Rimini, 24 agosto 2025 – Nella Sala Neri Generali Cattolica si è svolto l’incontro “Indagine scientifica e ricerca del significato”, promosso in collaborazione con la John Templeton Foundation. Al tavolo dei relatori sono intervenuti alcuni tra i più autorevoli scienziati a livello internazionale: José Ignacio Latorre, professore di Fisica teorica all’Università di Barcellona; Dan Maoz, George S. Wise Professor alla Tel-Aviv University School of Physics and Astronomy; Robert Gilbert, professore di Biofisica all’Università di Oxford; Jennifer J. Wiseman, senior astrophysicist al Goddard Space Flight Center della NASA. A moderare il confronto è stato Brandon Vaidyanathan, docente di Sociologia alla Catholic University of America.
Fin dall’avvio, i relatori hanno messo in luce come la scienza non sia soltanto una pratica di conoscenza, ma un’esperienza che suscita stupore e interrogativi radicali. «Ogni scoperta non chiude un mistero, ma ne apre di nuovi», ha sottolineato Vaidyanathan, ricordando come oltre l’80% degli scienziati intervistati nelle sue ricerche dichiari di provare un senso di stupore e bellezza di fronte ai fenomeni naturali, indipendentemente dalla fede personale.
L’astrofisico Dan Maoz ha mostrato le immagini spettacolari dei resti di una supernova esplosa nel 1054: «Tutti gli elementi che ci compongono nascono in eventi come questi. Le stelle sono le uniche fabbriche naturali che creano la materia di cui è fatto l’universo, inclusi i nostri corpi». Ogni volta che osserva il cosmo, ha aggiunto, «sento la meraviglia di un universo che non smette di interrogarmi».
Robert Gilbert ha raccontato la sua ricerca sulle strutture molecolari che regolano processi vitali come la soppressione dei tumori. «Grazie a nuove tecniche di microscopia possiamo osservare dettagli atomici che ci rivelano una straordinaria armonia. È come vedere mattoncini di Lego che costruiscono la vita». Per lo scienziato e sacerdote anglicano, «la scienza richiede disciplina, ma anche passione e stupore: è questa dedizione soggettiva che ci permette di giungere a una conoscenza oggettiva del mondo».
Jennifer Wiseman, astrofisica della NASA, ha mostrato immagini mozzafiato delle nebulose e delle galassie catturate dai grandi telescopi: «L’universo è come una macchina del tempo: osservando la luce che ci raggiunge possiamo vedere le galassie com’erano milioni o miliardi di anni fa». Per Wiseman, la scienza «non risponde alle domande ultime sul senso della vita, ma apre spazi di dialogo, di meraviglia e di gratitudine per la realtà».
José Ignacio Latorre, pioniere della ricerca quantistica, ha riflettuto sulla capacità della scienza di portare ordine nella complessità: «Possiamo intrappolare un singolo atomo o un fotone e manipolarlo. La scienza ci insegna che anche nella materia più semplice si nasconde un universo di significati». Ha ricordato un episodio personale: «Uno studente mi scrisse che le lezioni di fisica lo avevano aiutato a superare il dolore per la perdita del padre. Questo dimostra che la scienza può toccare profondamente la vita».
Nel dibattito è emersa anche la provocazione del Nobel Steven Weinberg, secondo cui «più l’universo diventa comprensibile, più sembra privo di senso». I relatori hanno risposto sottolineando la necessità di uno sguardo aperto: «Non possiamo sapere se il significato è inscritto nell’universo – ha osservato Maoz – ma il fatto stesso che noi possiamo comprenderlo e porci domande è già segno di senso».
Il dialogo ha evidenziato come la comunità scientifica sia unita nonostante differenze culturali o religiose. «Siamo accomunati dal desiderio di verità», ha ribadito Gilbert. Wiseman ha aggiunto: «La conoscenza deve diventare un dono per gli altri, un modo per rendere il mondo migliore». Per Latorre la qualità più alta della scienza resta «la creatività, che ci rende davvero umani».
In chiusura, tutti i relatori hanno concordato sull’importanza della curiosità e dello stupore. «Lo scetticismo è la bussola dello scienziato», ha affermato Maoz. «Ma la scienza – ha concluso Wiseman – è anche un atto d’amore: conoscendo meglio l’universo possiamo imparare a prenderci più cura gli uni degli altri».







