Il valore del lavoro per chi sconta una pena

Redazione Web

Rimini, 24 agosto 2025 – Il lavoro nelle carceri italiane come strumento di dignità, formazione e reinserimento: su questo tema complesso il Meeting ha ospitato un incontro dal titolo “Il valore del lavoro per chi sconta una pena” promosso da Cdo Opere Sociali e moderato da Maria Elena Magrin, delegata della Rettrice dell’Università Milano-Bicocca per il Polo Penitenziario. Presenti sul palco, Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia; Emilio Minunzio, consigliere CNEL e presidente del Segretariato per l’inclusione dei detenuti; Gianluca Chiodo, presidente della Cooperativa Giotto; Simone Rampin, detenuto e lavoratore della cooperativa; Stefano Granata, presidente Confcooperative Federsolidarietà e Riccardo Capecchi, presidente Fondazione Lottomatica.

Dalla marginalità a “Recidiva Zero”

Aprendo il confronto, Emilio Minunzio ha illustrato il progetto Recidiva Zero, nato dall’accordo tra CNEL e Ministero della giustizia che insegna che «Dobbiamo passare dalle eccellenze isolate a politiche di sistema. Lavoro e formazione in carcere riducono la recidiva dal 70% al 2%. Non basta offrire attività estemporanee: serve un piano strutturato che coinvolga imprese, sindacati, istituzioni e terzo settore», ha raccontato Minunzio.

L’esperienza della Cooperativa Giotto

Gianluca Chiodo ha raccontato i 35 anni di impegno della cooperativa all’interno del carcere di Padova, con oltre 1.500 detenuti inseriti: «Il lavoro non è un accessorio, ma un patto di fiducia. Deve essere vero, con contratti regolari e responsabilità, e deve essere sfidante, per restituire alla persona la consapevolezza di sé». A confermarlo è stata la testimonianza di  Simone Rampin, detenuto e dipendente della cooperativa: «Il lavoro mi ha ridato dignità. Mi permette di non pesare sulla mia famiglia, di guardare al futuro, di avere qualcosa da perdere che mi tiene lontano dai conflitti in carcere. Non è solo stipendio: è sentirsi diversi, cambiare sguardo su se stessi», ha detto commosso Simone.

Il ruolo delle imprese e della società civile

Stefano Granata ha sottolineato come le cooperative sociali siano «la forza più resiliente nelle carceri», pur in condizioni difficili: «Il punto – ha spiegato – non è solo insegnare un mestiere, ma dare senso al lavoro. Senza accompagnamento e modelli organizzativi umani, non si crea reale inclusione. Ciò che accade nelle carceri riguarda tutti: è una sfida che interpella la società civile e le imprese».

Riccardo Capecchi, a nome della Fondazione Lottomatica, ha evidenziato l’importanza di investimenti e partnership: «Il lavoro per i detenuti non deve essere visto come un atto di bontà. Stiamo sperimentando percorsi di formazione in fine pena con contratti a tempo indeterminato: così si trasforma il carcere da costo a risorsa».

Il richiamo del Ministero della Giustizia

Il viceministro Francesco Paolo Sisto ha ribadito la centralità dell’articolo 27 della Costituzione per il quale, ha detto: «La pena deve tendere alla rieducazione. Dignità e lavoro sono i due antidoti contro sdegno e depressione, i veri fantasmi del carcere. Non basta costruire nuove strutture: servono percorsi trattamentali concreti, formazione e fiducia. Il carcere della speranza è quello che prepara chi esce a essere cittadino, non emarginato».

Dal carcere alla società: un bene per tutti

Inutile girarci intorno: il lavoro non è solo uno strumento economico, ma un orizzonte di senso per chi sconta una pena. L’inserimento lavorativo riduce la recidiva, restituisce dignità e genera benefici collettivi. Il carcere non è un mondo a parte: è parte della nostra società. Investire nel lavoro dei detenuti significa investire in sicurezza, coesione e futuro.

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