Il Welfare non è un benefit

Redazione Web

Rimini, 22 agosto 2026. Il welfare aziendale non è un catalogo di vantaggi accessori e non può essere ridotto ad un incentivo fiscale. È invece il modo in cui l’impresa riconosce che il lavoro coinvolge la persona nella sua interezza: salute, famiglia, previdenza, cura, formazione, appartenenza e possibilità di scegliere il proprio futuro. È questo il messaggio emerso nell’incontro «Il welfare non è un benefit. L’impresa, la persona, il lavoro», trasmesso sui canali digitali Il Sussidiario Tv (in differita) e Italpress. Al dialogo hanno partecipato Alessandro Angelini, Director Visa Government Solutions; Francesco Bardelli, Chief Health&Welfare Officer di Generali Italia e CEO di Generali Welion; Gabriele Fava, presidente dell’INPS; Marco Osnato, presidente della VI commissione Finanze della Camera dei Deputati; Anna Zattoni, Co-CEO di Marsh Jointly. Ha mode-rato Francesco Seghezzi, presidente di Adapt. In apertura Seghezzi ha affermato che un decennio di esperienze mostra che il welfare può accompagnare le trasformazioni di imprese e lavoratori. La sua efficacia dipende da un ecosistema in cui istituzioni, aziende e fornitori di servizi collaborano, ascoltano i bisogni e costruiscono risposte coerenti. L’esperienza di Léon Harmel, richiamata dalla mostra presente al Meeting, indica ancora oggi un metodo: coinvolgimento personale della leadership, dialogo con i lavoratori e welfare integrato in una precisa idea di comunità produttiva.

INPS, l’officina di un welfare generativo e predittivo

Gabriele Fava ha collegato il tema al titolo del Meeting ed alla libertà dell’uomo di orientare la propria vita verso il bene. Di fronte alle trasformazioni del lavoro, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e dell’organizzazione produttiva, il welfare pubblico non può limitarsi a erogare prestazioni o correggere le fra-gilità quando già emerse. «Il welfare deve mettere la persona nella condizione di scegliere, crescere, parteci-pare e costruire il suo futuro», ha affermato. L’INPS, la più grande infrastruttura sociale del Paese, intende diventare l’“officina del nuovo welfare”: meno frammentazione, più ascolto, prevenzione e accompagnamento della persona, dalla nascita alla reversibilità, attraversando disabilità, maternità, cassa integrazione, previ-denza, senza dimenticare gli aiuti diretti alle imprese. Pertanto, Fava ha ricordato i portali dedicati a giovani, disabilità e genitorialità ed accordi per semplificare la vita delle imprese e rafforzare i controlli preventivi. La disponibilità dei dati in possesso dell’INPS consente di leggere in anticipo i bisogni, ma la tecnologia deve rimanere sempre uno strumento al servizio della persona. Nel secondo intervento, Fava ha posto al centro la fiducia: l’INPS gestisce la spina dorsale del sistema sociale nazionale, dalla previdenza all’assistenza, dalle politiche attive ai controlli, ma molti servizi restano poco conosciuti, mentre la conoscenza è la precondizione per la fiducia. Infine, Fava ha affermato che la sostenibilità previdenziale richiede più occupazione stabile, meno carriere discontinue, contrasto al sommerso, maggiore partecipazione di giovani e donne e salari adeguati legati alla produttività., ribadendo con forza che non vi è previdenza senza lavoro, perché è dal lavoro che nascono famiglia, casa e realizzazione personale.

Il welfare non sostituisce il salario: esprime il valore sociale dell’impresa

Marco Osnato ha escluso che il welfare possa essere confuso con il paternalismo dell’imprenditore o con semplice concessione al dipendente. La lezione di Harmel mostra la necessità di collegare i bisogni di lavora-tori, famiglie, anziani e comunità con il mondo produttivo, superando la contrapposizione tra capitale e lavoro. «Il welfare non deve sostituire il salario», ha precisato. Deve invece inserirsi in una remunerazione globale che comprenda salario giusto, previdenza, salute, assistenza alle persone anziane e sostegno allo studio dei figli. I

dati richiamati da Osnato mostrano una crescita del 69 per cento dei lavoratori coinvolti nei piani aziendali e dell’839 per cento dei piani attivati, con un valore stimato in 3,5 miliardi di euro nel 2025. Per Osnato il coinvolgimento dei lavoratori in azienda non è un mero espediente fiscale, ma la riscoperta del valore sociale dell’impresa. In questo percorso rientra la legge sulla partecipazione dei lavoratori, nata da una proposta di iniziativa popolare CISL e volta ad attuare un principio costituzionale rimasto sino ad oggi inespresso. Osnato ha poi richiamato la proroga fino al 2027 dell’esenzione fiscale dei fringe benefit a mille euro, elevati a duemila per chi ha figli, le premialità nei bandi pubblici per le aziende con standard elevati di welfare e gli interventi governativi su cuneo fiscale, produttività e nuove assunzioni. La prospettiva indicata è rafforzare fiducia reci-proca, contrattazione collettiva e occupazione di qualità.

Ascolto e coprogettazione per colmare la distanza tra investimenti e benessere

Anna Zattoni ha individuato nell’esperienza di Harmel due elementi ancora decisivi: il coinvolgimento diretto della leadership nella trasformazione dell’organizzazione e la formazione congiunta con i lavoratori, capace di creare un linguaggio comune. Il Consiglio di Fabbrica era un luogo di coprogettazione in cui l’ascolto diventava un progetto condiviso e coerente con i valori dell’impresa. Condizione perché il welfare non rimanga una somma di misure defiscalizzate utilizzate da pochi. Marsh Jointly punta ad accompagnare la vita quoti-diana delle persone, sostenendo benessere familiare, economico, fisico e mentale, insieme a competenze, in-clusione ed ascolto. I dati presentati segnalano però un’incongruenza: se il 70 per cento delle imprese investe nel benessere, soltanto il 10 per cento dei lavoratori dichiara di stare realmente bene. Il disallineamento tra intenzione dell’imprenditore e percezione delle persone nasce dalla mancanza di ascolto strutturato e comuni-cazione. Inoltre, l’80 -l’85 per cento dei budget si concentra su previdenza, sanità integrativa e buoni pasto, mentre soltanto il 15 per cento affronta bisogni connessi all’evoluzione demografica, come caregiving ed in-vecchiamento attivo. Per Zattoni è la contrattazione aziendale la sede in cui dare struttura e visibilità al welfare, però necessitano semplificazione e stabilità normativa, competenze specifiche in imprese e sindacati, risposte flessibili e misurazione rigorosa dell’impatto sul benessere. L’azienda, divenuta dopo la pandemia un riferi-mento per molti lavoratori, può così essere un soggetto di riferimento nel rapporto tra istituzioni, politica e società.

Le PMI dimostrano che prendersi cura migliora impatto e risultati

Francesco Bardelli ha presentato i risultati di Welfare Index PMI, ricerca condotta da Generali da dieci anni con il coinvolgimento di settemila imprese. Esordendo con la frase di Léon Harmel: «Ciò che non è buono per l’uomo non è buono per gli affari», Bardelli ha affermato che il lavoro comprende la dimensione profes-sionale, ma anche famiglia, educazione, salute e appartenenza sociale, mentre l’impresa vive in un territorio con il quale costruisce relazioni. Nel 2026 tre PMI su quattro hanno raggiunto un livello di welfare almeno medio e dal 2016 sono più che triplicate quelle con livello alto o molto alto. Le imprese più evolute partono dall’ascolto dei dipendenti e coprogettano le soluzioni, ottenendo tassi elevati di utilizzo e soddisfazione. Il 79 per cento delle aziende con welfare strategico produce un forte impatto sociale sul territorio; il 78 per cento risulta più attrattivo per i giovani e presenta tassi più alti di assunzione, mentre la capacità di trattenere i talenti emerge nel 60 per cento dei casi. Sul piano economico, le imprese con welfare strategico registrano il 40 per cento in più di redditività ed il 20 per cento in più di produttività. «Quando le persone si sentono curate e importanti per l’azienda, lavorano meglio», ha sintetizzato Bardelli. Le priorità dei prossimi anni sono l’ac-cessibilità alle cure e la longevità in buona salute, con investimenti in prevenzione e servizi per i caregiver. Tra le esperienze citate, la fondazione The Human Safety Net, che insieme a Croce Rossa, Comunità di Sant’Egidio e partner sanitari ha formato circa trecento operatori sanitari immigrati e rifugiati, favorendone l’ingresso nel lavoro.

La tecnologia rende il diritto accessibile e ricostruisce fiducia

Alessandro Angelini ha posto l’accento sull’infrastruttura tecnologica che sostiene i servizi pubblici. Il cittadino tende a non vederla quando funziona, ma ne comprende immediatamente l’importanza in caso di disservizio. Solidità, efficienza e resilienza delle reti sono quindi essenziali per far arrivare i fondi pubblici e

consentire alle persone di utilizzarli. «Nel welfare, la fruibilità e l’accessibilità dei sistemi rappresentano ele-menti chiave del rapporto tra Stato e cittadini», ha spiegato. In Spagna, durante la pandemia, la collaborazione tra Visa, un istituto finanziario e oltre cento amministrazioni locali ha permesso di emettere 400 mila carte con cui ricevere e spendere in tempo reale sussidi destinati a farmaci e alimenti. In Germania, la Social Card ha fornito una risposta ai profughi ucraini, adattando l’erogazione alle regole dei singoli Länder. Il punto non è ltiplicare i programmi, ma rendere davvero accessibili quelli esistenti. Per il futuro Angelini ha indicato la parola «convergenza»: il Digital ID Wallet e PagoPA possono integrare identificazione, pagamenti, condizioni personali e accesso alle prestazioni in un’infrastruttura nazionale sicura. La tecnologia, se progettata con questa finalità, rende immediata la diffusione dei servizi e rafforza la percezione di istituzioni che si prendono cura della persona e del lavoratore.

Un’agenda comune: lavoro stabile, nuovi bisogni e fiducia reciproca

Dal confronto è emersa un’agenda che unisce settore pubblico e iniziativa privata. Il welfare aziendale non sostituisce quello universale, ma può integrarlo e avvicinare i servizi alle persone, soprattutto di fronte a in-vecchiamento, fragilità familiari, difficoltà di accesso alle cure e trasformazioni del mercato del lavoro. Per riuscirci deve partire dall’ascolto, entrare nella strategia dell’impresa e nella contrattazione, essere comunicato con chiarezza e misurato non soltanto per il suo utilizzo, ma per l’effetto reale sulla vita. Occorrono norme stabili, competenze negoziali, infrastrutture affidabili e una cooperazione capace di superare la frammenta-zione. Le esperienze presentate mostrano che la cura dei lavoratori produce anche attrattività, produttività, occupazione e resilienza. Nel contempo, i dati indicano che l’offerta tradizionale non intercetta tutti i bisogni demografici e sociali. Fava ha richiamato le istituzioni alla responsabilità di meritare la fiducia con servizi concreti e personalizzati. Osnato ha chiesto alla politica di avere fiducia nella società, nei cittadini e nelle imprese. Zattoni ha indicato nell’azienda un soggetto abilitante. Per Bardelli è nella collaborazione tra istitu-zioni e imprese la via per affrontare le sfide del Paese, mentre per Angelini è nella convergenza digitale lo strumento per rendere i diritti fruibili. La sintesi riporta al titolo dell’incontro: il welfare non è un beneficio accessorio, ma una scelta sul modello di impresa e di società. Quando il welfare riconosce la persona intera e la rende protagonista, diventa una componente del lavoro ben fatto ed una forma concreta di bene comune.