Rimini, 25 agosto 2025 – All’interno del Meeting di Rimini si è svolto l’incontro “Intelligenza artificiale nei servizi alla persona: storie di collaborazione tra esseri umani e algoritmi”, organizzato dalla Compagnia delle Opere e moderato da Stefano Gheno, presidente di Cdo Opere Sociali. Il tema, di grande attualità, è stato affrontato non dal punto di vista tecnico o ingegneristico, ma partendo dall’esperienza di chi lavora quotidianamente nella cura delle persone fragili. Come ha spiegato Gheno in apertura: «Non vogliamo discutere di fantascienza o di miti sull’IA che ruba l’anima. Vogliamo capire, attraverso esperienze concrete, come l’intelligenza artificiale possa diventare una risorsa preziosa per migliorare la vita delle persone e supportare il lavoro degli operatori». Hanno portato le loro testimonianze Michela Coccia (Fondazione Serena – Centro Nemo), Ilaria Gallucci e Beatrice Pini (Cooperativa Sociale Il Faro), Lucia Migliorelli (VRAI Lab) e Marcello Naldini (Il Faro).
Il paradigma della complessità: le malattie neuromuscolari
La prima esperienza raccontata è stata quella di Michela Coccia, medico e direttore clinico del Centro Nemo di Ancona. I Centri Nemo sono nati dall’intuizione congiunta di pazienti, associazioni, clinici e istituzioni, per rispondere alle molteplici esigenze delle persone con malattie neuromuscolari. «Queste patologie – ha spiegato Coccia – rappresentano il paradigma della complessità clinica e assistenziale. Colpiscono il movimento, la respirazione, la deglutizione e la comunicazione, impattando profondamente sulla vita quotidiana di chi ne è affetto e delle famiglie». Proprio da questa complessità è nato il progetto “Parola di motoneurone”, sviluppato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale per monitorare l’evoluzione della sclerosi laterale amiotrofica (SLA). L’idea è semplice ma potente: attraverso registrazioni periodiche della voce dei pazienti, gli algoritmi riescono a cogliere minimi cambiamenti nella parola che anticipano il peggioramento delle funzioni respiratorie e di deglutizione. «La parola – ha aggiunto Coccia – è meno invasiva da monitorare rispetto al respiro. Intercettarne i cambiamenti ci permette di intervenire tempestivamente. L’algoritmo non sostituisce il medico, ma diventa un campanello d’allarme prezioso». Il progetto ha avuto anche un effetto inatteso: ha aumentato il senso di partecipazione dei pazienti. «Molti si sono sentiti parte attiva della cura – ha raccontato Coccia – contribuendo con le loro registrazioni al miglioramento delle terapie». All’interno della rete di Nemo è nato un polo tecnologico dedicato alle malattie neurovascolari di nome “Neurolab” che si affianca alla ricerca clinica nella ricerca di nuovi strumenti per le persone affette da malattie neurovascolari.
Il Faro: quando la rete non basta più
La Cooperativa Sociale Il Faro, attiva da 35 anni nelle Marche, ha portato l’esperienza di servizi a sostegno di minori, disabili e anziani. Beatrice Pini, amministratrice della cooperativa, ha sottolineato l’importanza di lavorare in rete: «Un servizio alla persona non si costruisce mai da soli. Serve un’equipe di professionisti, ma anche la collaborazione di famiglie, insegnanti, comunità. Negli ultimi anni ci siamo resi conto, però, che l’umano da solo non basta più: la complessità delle situazioni richiede strumenti ulteriori, come l’intelligenza artificiale». Un esempio concreto arriva dal Centro Orizzonte, specializzato nella presa in carico di bambini con disturbi dello spettro autistico. Qui, l’IA è stata sperimentata per affiancare gli operatori nel monitoraggio e nella personalizzazione degli interventi.
Autismo e IA: il progetto Stargate
A illustrare nel dettaglio il progetto Stargate è stata Ilaria Gallucci, analista del comportamento e coordinatrice del Centro Orizzonte. «Il nostro lavoro quotidiano – ha spiegato – è stato per anni basato su raccolta dati manuale, carta e penna. Abbiamo deciso di sperimentare l’intelligenza artificiale per automatizzare la registrazione e l’analisi delle stereotipie motorie, quei movimenti ripetitivi tipici dei bambini autistici». Gli operatori registrano brevi video delle sessioni terapeutiche e, grazie all’annotazione clinica, l’algoritmo impara a riconoscere e catalogare i comportamenti. Questo riduce il rischio di errore soggettivo e libera tempo agli educatori, che possono così concentrarsi sull’insegnamento e sull’interazione diretta. «L’IA non sostituisce il terapista – ha chiarito Gallucci – ma lo supporta, rendendo la presa dati più oggettiva e aumentando l’efficacia del percorso terapeutico».
Il ruolo della ricerca: intelligenza “a zero”
La prospettiva accademica è stata offerta da Lucia Migliorelli, ricercatrice di informatica e fondatrice di VRAI Lab. Con un approccio critico e realistico, Migliorelli ha ridimensionato il mito dell’IA “onnipotente”: «Io dico sempre: produco algoritmi a intelligenza zero. Non c’è nulla di magico. Sono strumenti che imparano solo ciò che noi insegniamo loro. L’intelligenza sta nelle domande che poniamo e nella qualità dei dati che forniamo». Ha poi sottolineato la differenza fra l’IA generativa (come ChatGPT) e quella supervisionata utilizzata in ambito clinico: «Negli algoritmi di apprendimento supervisionato, ogni dato ha un’etichetta. Questo permette di misurare l’accuratezza delle risposte e di valutarne l’affidabilità. È un lavoro lungo, fatto di dialogo fra clinici e ingegneri, e spesso di fallimenti da cui si impara». Per Migliorelli, la vera sfida è mantenere la centralità dell’umano: «La creatività e l’ingegno restano insostituibili. Un algoritmo può generare immagini realistiche, ma non potrà mai sostituire l’invenzione della Cappella Sistina». Bisogna ricordare che gli algoritmi non hanno intelligenza , comprendere che non sono neutrali e l’uomo non deve solo usarli ma soprattutto addestrarli .
IA e servizi sociali: opportunità e limiti
Dal confronto fra i diversi interventi è emerso un punto centrale: l’IA non è uno strumento neutrale. Va progettata, addestrata e utilizzata con criteri chiari in un sistema multidisciplinare. Per questo è fondamentale il coinvolgimento degli operatori, delle famiglie e delle comunità e formare in tutti gli ambiti la competenza. L’esperienza della Cooperativa Il Faro ha mostrato come l’uso intelligente dell’IA possa potenziare la rete sociale, rendendola più efficace. L’esperienza del Centro Nemo ha evidenziato come possa permettere un monitoraggio più tempestivo e personalizzato. Le riflessioni di Migliorelli hanno ricordato a tutti che senza un serio lavoro di addestramento e valutazione degli algoritmi non si ottengono risultati affidabili.
Conclusioni: una rete di intelligenze
Nelle battute finali, tutti i relatori hanno condiviso un messaggio comune: l’IA non è una minaccia, ma una possibilità di crescita, a condizione che resti al servizio della persona. Beatrice Pini ha ribadito: «Ogni nodo della rete ha la sua unicità. Anche l’intelligenza artificiale deve essere vista come un nodo della rete, che aggiunge quel quid in più di cui oggi il servizio sociale ha bisogno». Ilaria Gallucci ha sottolineato i benefici per i terapisti: «L’IA ci permette di ridurre il carico manuale e di concentrarci davvero sulla relazione educativa». Lucia Migliorelli ha insistito sul valore dell’umano: «La creatività e l’ingegno appartengono solo a noi. L’IA deve restare un supporto, non un sostituto, in quanto sono algoritmi guidati dai dati e spesso ci espone al fallimento». Michela Coccia ha richiamato la prospettiva clinica: «Il nostro obiettivo è arrivare prima della malattia. Se l’IA ci permette di prevenire un peggioramento, non parliamo solo di costi risparmiati, ma di vite migliorate». Chiudendo l’incontro, Stefano Gheno ha tirato le fila: «Abbiamo visto che la vera scoperta entusiasmante è costruire insieme, unendo umanità e strumenti. L’IA diventa preziosa quando è inserita in una rete di relazioni, dove il costruttore resta sempre l’uomo».
Un Meeting che costruisce futuro
Il dibattito ha mostrato come il Meeting di Rimini sia ancora una volta un laboratorio unico, capace di mettere in dialogo mondi apparentemente lontani – clinica, sociale, tecnologia – per affrontare insieme le sfide del presente. La collaborazione tra esseri umani e algoritmi non è uno scenario futuristico, ma una realtà già in atto. Una realtà che, se guidata da responsabilità e creatività, può diventare una grande opportunità per la cura e la crescita della persona.







