Rimini, 27 agosto 2025 – Il Meeting di Rimini ha ospitato un confronto di grande respiro geopolitico ed economico, dedicato a un tema che sta assumendo un peso crescente negli equilibri globali: il rapporto fra Italia e India. L’incontro, dal titolo “Italia e India: cooperazione strategica in un mondo che cambia”, ha visto la partecipazione di Mario Alvisi, Chief Growth Officer di Royal Enfield; Vas Shenoy, Chief Representative per l’Italia della Indian Chamber of Commerce (ICC); Marco Scurria, vicepresidente del gruppo Fratelli d’Italia al Senato e segretario della Commissione permanente politiche dell’Unione Europea. Ha moderato Gianluca Giansante, docente alla Luiss Guido Carli e partner di Comin & Partners.
L’India: un continente più che un Paese
Nell’introduzione, Giansante ha ricordato come l’India non possa essere letta con le categorie usuali: «Un tempo si parlava delle Indie, al plurale, e non a caso: l’India è una realtà plurale, federale, attraversata da linee di diversità linguistiche, religiose, culturali e sociali. Anche all’interno di una singola città – ha osservato – convivono differenze radicali. È un Paese che chiede umiltà a chi vi si accosta: occorre la consapevolezza che non lo si può semplificare». Un primo dato unificante è quello demografico: con 1,4 miliardi di abitanti, l’India ha superato la Cina ed è oggi la nazione più popolosa al mondo. A questo si accompagna una crescita economica fra le più rapide a livello globale, rafforzata da un piano strategico congiunto Italia-India 2025-2029 siglato a Rio de Janeiro. Sul piano commerciale i numeri sono eloquenti: l’Italia è oggi il quarto partner europeo dell’India; oltre 800 aziende italiane operano nel Paese asiatico; l’India è il quinto mercato di sbocco dell’area Asia-Pacifico per l’Italia. «Un tessuto di cooperazione – ha sottolineato Giansante – che ha basi solide e ampi margini di sviluppo».
Alvisi: “L’India va vissuta, non solo studiata”
La testimonianza di Mario Alvisi, manager di Royal Enfield, ha offerto uno spaccato concreto del legame industriale e culturale. Trasferitosi con la famiglia a Chennai, nello Stato del Tamil Nadu, Alvisi guida lo sviluppo della linea elettrica del marchio motociclistico più iconico dell’India. «Due anni fa – ha raccontato – ho accettato questa sfida per curiosità personale e professionale. Non si può ignorare l’Est del mondo: India e Cina sono i due player fondamentali, in particolare nell’automotive. Royal Enfield ha venduto lo scorso anno oltre un milione di moto; Ducati, dove ho lavorato a lungo, ne vende circa 55mila. Questo dà la misura del mercato». Alvisi ha insistito su un punto: «L’India non si può comprendere dall’esterno: va vissuta. È un Paese complesso, con differenze interne paragonabili a quelle fra Finlandia e Grecia. Per fare impresa bisogna immergersi nella cultura, capire le abitudini dei consumatori, entrare nella mentalità locale. Per esempio, la moto in India non è un mezzo di svago: è l’equivalente della nostra utilitaria, uno strumento di lavoro e di mobilità familiare». Un Paese giovane, energico, razionale: «L’indiano ragiona matematicamente sulle scelte di acquisto. Valuta i costi, i benefici, i consumi. Questo stimola le aziende a coniugare qualità, funzionalità e prezzo. Per noi italiani l’opportunità è enorme, ma serve rispetto e capacità di ascolto».
Shenoy: “L’India porta con sé filosofia e visione”
Vas Shenoy ha proposto una chiave culturale e filosofica: «L’India non è solo un Paese, è una dimensione. Le grandi imprese indiane – come Tata o Mahindra – non vedono l’espansione come mera funzione di bilancio, ma come parte di una visione di lungo periodo. Il mercato interno è così vasto che non c’è bisogno di esportare per crescere. Ciò che spinge all’estero è piuttosto la ricerca di valore aggiunto, di qualità specifiche che altri Paesi possiedono». Shenoy ha richiamato il concetto antico di Sudhaiva Kutumbakam – “l’intero universo è una famiglia”: «Questa filosofia si riflette nella gestione delle aziende. Chi guida un’impresa in India deve tener conto delle sensibilità religiose e culturali di dipendenti hindu, musulmani, cristiani, ebrei. È un esercizio di pluralismo e di tolleranza che diventa patrimonio anche quando si opera all’estero». La complementarietà fra Italia e India è stata evidenziata con forza: «L’Italia ha bisogno di esportare, l’India ha un mercato interno gigantesco. L’Italia porta gusto, design, capacità di innovazione; l’India porta visione di lungo periodo, capacità produttiva e una forza giovanile straordinaria».
Scurria: “Dal fallimento della Via della Seta alla Via del Cotone”
L’intervento del senatore Marco Scurria ha offerto la prospettiva politica e istituzionale. «Siamo passati da una stagione di rapporti privilegiati con la Cina, culminata nell’adesione alla Belt and Road Initiative, a una stagione nuova: quella della cooperazione con l’India. L’accordo con Pechino è stato fallimentare: le nostre esportazioni sono cresciute poco, le importazioni cinesi sono raddoppiate. Abbiamo rimesso decine di miliardi. Con l’India invece abbiamo scelto un partenariato basato su libertà, reciprocità e prospettiva di lungo periodo». Il legame fra i due leader, Giorgia Meloni e Narendra Modi, è stato definito «decisivo»: «Non a caso in India si parla di Melodi, sintesi dei due nomi, per esprimere un’intesa naturale. Insieme hanno rilanciato la cooperazione in settori chiave – energia, difesa, alta tecnologia – e tracciato la prospettiva di una nuova rotta commerciale: la Via del Cotone, che dall’India all’Italia unisce Asia, Medio Oriente, Mediterraneo. Una via non solo economica, ma culturale e di pace».
Competenze e capitale umano: un ponte fra i due Paesi
Un aspetto cruciale riguarda le competenze. Alvisi ha ricordato che molte aziende indiane cercano manager italiani per il gusto del design e la capacità di costruire prodotti “premium”. «Gli indiani apprezzano la nostra tradizione estetica e innovativa. Dall’altro lato, noi impariamo da loro una straordinaria capacità di ridurre i costi mantenendo qualità e funzionalità. È un incontro complementare». Shenoy ha sottolineato l’investimento dell’India in formazione, soprattutto nel settore IT: «Abbiamo milioni di ingegneri formati ogni anno. È frutto di una scelta politica e culturale: puntare sull’educazione tecnica come leva di emancipazione sociale. Anche l’Italia può trarre ispirazione: molte aziende italiane collaborano con partner indiani nel software e nei servizi digitali».
Visioni a lungo termine
Gli interventi hanno più volte richiamato la prospettiva temporale. «Le aziende indiane ragionano a cento anni – ha raccontato Alvisi –. Quando discutiamo di nuovi prodotti, spesso non hanno neppure un piano immediato di produzione: investono per comprendere i mercati e prepararsi al futuro». Un aneddoto ha reso l’idea: «Il fondatore di Royal Enfield, Siddhartha Lal, mi dice sempre: non chiederti come sarà l’azienda fra due anni, chiediti come sarà fra cento. È una mentalità che colpisce chi, come noi italiani, è spesso abituato a pianificare a breve termine».
Un’alleanza strategica nel cambiamento globale
L’incontro si è chiuso con una riflessione di Scurria: «L’India è oggi la nazione più popolosa del mondo, con una popolazione giovanissima. Ha bisogno di politiche sociali e di sviluppo sostenibile. L’Italia, con la sua tradizione di welfare e di attenzione alle fasce deboli, può essere un partner ideale. Nel quadro del Piano Mattei per l’Africa e della rinnovata postura internazionale del nostro Paese, l’asse con l’India diventa strategico». Il moderatore Giansante ha riassunto così il senso del dibattito: «Non abbiamo risposto a tutte le domande, ma abbiamo posto nuove domande. L’amicizia fra Italia e India è un cantiere aperto: politico, economico, culturale. È una cooperazione strategica in un mondo che cambia, e che chiede visione, coraggio e umiltà».







