Rimini, 24 agosto 2026. Che cosa significa amare la Terra Santa quando la guerra distrugge case, relazioni e speranze e sembra non lasciare spazio a risposte definitive? L’incontro “Amare la Terra Santa”, svoltosi al Meeting di Rimini, ha affidato questa domanda a Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, e a Gabriel Romanelli, parroco latino di Gaza, collegato da Gaza City. Alessandra Buzzetti, giornalista e corrispondente di TV2000 dalla Terra Santa, ha introdotto il dialogo ricordando che rimanere in una terra attraversata da un conflitto violentissimo significa tentare di essere punti di riconciliazione e custodire l’umano davanti alla devastazione materiale e interiore dei popoli coinvolti. La Custodia francescana comprende oltre trecento frati di diverse nazionalità, presenti in Israele, Palestina, Libano, Siria, Egitto, Giordania e Cipro; Romanelli, missionario del Verbo Incarnato e parroco dal 2019, accompagna invece la piccola comunità cristiana della Striscia. Entrambi hanno descritto una permanenza che non nasce dall’eroismo né da una posizione politica, ma dalla vocazione: essere accanto alle persone affidate, preservare la presenza cristiana e testimoniare che l’amore ricevuto da Cristo può non ritirarsi anche nel dolore. Le loro responsabilità sono diverse, ma il dialogo ha mostrato una comunione fondata sulla stessa certezza.
Gaza, una catastrofe ancora in corso
Romanelli ha descritto la situazione della Striscia di Gaza come una catastrofe tutt’altro che conclusa. Dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, i bombardamenti hanno perso l’intensità precedente, ma continuano a col-pire anche il centro della città. Circa 2,3 milioni di persone, ha spiegato, hanno bisogno di tutto. «Gaza è tritata», ha affermato, paragonando la distruzione a quella lasciata da uno tsunami al quale non è seguito un soccorso adeguato. Gran parte della popolazione vive sotto teloni, per strada o tra le rovine delle proprie abitazioni, mentre sabbia e acque reflue si mescolano. Ogni giornata comincia controllando quanta energia rimane nelle batterie e cercando acqua per bere e lavarsi. Nel compound cattolico vivono insieme cattolici e ortodossi e i cristiani rimasti sono 541. Durante la guerra, secondo i dati riportati da Romanelli, sessanta membri della comunità sono morti: ventitré direttamente a causa delle azioni militari nelle parrocchie cattolica e ortodossa, ventitré per mancanza di cure e quattordici anziani in condizioni aggravate dalla scarsità di risorse. La parrocchia continua intanto ad assistere la popolazione, distribuendo acqua a oltre quattrocento famiglie e sostenendo rifugiati, scuole e case delle suore di Madre Teresa. Fornisce inoltre energia alla clinica San Giuseppe, aperta dal Patriarcato Latino insieme all’Ordine di Malta. Un sistema che dipende da un solo generatore e da carbu-rante che, ha spiegato Romanelli, arriva a costare dieci euro al litro.
Il pastore rimane con il suo gregge
Alla domanda sul perché sacerdoti e religiose non abbiano lasciato il compound durante l’assedio, Romanelli ha spiegato che restare è sembrata «la risposta più naturale, spiritualmente e umanamente parlando». Non una scelta politica, ma la convinzione che il pastore debba rimanere con il proprio gregge. Abbandonare Gaza avrebbe significato lasciare persone con disabilità, bambini e famiglie che dipendevano dalla presenza della comunità. «Inghiottire le lacrime è il compito di chi ama», ha affermato il parroco. Per i bambini cristiani e musulmani vengono organizzati scuola, giochi, attività spirituali e sostegno psicoterapeutico. Delle tre scuole
cattoliche presenti prima della guerra ne è rimasta una, che si prepara ad accogliere fino a mille alunni. Romanelli ha inoltre sottolineato di non aver incontrato, né nella comunità né tra i vicini, un desiderio di vendetta. Dopo il bombardamento del 17 luglio, che provocò tre morti e dodici feriti nel compound, le suore distribuirono giocattoli e dolci ai bambini. Riunita in chiesa, la comunità pregò chiedendo perdono, misericordia e pace per tutti. «La tristezza si vince con la gioia», ha spiegato Romanelli: la croce non rappresenta l’ultima parola, perché ad essa segue la risurrezione.
Ielpo: la prima opera è ricostruire il cuore
Ielpo ha ripreso la testimonianza di Gaza ricordando una frase ricevuta al momento della propria nomina a Custode di Terra Santa: «Ricordati, Francesco, che la prima opera sei tu». Prima delle scuole, delle parrocchie e degli aiuti materiali viene infatti la persona chiamata a guidare le comunità e la necessità di ricostruire continuamente il proprio cuore. Davanti ai lutti, alle ingiustizie e alle domande che non trovano risposta, per Ielpo il primo gesto rimane quello di affidarsi a un Dio che si fa carne e non abbandona l’uomo nella sofferenza. Un secondo consiglio ricevuto fu: «Francesco, trovati un amico». La presenza cristiana in Terra Santa, ha spiegato, non può resistere senza relazioni e senza una fraternità concreta. Ielpo ha ricordato a questo proposito la parrocchia francescana di Betania, affidata a tre giovani frati, la cui comunione è riuscita ad attirare famiglie anche da altre città. «Prima ancora di tutto il resto, per rimanere abbiamo bisogno di una comunità, di una famiglia, che noi chiamiamo fraternità», gli ha raccontato una guida palestinese. Per Ielpo, custodire questa comunione rappresenta quindi una condizione necessaria affinché scuole, aiuti e opere sociali non riducano la presenza cristiana in Terra Santa a quella di una semplice organizzazione assistenziale.
Una ragione per restare tra ingiustizia e precarietà
Guardando alla Cisgiordania, Ielpo ha denunciato il perpetuarsi di ingiustizie e violenze che colpiscono famiglie cristiane e musulmane, villaggi, minoranze e accampamenti beduini. Accanto alla necessità di farsi voce di chi non ne ha, permane l’impotenza davanti a persone che chiedono quale futuro sia ancora possibile. L’emigrazione cristiana preoccupa profondamente; per aiutare gli altri a rimanere, però, occorre possedere personalmente una ragione per farlo. Scuola, sanità e sostegno materiale sono indispensabili, ma la prima richiesta dei cristiani in Cisgiordania è spesso un permesso per lavorare in Israele e mantenere la famiglia. Ielpo ha raccontato la vicenda di una coppia trasferitasi in un quartiere difficile di Santiago del Cile: la loro scelta di vivere lì portò un vicino, deciso inizialmente ad andarsene, a riconoscere che forse esisteva anche per lui «una possibilità di bello e di bene». Questa è la verifica posta alle comunità della Terra Santa: non ripetere slogan, ma scoprire se dentro la circostanza vi sia un bene capace di sostenere la vita. Rimanere, ha precisato, non può diventare un’imposizione esercitata sui cristiani locali; acquista significato soltanto nella dimensione vocazionale, come scoperta del progetto e del compito affidati a ciascuno nel luogo in cui è nato.
Siria e Libano, la speranza custodita da una presenza
La stessa fedeltà attraversa le comunità della Custodia in Siria e Libano. Ielpo ha ricordato i villaggi di Knayeh e Yacoubieh, nella zona siriana di Idlib, rimasti per dodici anni sotto assedio jihadista. Nel gennaio scorso ha potuto visitarli come primo Custode dopo quattordici anni. Una piccola comunità di anziani e bambini, ridotta dalla fuga delle famiglie, ha continuato a vivere accanto ai frati nonostante rapimenti, distruzioni, imposizione della sharia e povertà. Oggi alcune famiglie ritornano perché la presenza della Chiesa non è mai scomparsa. La speranza, ha osservato Ielpo, richiede tempi diversi dall’immediatezza con cui si vorrebbero soluzioni. In Libano, dopo l’evacuazione della parrocchia di Deir Mimas, centoventi famiglie hanno scelto di restare; i frati raggiungono la zona con gli elicotteri dei militari per celebrare la Messa e chiedono di poter trasportare viveri nei luoghi pericolosi. «Sappiamo che il buon senso direbbe di rimanere, ma l’amore per Cristo e per quel popolo ci spinge», hanno detto al Custode. Questi gesti non cancellano la guerra, ma rendono visibile un amore gratuito, disposto a permanere anche senza risultati immediati. Per Ielpo è un miracolo continuo che genera in altri il desiderio di non abbandonare la propria vocazione e il proprio popolo.
I pellegrinaggi e la certezza che Cristo ha vinto
La custodia dei Luoghi Santi è inseparabile dal popolo cristiano che vi abita e dai fedeli che vi giungono. La quasi totale assenza di pellegrini priva le famiglie di un sostegno economico decisivo: a Betlemme, ha riferito Ielpo, il 75 per cento della popolazione dipende dal turismo religioso e da cinque anni non riceve più quei redditi. Ma il pellegrinaggio genera anzitutto speranza, perché ricorda alle comunità la loro vocazione ad accogliere e offre ai visitatori non soltanto pietre, ma volti nei quali la risurrezione è incarnata. Ielpo ha ricordato una bambina di sei anni che, dopo una giornata nel deserto, scrisse di essere felice che le gocce del proprio sudore fossero cadute sulla terra calpestata da Gesù. La Terra Santa, ha spiegato, è il legame tra l’Incarnazione e la vita di ciascuno; senza Cristo rimarrebbe soltanto terra. In conclusione Romanelli ha rivolto soprattutto ai giovani un invito essenziale: «Gesù ha vinto. Noi dobbiamo continuare a vivere perché Gesù ha vinto». Qualunque sia la vocazione, occorre prendere decisioni, prendere il largo e vivere il Signore nelle difficoltà. «Il Signore non ci abbandona mai, mai, mai», ha aggiunto, chiedendo sostegno concreto alla Chiesa di Terra Santa. Amare quella terra significa allora pregare e lavorare per una pace giusta, soccorrere il suo popolo e custodire la certezza che la violenza e la morte non possiedono l’ultima parola.







