Rimini, 21 agosto 2026. Riscoprire l’esistenza significa non ridurre l’essere umano a un sistema, a una funzione o a un dato, ma riconoscerne la singolarità, la libertà, l’interiorità e la possibilità di diventare se stesso. È il percorso propostodall’incontro “Kierkegaard oggi. Riscoprire l’esistenza”, dedicato all’attualità del filosofo danese Søren Kierkegaard e alla sua utilità per affrontare le domande rese più acute dalla rivoluzione digitale: chi siamo, che cosa ci definisce e che cosa non possiamo perdere. Moderati da Carmine Di Martino, professore di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano, sono intervenuti Ingrid Basso, del Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Joakim Garff, teologo e responsabile del Søren Kierkegaard Research Centre dell’Università di Copenhagen; Ettore Rocca, professore di Estetica all’Università Digitale Pegaso e docente presso lo stesso centro di ricerca. Di Martino ha ricordato l’influenza esercitata da Kierkegaard sulla cultura del Novecento e la sua polemica con ogni tentativo di assorbire l’esistenza in un sistema astratto. Al centro della sua opera stanno l’io, la libertà e la decisione, ma anche il cammino che dalla disperazione conduce verso la possibilità della fede. Le risposte dei relatori non hanno assunto la forma di una lezione distaccata: ciascuno ha raccontato l’incontro personale con un autore che non si limita a trasmettere contenuti, ma provoca chi legge a non sorvolare su di sé. Kierkegaard è apparso così come un testimone capace di accompagnare la ricerca di senso e di illuminare la fragilità dei giovani senza trasformarla in una definizione.
Basso: la letteratura mette in scena possibilità nelle quali riconoscersi
Ingrid Basso ha raccontato di aver incontrato Kierkegaard a quindici anni attraverso “Timore e tremore”. Quella lettura la colpì perché rispondeva alle domande sul senso dell’esistenza proprie dell’adolescenza e la spinse ad approfondire l’interaopera del filosofo. Il carattere drammatico della sua scrittura, ha spiegato, non indica soltanto un tono tragico, ma la messa in scena di modi concreti di vivere. Molte opere assumono la forma di romanzi filosofici e presentano personaggi cheincarnano possibilità dell’esistenza: il lettore non incontra concetti separati dalla vita, ma figure nelle quali può immedesimarsi e riconoscere il proprio rapporto con se stesso e con il mondo. È la categoria kierkegaardiana della contemporaneità: «Quello che tu stai leggendo sta parlando di te». La letteratura racconta la possibilità e dunque l’imprevedibile, mentre la strategia comunicativa di Kierkegaard pone il lettore davanti a se stesso. Anche il cristianesimo viene narrato non come unadottrina o una serie di fatti lontani, ma come una possibilità esistenziale presente. Il Verbo si fa carne e l’amore esiste nei suoi atti; fede, parola e vita non possono essere separati. Essere cristiani non è uno stato acquisito una volta per tutte, ma un diventare che si compie attraverso atti d’amore. Basso ha ricordato inoltre la distinzione tra paura e angoscia: la prima riguarda un oggetto determinato, la seconda è «la possibilità della possibilità», un turbamento senza oggetto che si fa particolarmente intenso quando le strade davanti a sé sono numerose. Per questo Kierkegaard offre ai giovani uno strumento di auto conoscenza: nomina domande, tristezze e inquietudini nelle quali possono riconoscersi, senza sottrarre loro la responsabilità di una posizione personale.
Garff: un laboratorio esistenziale per imparare a diventare se stessi
Joakim Garff ha ricordato il proprio incontro con Kierkegaard al liceo. Quando l’insegnante disse alla classe di non leggerlo, egli andò quello stesso giorno in biblioteca e prese in prestito “La malattia mortale” e alcuni scritti anticlericali. Da alloral’interesse non è rimasto accademico, ma ha inciso sulla comprensione di sé, sulla scelta degli studi e sulle decisioni importanti della vita. Leggendo Kierkegaard, ha osservato, non cercava soltanto di comprenderne il pensiero: aveva la sensazione di essere a sua volta compreso da una persona mai incontrata, capace di conoscere qualcosa di essenziale della sua esistenza. Il filosofo diventa così una guida in un dialogo che evolve con il passare degli anni. Le sue opere formano un «laboratorioesistenziale» popolato da personaggi di fantasia, mitologici e biblici che rappresentano differenti atteggiamenti verso la vita. In “Aut-Aut” il giovane esteta cambia continuamente maschera per nascondere di non avere un volto stabile, condizioneche Garff ha avvicinato all’autoriflessione frammentaria alimentata dai media contemporanei e allo sguardo costante degli altri. L’etica invita invece a scegliere se stessi e a diventare “redattori responsabili” della propria vita. Ne “La malattiamortale” l’essere umano è descritto come una sintesi chiamata a diventare se stessa e, con l’immagine della casa, come un abitante che preferisce il seminterrato pur avendo a disposizione piani luminosi. La forza psicologica di Kierkegaard sta nelmostrare l’attaccamento alla propria mancanza di libertà e il bisogno di edificazione. La sua interdisciplinarità e la sua critica delle masse anticipano il presente: contro l’omologazione, egli afferma il valore irriducibile del «singolo individuo».
Rocca: nominare la sofferenza e accettare la sfida della credibilità
Ettore Rocca ha legato l’incontro con Kierkegaard a un momento di crisi e disorientamento vissuto durante il dottorato. La lettura delle figure dell’angoscia e della disperazione gli permise di riconoscere la chiusura, l’impossibilità di raggiungerel’altro, i meccanismi di manipolazione e di autoinganno che attraversano le relazioni. Accanto agli aspetti oscuri trovò però quelli luminosi: nel “Giglio nel campo e l’uccello nel cielo”, il silenzio, l’ascolto e la gioia gli offrirono un linguaggio capace di toccarlo personalmente. Anche fede e amore non sono realtà che si possono autocertificare: il compito è diventare cristiani, riconoscendo nell’altro il bene e l’amore che rendono a propria volta capaci di amare. Rocca ha poi affrontato la sofferenzapsichica osservata tra gli studenti. Ha narrato una lezione online nella quale, spiegando con sobrietà la grave malattia della moglie e la ragione per cui non poteva essere presente in aula, scelse di “scendere dalla pedana”. La sua fragilità suscitò le testimonianze spontanee di giovani segnati da anoressia, mobbing, allontanamento dalla famiglia e adozione. La lezione non divenne una terapia collettiva, ma rimase tra docente e studenti un’atmosfera di reciproca cura. «Cercano qualcuno chenomini, non faccia prediche, che nomini una sofferenza tacita», ha spiegato. Parlare di Kierkegaard pone dunque un problema di credibilità: non si può trattare l’esistenza come materia esclusivamente accademica né imitare il filosofo. Occorreassumere il rischio di una parola che nasca dalla propria umanità e possa incontrare la richiesta, spesso inespressa, di amore e di gioia.
Nell’epoca digitale: mistero, singolarità e resistenza alla riduzione
La seconda parte del dialogo ha interrogato Kierkegaard alla luce della rivoluzione digitale. Garff ha sottolineato che l’essere umano non può essere definito mediante una tecnica, una tecnologia o l’intelligenza artificiale. La ricerca di controllo, esercitata dalla società, dalla politica o dal singolo su se stesso, rischia di strumentalizzare ciò che significa essere umani. Kierkegaard utilizza la propria scrittura per mostrare che la persona deve essere rispettata come mistero, anche davanti a chi detiene il potere di orientare comportamenti e decisioni. Diventare se stessi richiede attenzione al bene e al male, al giusto e allo sbagliato, e non può essere delegato a strumenti elettronici o a interessi economici che cercano di indirizzare le scelte. La critica kierkegaardiana della massa difende perciò l’individualità e la responsabilità personale. Basso ha aggiunto il tema dell’ironia e dell’imprevedibilità. Un robot può simulare la gioia come risposta programmata, ma non comprende il significato di un silenzio; allo stesso modo, l’umano può far esplodere una risata persino dentro una situazione tragica, come nell’episodio ricordato attraverso Viktor Frankl. Questa eccedenza “fuori registro” non è riducibile a prestazione o dato. Per Kierkegaard l’uomo è spirito, cioè una relazione che si rapporta a se stessa, e si pone la domanda su ciò che è. È finitezza e infinità, tensione verso un’alterità che non si è dato da solo. L’ironia manifesta proprio questa libertà imprevedibile: la vita è un gioco, ma un gioco serio. Custodire l’umano significa allora difendere ciò che eccede ogni catalogazione e impedire che efficienza e previsione diventino criteri totali.
Amare, tacere, ascoltare e gioire: ciò che non possiamo perdere
Rocca ha distinto ciò che l’essere umano non perderà da ciò che può smarrire e deve quindi custodire. Angoscia e disperazione non sono semplicemente anomalie da eliminare: la prima è l’altra faccia della libertà e la seconda una possibilitàuniversale con la quale ogni persona si confronta. Proprio perché liberi e capaci di amare, gli esseri umani possono angosciarsi. Ciò che invece rischiano di perdere è la capacità di amare, di tacere, di ascoltare e di gioire. La preghiera, nellaprospettiva kierkegaardiana, non consiste nell’accumulare richieste: andando in profondità, chi prega non ha più nulla da dire e proprio nel silenzio diventa capace di ascoltare Dio. Quando l’intelligenza artificiale generativa assume il ruolo di confidente, può scomparire l’altro reale e, con lui, la reciprocità dell’amore e della gioia condivisa. «Non dobbiamo perdere la capacità di amare, la capacità di ascoltare e la capacità di gioire insieme», ha concluso Rocca. Di Martino ha raccolto il senso dell’incontro indicando negli autori credibili dei compagni di cammino: uomini che scrivono dal di dentro della propria vita e aiutano il lettore a non perdere di vista se stesso. Kierkegaard permette di sorprendere l’“eccedenza non funzionale” che siamo, di abitare più profondamente la propria “io-casa” e di restare in cammino. Il verbo decisivo è diventare: non considerarsi già compiuti, ma continuare a scoprire ciò che si è ricevuto, senza lasciare che cessino la meraviglia e la ricerca di pienezza e significato.







