Il paradosso della dipendenza

Redazione Web

Rimini, 26 agosto 2025 – Al Meeting di Rimini il tema delle dipendenze è stato affrontato da un’angolatura originale: non come male assoluto, ma come paradosso. «Oggi pensiamo sempre che la dipendenza sia un problema, qualcosa da combattere e cancellare», ha osservato in apertura Stefano Gheno, presidente di Cdo Opere Sociali e moderatore dell’incontro. «Noi crediamo invece che l’indipendenza non sia un valore assoluto, ma un falso mito. Esiste una dipendenza buona, che possiamo chiamare interdipendenza, condizione necessaria per la crescita della persona e della comunità». Una prospettiva che ha orientato gli interventi degli ospiti: Simone Feder, psicologo ed educatore della Casa del Giovane di Pavia; Bartolomeo “Meo” Barberis, dell’Associazione Papa Giovanni XXIII; Sergio Ishara, medico psichiatra e fondatore in Brasile del Programma Gruppo Comunitario di Salute Mentale; Maria Teresa Bellucci, viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali.

Rogoredo, il bosco che svela la fragilità della libertà

Il primo a intervenire è stato Simone Feder, che da anni opera nel cosiddetto “bosco della droga” di Rogoredo, alle porte di Milano. «Rogoredo è diventato un emblema, ma in realtà ci parla di molte periferie dimenticate», ha raccontato. Ogni notte centinaia di ragazzi attraversano binari e staccionate per raggiungere quel luogo di consumo e spaccio. «Cercano sollievo in una sostanza, un anestetico che per un attimo spegne il dolore. Ma quella che chiamano libertà diventa subito catena. È una libertà che uccide». Feder non ha parlato di numeri, ma di volti: «Un ragazzo di ventun anni mi ha detto: “A forza di vivere nel degrado sto diventando degrado”. In questi luoghi non porto soluzioni miracolose, porto tempo, ascolto, presenza. A volte basta chiamare una persona per nome, stringergli la mano, guardarlo negli occhi. Questo è il primo passo di una cura». Per Feder, la radice della dipendenza è la solitudine: «Il farmaco può essere utile, ma la prima cura è la relazione. Ciò che manca è il sentirsi riconosciuti».

Dipendenze vecchie e nuove: la società additiva

Feder ha richiamato l’attenzione su fenomeni emergenti: «Oggi non esiste solo la dipendenza da sostanze. Crescono i disturbi legati al gioco d’azzardo, alle criptovalute, ai social. Aumentano i comportamenti autolesionisti tra i giovani. Siamo immersi in un vuoto che a volte nasce da un troppo pieno di pressioni e aspettative». Bartolomeo Barberis ha allargato la riflessione: «Viviamo in una società additiva. La tossicodipendenza non riguarda più solo i giovani, ma tutti. Basti pensare all’enorme consumo di psicofarmaci». Per Barberis, la dipendenza più diffusa è quella dall’accumulo di beni materiali: «La ricerca ossessiva di profitto individuale, senza orientarla al bene comune, è una dipendenza pericolosa. E anche l’uso distorto dei social, che pure sono strumenti utili, diventa rapidamente patologico».

La comunità terapeutica come laboratorio di relazioni

Barberis ha ricordato il valore delle comunità terapeutiche, spesso sottovalutato: «Entrare in comunità non è facile. Ma proprio lì, tra le fatiche quotidiane, si sperimentano relazioni autentiche che permettono alla persona di riscoprirsi. Nessuno entra dicendo: che bello. È duro, ma è un cammino di rinascita». L’esperienza della Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, dimostra come la comunità sia luogo di vita e non solo di terapia: «Il rischio oggi è trasformarle in piccole cliniche per eccesso di norme sanitarie e autorizzative. Invece devono restare spazi vitali, aperti, capaci di intrecciarsi con la società civile». Barberis ha sottolineato anche il valore della diversità: «La convivenza di persone con problemi diversi – tossicodipendenze, handicap, fragilità sociali – arricchisce e rende più umana l’esperienza comunitaria».

Il metodo brasiliano: condividere storie per costruire legami

Il medico psichiatra Sergio Ishara ha portato la sua esperienza in Brasile, dove ha fondato il Programma Gruppo Comunitario di Salute Mentale. «Abbiamo iniziato quasi trent’anni fa, colpiti dalla sofferenza dei pazienti psichiatrici. Ci siamo accorti che, al di là della malattia, la loro vita custodiva momenti di straordinaria umanità». Il metodo prevede incontri aperti alla comunità, basati sulla condivisione di esperienze quotidiane: «Chiediamo: qualcuno ha un’esperienza da raccontare? Così emergono storie semplici ma rivelatrici. Una ragazza ha descritto l’abbraccio dato a un’amica al funerale di un familiare. Un gesto ordinario, ma straordinario perché rivela un volto umano capace di accogliere». Ishara ha sintetizzato con un’immagine: «Un aquilone per volare ha bisogno di un filo. Così l’essere umano ha bisogno di legami buoni per realizzarsi. La dipendenza non è necessariamente catena: può essere condizione per vivere e fiorire».

Il bisogno di comunità in una società frammentata

Il dibattito è tornato al tema della comunità come antidoto alla solitudine. «La comunità resta uno strumento privilegiato di cura e crescita», ha ribadito Barberis. Ma oggi, ha aggiunto Feder, «è più difficile attrarre i giovani. Vivono in una società frammentata, abituata alla velocità e all’immediatezza. La comunità deve adattarsi, diventare più flessibile, dialogare con i territori e con i linguaggi dei ragazzi». Feder ha proposto un cambio di paradigma: «Serve una comunità educante, che non sia solo terapeutica o assistenziale, ma coinvolga famiglia, scuola, istituzioni, volontari, cittadini. Oggi non basta dire: la porta è aperta. I giovani non vengono. Bisogna uscire nei loro luoghi di vita, creare legami significativi, formare operatori capaci di prossimità e di umanità».

Politiche sociali tra libertà e schiavitù

Il viceministro Maria Teresa Bellucci ha portato lo sguardo istituzionale: «La dipendenza è imprescindibile: come il filo di un aquilone può far volare o trattenere a terra. Anche le politiche sociali hanno due facce: possono rendere liberi o schiavi». Ha denunciato il rischio di un welfare assistenzialista: «Se lo Stato si limita a erogare sussidi, crea catene. Le persone diventano dipendenti non in senso positivo, ma schiave di un bisogno alimentato artificialmente. Il compito delle politiche sociali deve essere invece accompagnare le persone a scoprire le proprie potenzialità, a costruire un progetto di vita». Bellucci ha parlato di interdipendenza come antidoto: «Lo Stato da solo non basta. Serve un modello tripolare che unisca istituzioni, terzo settore e imprese. Solo così si evitano derive di potere e si costruisce una responsabilità condivisa». Ha ricordato la riforma nazionale per la terza età come esempio di alleanza generazionale: «Ogni stagione della vita ha un contributo da dare. Non c’è libertà senza interdipendenza».

Liberare la libertà: una sfida culturale

In chiusura, Gheno ha richiamato l’essenza del titolo scelto: «Non si genera nulla da soli. La natura dell’uomo è fatta per generare con altri. La libertà non coincide con l’indipendenza, ma con la capacità di legarsi in modo buono». Il filo dell’aquilone, evocato da Ishara, è diventato simbolo dell’intero incontro. La dipendenza non è solo patologia: è parte costitutiva dell’umano. Quando diventa relazione, interdipendenza, comunità, può trasformarsi da catena che imprigiona a forza che sostiene e fa volare.

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