.
I maestri vetrai e doratori dello studio Reduzzi hanno trasformato il disegno in un agnello rivestito di migliaia di frammenti di vetro di Murano, plasmati a mano. «Io cerco sempre di partire dall’umano per arrivare al sacro», ha spiegato Mastrovito. I numerosi frammenti di vetro che costituiscono l’opera rappresentano così plasticamente il dolore di Cristo nella Passione e – insieme – la frammen-tazione della vita dell’uomo moderno.
Un’opera incompiuta non per difetto, ma per promessa
Chiara Curti ha posto al centro il tempo e il divenire della Sagrada Família. Richiamando le parole pronunciate dal Papa a Barcellona, ha ricordato che la basilica è «un unico edificio composto di molte pietre, una casa che cresce con costanza negli anni secondo un identico progetto». La sua imperfezione «non è un difetto, perché attesta un desiderio. Non significa una mancanza, ma esprime una promessa». L’incompiutezza non deriva soltanto dalla morte accidentale di Gaudí, ma dalla scelta consapevole di affidare l’opera a molte generazioni. Contrariamente all’immagine dell’artista isolato, Gaudí visse dentro una rete di amici, poeti e collaboratori. Si presentava come «un collaboratore del Creatore», riconoscendo che la propria genialità non era un possesso, ma un dono da mettere al servizio. La frase «Essere originali significa tornare all’origine» riassume il suo metodo: osservare la natura, cercare la sorgente delle forme e partecipare liberamente a una storia iniziata prima di lui. Per Curti, Gaudí sarebbe contento della nuova torre proprio perché custodiva un progetto che sapeva ispirato e non temeva che altri lo portassero avanti. La sua originalità non coincide con l’eccentricità, ma con la capacità di generare un’opera che continua a vivere e lascia liberi coloro che vengono dopo. La Sagrada Família resta così un cantiere del presente, nel quale il tempo non divide l’idea dalla realizzazione, ma permette alla storia di farsi.
Ciò che è rotto entra in un ordine più grande
La tecnica del trencadís ha offerto a Curti l’immagine conclusiva dell’intero incontro: frammenti di ceramica, vetro, piatti e contenitori scartati ricevono una forma nuova. Una domestica che aveva rotto un piatto esclamò che Gaudí ne sarebbe stato contento; sulla torre di san Barnaba, l’unica terminata mentre l’architetto era in vita, balsami e medicine ormai inutili diventarono rivestimento luminoso. Davanti a quell’opera un orologiaio disse semplicemente «Fa goig!», «che bello», susci-tando la gioia di Gaudí. La rottura, dunque, non è negata: può essere accolta dentro qualcosa di più grande e collaborare alla bellezza. Curti ha testimoniato che la stessa dinamica si è ripetuta nell’ami-cizia tra i protagonisti dell’opera, nata da libri, conversazioni, suggerimenti e momenti personali difficili. La stella della Torre di Maria, inaugurata nel 2021, fu ripresa nelle decorazioni natalizie di Barcellona, quasi che il nuovo cielo della basilica si irradiasse sulla città. L’eredità di Gaudí, ha con-cluso, non consiste soltanto in una chiesa, ma in «un luogo che educa a uno sguardo nuovo, capace di trasfigurare tutta la realtà». Saltamacchia ha raccolto il filo del dialogo: il cantiere non è un mau-soleo, ma una costruzione di pietre vive; l’universo non è vuoto e, al suo centro, l’Agnello rende presente un amore che raggiunge l’uomo nel qui e ora. Anche i cocci della vita possono così diven-tare un’opera d’arte, mentre tempo e spazio si trasformano da limiti in possibilità di cammino.







