Il coraggio del perdono. Una madre

Redazione Web

Rimini, 26 agosto 2025 – In un Auditorium gremito e carico di emozione, l’edizione 2025 del Meeting di Rimini ha accolto una delle testimonianze più toccanti e coraggiose della rassegna: quella di Diane Foley, madre del giornalista americano James W. Foley, rapito in Siria nel 2012 e ucciso due anni dopo dall’Isis. Accanto a lei lo scrittore irlandese Colum McCann, che ha raccontato la sua storia nel libro Una madre (Feltrinelli), e il giornalista Alessandro Banfi che ha moderato la serata.

A rendere più intensa la narrazione, le letture dell’attore Giampiero Bartolini, che ha dato voce a pagine cruciali del libro, portando in sala i momenti di dolore e di speranza di una madre che ha saputo trasformare la tragedia in una testimonianza universale di fede, coraggio e perdono. Fin dall’inizio Banfi ha ricordato che al centro dell’incontro non ci sarebbe stato solo il ricordo del sacrificio di James, ma soprattutto il cammino interiore di Diane, la sua capacità di affrontare l’orrore senza cedere all’odio, la forza di sedersi davanti all’assassino del figlio e dirgli: “Tu non lo hai davvero ucciso. Io sono sua madre, e lui continua a vivere”.

Il racconto si è aperto con una riflessione sul valore della memoria e del giornalismo libero. Banfi ha ricordato come la cronaca drammatica degli ultimi giorni a Gaza – con reporter caduti sotto i bombardamenti – renda ancora più urgente difendere chi racconta la verità. Un applauso spontaneo ha salutato la memoria di quei giornalisti, sottolineando il legame con la vicenda di James Foley, che in Siria cercava di dare voce a chi non ne aveva.

Poi la parola è passata a Diane. Con la sua voce ferma, segnata dall’esperienza ma non dalla rabbia, ha descritto l’incontro con Alexander Kotey, uno dei miliziani dell’Isis responsabili della morte del figlio. Un momento che molti avrebbero giudicato impossibile, ma che lei ha scelto di affrontare: “Non si trattava di coraggio – ha detto – né di clemenza. È stato piuttosto un rifiuto di avere paura. Era importante per me che Kotey sapesse chi era davvero Jim, un uomo di pace, un giornalista che non aveva mai portato un’arma, che voleva solo raccontare la sofferenza del popolo siriano”.

A dare forza a queste parole è stato Colum McCann, che ha seguito Diane in questo itinerario e lo ha trasformato in una narrazione letteraria. “Ero lì – ha raccontato – in quella stanza spoglia di un carcere della Virginia, quando Diane ha attraversato lo spazio e ha detto semplicemente: ‘Salve, mi chiamo Diane’. Ho capito che stavo assistendo a un atto di grazia. Tutto il mondo si era ridotto a una madre e all’assassino di suo figlio, e in quella scena si è manifestata una possibilità di umanità che nessun tribunale, nessuna vendetta, nessuna ideologia può cancellare”. McCann ha sottolineato come Diane non si sia limitata al gesto personale, ma abbia trasformato il dolore in impegno pubblico, fondando la James W. Foley Legacy Foundation, che sostiene la sicurezza dei giornalisti e la tutela degli ostaggi all’estero.

“La sua è la storia di una donna normale – ha detto lo scrittore – che ha fatto cose straordinarie, spinta dalla fede, dall’amore per il figlio e dal desiderio di non lasciare che il male avesse l’ultima parola”. Bartolini ha dato voce a pagine in cui il dolore si fa quasi fisico. Come nel brano che descrive il giorno in cui la famiglia ricevette la conferma della morte di James. “Non c’è parola in nessuna lingua – ha letto l’attore – per definire un genitore che perde un figlio. Abbiamo orfani, vedove, vedovi, ma non esiste un termine per questo dolore innaturale”. Diane ha ricordato la rabbia e la solitudine di quei giorni: “Ci sentivamo abbandonati dal nostro governo”.

Per mesi ci avevano ripetuto che Jim era la loro priorità, e invece fu lasciato solo. Ho dovuto chiedere al mio sacerdote di aiutarmi a non restare schiacciata dall’amarezza. La fede e l’amore degli amici ci hanno sorretto”. Quella ferita è diventata spinta per cambiare le cose. Dopo la morte di James, grazie anche alla pressione della Foundation, la Casa Bianca ha modificato le politiche sugli ostaggi, aprendo nuove strade di dialogo e sostegno per le famiglie. “È stato il frutto – ha detto Diane – di un dolore che non poteva restare sterile, ma doveva generare vita”.

In un altro passo, Bartolini ha letto il momento del dialogo con Kotey. Diane ha visto in lui non un mostro, ma un uomo segnato a sua volta dal male. “Non aveva chiesto perdono – ha spiegato – ma si era assunto la responsabilità di ciò che aveva fatto. Io provavo compassione, una tristezza profonda: l’odio ferisce tutti, anche chi lo coltiva. In quella stanza ho sentito lo Spirito Santo. Era come se Jim fosse lì, accanto a me. Mi sono alzata e gli ho detto che lo avrei tenuto nelle mie preghiere. Era tempo di guarire”. Banfi ha sottolineato come in quel gesto si manifesti la dimensione più radicale del perdono: non cancellare il male, ma impedire che definisca per sempre la vittima e la sua famiglia.

McCann ha collegato questa esperienza al lavoro della sua ONG Narrative 4, che porta studenti di diversi Paesi a scambiarsi storie per imparare la compassione. “Non possiamo permetterci di perdere la speranza – ha detto –. I muri dell’odio possono cadere se ascoltiamo davvero l’altro. Le storie, come quella di Diane, sono raggi di luce che entrano nell’oscurità”. Diane ha raccontato come anche la sua Foundation lavori nelle scuole, mostrando ai giovani il documentario su Jim e il libro Una madre, invitandoli a raccontarsi e a scoprire la forza della bontà. “Jim era pieno di umorismo – ha ricordato con un sorriso – faceva ridere tutti, aveva amici ovunque. Amava le persone e le loro storie. Più vedeva sofferenza, più si convinceva che bisognava darle voce”.

“Questo è l’eredità che vogliamo trasmettere: usare i propri talenti per il bene”. Uno dei momenti più intensi della serata è stato l’ascolto di “The Empty Chair”, la canzone che Sting scrisse in memoria di James. Trasmesse in sala le parole del grande artista – che ha rinunciato ai diritti per permettere al Meeting di diffonderla – hanno evocato l’immagine della sedia vuota a una tavola, simbolo di chi non c’è più e tuttavia continua a essere presente. “Ci sono troppe sedie vuote nel mondo – ha scritto Sting in un messaggio –. Questa canzone è un omaggio a James e a sua madre, e a tutti coloro che hanno perso qualcuno”.

Diane ha ringraziato commossa: “Sting ha colto l’essenza della nostra esperienza. La sedia è vuota, ma Jim è con noi. La sua voce continua a parlare, la sua testimonianza non è stata uccisa”. Il ricordo si è intrecciato con le parole di Papa Francesco, che telefonò personalmente alla famiglia Foley subito dopo l’uccisione di James. “Mi disse che Jim era un martire – ha raccontato Diane –. Non perché fosse perfetto, ma perché aveva usato i suoi talenti per il bene, per dare voce a chi soffriva. Quella chiamata ci ha consolato, ci ha fatto percepire una sacralità che ci univa a milioni di altre persone. Jim non aveva finito di fare ciò che si era prefissato: continuava a vivere attraverso la testimonianza”.

La serata si è chiusa con un messaggio di gratitudine. Banfi ha ricordato le parole di un sacerdote: “Alla fine di ogni giornata, trova almeno un motivo per dire grazie”. “E oggi – ha detto – possiamo tutti ringraziare Diane, Colum, e la memoria di James, perché ci hanno donato una testimonianza di luce nel cuore ferito del presente”. Un lungo applauso ha accompagnato i protagonisti, suggellando un incontro che resterà nella memoria del Meeting come uno dei momenti più alti e commoventi. Il coraggio del perdono, la forza della compassione, la fede che trasforma il dolore: mattoni nuovi gettati in un mondo assetato di pace.

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