Rimini, 26 agosto 2025 – Al Meeting di Rimini si è discusso di capitalismo e delle sue distorsioni, con un parterre di studiosi di grande rilievo. L’incontro, dal titolo “Il capitalismo malato”, ha visto protagonista Luigi Zingales, economista della University of Chicago e direttore dello Stigler Center, insieme a Emilio Colombo, docente di Politica Economica all’Università Cattolica, e Piergiovanna Natale, economista all’Università di Milano-Bicocca. A moderare il dibattito il giornalista Mattia Ferraresi. L’apertura ha subito toccato un punto cruciale: «Ogni giorno aziende rispettabili, guidate da persone perbene, prendono decisioni che hanno conseguenze gravi per la società», ha osservato Ferraresi, ricordando casi concreti che spaziano dall’alimentare all’aeronautico, dal chimico ai colossi tecnologici. «In nome della massimizzazione del profitto – ha aggiunto – molte imprese hanno manipolato dati, nascosto rischi, alimentato teorie pseudo-scientifiche. Prodotti che generano dipendenza, sostanze tossiche riversate nell’ambiente, aerei insicuri, social network che alterano capacità cognitive e qualità delle relazioni: non si tratta di eccezioni, ma di una dinamica strutturale».
Il capitalismo tra profitto e responsabilità morale
Luigi Zingales ha introdotto la sua riflessione partendo da un esempio drammatico e noto a tutti: il crollo del Ponte Morandi a Genova. «Il rischio del crollo era conosciuto da anni. Nel 2010 se ne discuteva nei Consigli di amministrazione, nel 2013 era addirittura segnalato come il maggiore pericolo per la società. Eppure non si intervenne», ha ricordato. Il punto, secondo Zingales, è la divergenza tra diverse prospettive: «Dal punto di vista morale, la scelta corretta era intervenire immediatamente. Dal punto di vista dei profitti, i consiglieri hanno fatto la cosa giusta. Dal punto di vista delle carriere personali, ribellarsi avrebbe significato isolamento. E così nessuno ha agito». Questo trade-off, ha sottolineato, non è un problema italiano ma globale. Ha citato i casi Boeing, Volkswagen, DuPont, Exxon: «Società che hanno nascosto difetti mortali nei prodotti, inquinato consapevolmente, finanziato la disinformazione. Non si tratta di malvagità individuale, ma della banalità del male applicata alle corporations. Persone decenti, inserite in meccanismi che le inducono a scelte dannose per la collettività».
Dalle comunità locali alla globalizzazione: la perdita di responsabilità sociale
Un tempo le imprese erano radicate nelle comunità. «I dirigenti vivevano vicino agli stabilimenti, incontravano operai e cittadini, subivano conseguenze sociali dirette delle loro scelte. Oggi, con la globalizzazione, stabilimenti e investitori sono distribuiti nel mondo. I vertici vivono in quartieri esclusivi, lontani dai lavoratori. Così si è dissolta la pressione sociale che un tempo fungeva da correttivo». A ciò si somma una teoria economica dominante che ha ridotto tutto alla massimizzazione dei profitti. Zingales ha ricordato l’articolo di Milton Friedman del 1970: «Secondo Friedman, i manager devono solo fare soldi per gli azionisti. Questi ultimi, poi, decideranno individualmente come usarli. Ma questa separazione tra economia e morale non regge. Ci sono scelte che non possono essere disgiunte: non si può prima inquinare e poi ripulire, o far crollare un ponte e dopo risuscitare i morti. Non siamo Gesù Cristo».
Democrazia azionaria: riportare la moralità nei Consigli di amministrazione
«L’errore è pensare che l’unico obiettivo sia il profitto», ha ribadito Zingales. «Le imprese devono massimizzare il benessere degli azionisti, che non significa solo dividendi. Molti investitori si preoccupano degli impatti sociali e politici». Qui emerge il limite dell’approccio attuale. Zingales ha proposto un modello innovativo: la democrazia azionaria. «Occorre riportare scelte morali nei Consigli di amministrazione. Non basta la regolamentazione esterna, spesso debole e manipolata dalle stesse imprese. Serve dare voce agli azionisti». Come? Secondo Zingales, con assemblee estratte a sorte tra gli azionisti, simili alle giurie popolari: «Un campione di 100-200 persone, rappresentativo della popolazione, con il compito di esprimersi su decisioni di grande impatto sociale. Non scelte tecniche, ma morali. In questo modo i piccoli azionisti, oggi esclusi, avrebbero finalmente voce».
La questione delle dimensioni d’impresa
Emilio Colombo ha sottolineato come questo discorso riguardi soprattutto le grandi corporations: «Le imprese di medie dimensioni, radicate nei territori, hanno rapporti più stretti con le comunità. In Italia e in Europa prevalgono le piccole imprese, con vantaggi e limiti. La sfida è crescere mantenendo il legame sociale». Zingales ha concordato: «Le piccole imprese italiane hanno una forte responsabilità verso i lavoratori, ma spesso ignorano i temi ambientali. E comunque l’economia richiederà aziende più grandi. Il problema tornerà con forza».
Le domande sulla governance e il ruolo della regolamentazione
Piergiovanna Natale ha sollevato questioni pratiche: «Chi decide i temi su cui le assemblee di investitori devono esprimersi? Non rischiamo che siano più stringenti dove serve meno e indulgenti dove servirebbe più rigore? E dove finisce l’autogoverno delle imprese e dove deve intervenire la legge?». Zingales ha risposto con alcuni spunti provenienti dall’esperienza americana: «Tre fondi – Vanguard, BlackRock, State Street – controllano il 25% delle azioni. Decidono di fatto le politiche delle società, ma senza responsabilità democratica. Noi vogliamo che gli azionisti si esprimano direttamente. E la prima regola che dovrebbero imporre è limitare il lobbying politico delle imprese. Negli Stati Uniti le società finanziano liberamente campagne elettorali; di fatto siamo in una plutocrazia. Solo gli azionisti possono fermarle». Quanto all’Europa, Zingales ha messo in guardia: «Siamo bravi a multare le società americane, ma noi non siamo immuni. Le differenze istituzionali contano, ma la pressione dei grandi gruppi agisce anche qui».
Informazione e trasparenza come strumenti di disciplina
Un altro punto decisivo è l’informazione. «Le imprese spesso sanno molto più dei regolatori. La DuPont conosceva la tossicità del PFOA dal 1984, l’EPA lo ha scoperto vent’anni dopo. Se non obblighiamo alla trasparenza, la società resta vittima», ha ammonito Zingales. Ha proposto un “ombudsman” per i piccoli azionisti, una sorta di “difensore civico” con il compito di portare all’attenzione dei consigli le questioni ad alto impatto sociale: «Solo rendendo pubbliche queste informazioni si genera la pressione sociale che può cambiare i comportamenti».
Capitalismo e società: la sfida culturale
Il dibattito si è chiuso con un appello a non rinunciare a interrogarsi. «Il capitalismo ha creato enorme valore economico, ma ha anche prodotto effetti devastanti quando non è regolato», ha ricordato Ferraresi. Zingales ha sintetizzato la sua proposta: «Non credo nei miracoli, ma credo che riportare la moralità nelle scelte delle imprese, attraverso la democrazia azionaria, possa essere un passo avanti enorme. È un piccolo passo per la teoria, ma può diventare un grande passo per l’umanità».







