Rimini, 24 agosto 2026. La crisi dello Stretto di Hormuz, la fine della dipendenza dal gas russo e l’aumento della domanda elettrica hanno riportato il Mediterraneo al centro della geopolitica energetica. Al Meeting di Rimini, l’incontro “Il ruolo del Mediterraneo nel contesto energetico globale”, realizzato in collaborazione con Compagnia delle Opere, ha riunito istituzioni e protagonisti delle principali filiere. Moderati da Giuliano Frosini, docente della Luiss Business School, sono intervenuti Raffaele De Marco, amministratore delegato di Areti; Massimo Derchi, Chief Infrastructure Operations, Engineering & Construction Officer di Snam; Fabrizio Iaccarino, responsabile Affari istituzionali Italia di Enel; Agostino Inguscio, coordinatore dell’UNDP Rome Centre for Climate and Energy Transition; Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica; Flavio Villa, country managing director di Hitachi Energy; Francesca Zarri, responsabile Regione Italia di Eni. Il confronto ha mostrato un sistema nel quale gasdotti, rigassificatori, cavi elettrici e digitali, reti di distribuzione, accumuli e progetti di decarbonizzazione devono essere progettati insieme. Per diventare un hub, l’Italia deve coniugare relazioni diplomatiche, capacità industriale, investimenti e tempi autorizzativi con tre obiettivi: sicurezza degli approvvigionamenti, prezzi competitivi e riduzione delle emissioni.
Zarri: il Mediterraneo è una rete che unisce tre continenti
Zarri ha descritto il Mediterraneo come il risultato di una lunga storia di interconnessioni fisiche, avviata dalle intuizioni di Enrico Mattei e sviluppata attraverso alleanze tra Europa, Nord Africa e Vicino Oriente. Il Transmed, realizzato nel 1983 tra Italia e Algeria, rappresentò un primato tecnologico e aprì la strada ad altre cinque dorsali: circa 3.000 chilometri di gasdotti diventati veri e propri ponti tra le due sponde. A questi si aggiungono almeno sette elettrodotti operativi e altri sette in costruzione, 2.500 chilometri di collegamenti elettrici, 19 rigassificatori e oltre 150.000 chilometri di cavi per dati e telecomunicazioni. «Il Mediterraneo non è una sommatoria di infrastrutture, ma è un sistema totalmente interconnesso», ha affermato. Produzioni offshore egiziane, libiche, cipriote e del Mediterraneo orientale, fonti rinnovabili, rotte del gas naturale liquefatto e progetti di stoccaggio della CO2 compongono così un unico sistema. Zarri ha ricordato lo sviluppo di Eni a Cronos, a Cipro, e gli investimenti programmati in Libia, oltre al progetto con Snam per utilizzare i giacimenti esauriti dell’Adriatico: una capacità potenziale fino a 500 milioni di tonnellate di CO2, pari a circa il 70 per cento dello stoccaggio mediterraneo indicato nell’intervento. Questa geografia offre strumenti importanti contro la frammentazione dei mercati, ma richiede allo stesso tempo particolare attenzione alla delicatezza dell’ecosistema marino.
Derchi: stoccaggi e rotte diversificate rendono il sistema resiliente
Derchi ha spiegato come il sistema del gas abbia dimostrato una resilienza superiore alle attese dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nei momenti più critici il prezzo raggiunse i 300 euro per megawattora; oggi, secondo i dati riferiti, si colloca al massimo nell’ordine dei 60-65 euro. L’Italia conserva nei giacimenti esauriti quasi 20 miliardi di metri cubi di gas, circa un terzo dei consumi annui, e nelle giornate più fredde lo stoccaggio arriva a coprire fino al 40 per cento della domanda quotidiana. Il livello di riempimento ha superato l’80 per cento ed è atteso al 90 per cento prima dell’inverno, mentre la media europea si colloca poco sopra il 60 per cento. La perdita del gas russo, che copriva circa il 40 per cento dei consumi nazionali, è stata compensata attraverso nuove rotte e un maggiore ricorso al gas naturale liquefatto. I terminali di Piombino e Ravenna e l’aumento della capacità esistente hanno portato il GNL dal 10-12 per cento a oltre un terzo dei consumi. Cinque metanodotti, cinque rigassificatori e il coordinamento tra rete, stoccaggi e terminali consentono oggi di affrontare l’inverno con ragionevole tranquillità. Il gas resterà però essenziale per le industrie termicamente intensive, le centrali elettriche e la nuova domanda generata dai data center. Per Derchi occorre quindi ragionare in termini di integrazione tra le diverse fonti, combinando rinnovabili, gas e nucleare e tenendo insieme decarbonizzazione, sicurezza e competitività.
Iaccarino e Villa: reti, accumuli e interconnessioni per raddoppiare l’elettricità
Iaccarino ha ricordato che l’Italia consuma circa 310 terawattora di elettricità all’anno: il 41 per cento è prodotto da fonti rinnovabili, circa il 40 per cento dal gas e il 15 per cento viene importato, prevalentemente dal nucleare francese. Entro il 2050, l’elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento, la climatizzazione, la crescita dei data center e la produzione di combustibili rinnovabili potrebbero portare la domanda vicino ai 585 terawattora. Enel prevede circa 14 miliardi di investimenti in tre anni per rendere le reti più resilienti e sicure, sviluppare sistemi di accumulo e rafforzare la produzione da fonti rinnovabili. Accumulare l’energia solare per utilizzarla quando serve e sviluppare le competenze nella sponda sud del Mediterraneo diventano così passaggi decisivi per ridurre dipendenza e costi. Villa ha sottolineato come la crescita delle fonti non programmabili e dei consumi stia modificando lo stesso concetto di sicurezza energetica: la rete deve diventare più flessibile, magliata e interconnessa. La connessione tra Tunisia e Sicilia, i cui lavori sono stati avviati, potrà portare verso l’Europa energia solare prodotta in Nord Africa, facendo dell’Italia un punto di passaggio strategico. L’opportunità industriale richiede però programmazione: trasformatori, componenti e linee hanno orizzonti di realizzazione di almeno cinque anni. Il fattore tempo, insieme alla disponibilità delle tecnologie, diventa quindi una componente essenziale della politica energetica.
Inguscio e De Marco: cooperazione e tecnologia arrivano fino ai cittadini
Inguscio ha illustrato il ruolo dell’UNDP nel tradurre gli impegni internazionali sul clima in progetti finanziariamente sostenibili. Il tema dell’accesso resta decisivo: in Africa circa 600 milioni di persone ne sono ancora prive. La cooperazione si sta spostando dagli interventi a dono verso partenariati capaci di mobilitare risorse domestiche, istituzionali e private. A Congo-Brazzaville, un progetto per alimentare con rinnovabili il pompaggio e la filtrazione dell’acqua potabile a beneficio di due milioni di persone parte da uno studio di fattibilità da quattro milioni finanziato dall’Italia, destinato ad attivare 60 milioni di Cassa Depositi e Prestiti e 400 milioni dell’African Development Bank. La presenza a Roma del centro UNDP, cresciuto fino a cento professionisti di 35 Paesi, riconosce il valore dell’ecosistema italiano. De Marco ha portato il discorso alla distribuzione: Areti gestisce 32.000 chilometri di rete e 1,7 milioni di utenti tra Roma e Formello. Elettrificazione degli edifici e dei trasporti, ondate di calore cresciute del 44 per cento rispetto al decennio precedente e cybersicurezza impongono investimenti in potenziamento, ridondanza e digitalizzazione. Oltre un miliardo in tre anni è stato destinato alla rete romana. Con RomaFlex, i cittadini possono ridurre volontariamente i consumi nei momenti critici ricevendo una remunerazione, contribuendo direttamente alla stabilità del sistema.
Pichetto Fratin: rinnovabili, gas e nuovo nucleare per l’autonomia
Pichetto Fratin ha ricostruito il cambiamento avvenuto dal 2022: l’Italia ha sostituito il gas russo con maggiori forniture dall’Algeria, dieci miliardi di metri cubi dall’Azerbaigian e una più ampia capacità di rigassificazione. Il Paese resta tuttavia dipendente dall’estero sia per il gas utilizzato nella generazione sia per il 15-20 per cento di elettricità importata. Nel 2025 la produzione rinnovabile ha superato quella termoelettrica; dal 2022 sono stati installati quasi 29 gigawatt, contro il gigawatt e mezzo del 2021 citato dal ministro. L’obiettivo del PNIEC è arrivare a 80 gigawatt al 2030, superando ritardi autorizzativi, differenze regionali e saturazione virtuale delle reti. La crescita dei data center rende necessario regolamentare per la prima volta anche i grandi consumatori e ripensare la localizzazione rispetto agli impianti di produzione. Nel 2040 la domanda potrebbe raggiungere 450 terawattora, circa 200 in più della produzione nazionale attuale. Per questo, accanto a fotovoltaico, eolico, idroelettrico e geotermico, il Governo valuta il nuovo nucleare a piccoli impianti, privo di emissioni e considerato competitivo includendo l’ammortamento. Il gas resterà una fonte di accompagnamento «per almeno trent’anni». «Le cose vanno fatte in modo realistico», ha affermato il ministro, legando autonomia, salute, aria pulita e competitività.
Una politica integrata per fare dell’Italia un hub
Dal confronto è emersa l’immagine di un Mediterraneo che non è soltanto luogo di transito, ma infrastruttura critica, mercato interconnesso e spazio di cooperazione. La sicurezza non dipende da una singola fonte: richiede rotte diversificate, stoccaggi, rigassificatori, reti elettriche resilienti, accumuli, capacità di prevedere i consumi e protezione digitale. La decarbonizzazione, a sua volta, non può essere separata dall’accessibilità economica e dalla continuità delle forniture. L’Italia dispone di una posizione geografica favorevole, di imprese attive su tutte le filiere e di relazioni consolidate con i Paesi della sponda sud; deve però ridurre i ritardi amministrativi e programmare infrastrutture i cui risultati arrivano dopo anni. La domanda crescente di data center, climatizzazione e mobilità elettrica rende urgente coordinare produzione e consumo, mentre la cooperazione internazionale può trasformare l’energia in accesso all’acqua, sviluppo e opportunità industriali. Il ruolo di hub sarà credibile se il valore dei progetti sarà condiviso con i territori e se le alleanze non si limiteranno all’acquisto di materie prime, ma comprenderanno competenze, investimenti e benefici locali. Il Mediterraneo può così bilanciare la frammentazione del mercato globale e diventare uno spazio nel quale transizione, sicurezza e crescita procedono insieme, con l’Italia come ponte operativo tra Europa, Africa e Medio Oriente.







