I Padroni del Mondo

Redazione Web

Rimini, 23 agosto 2026. Il diritto internazionale perde forza, le guerre diventano una condizione normalizzata, le potenze tecnologiche concentrano capitali e dati superiori alle capacità di molti Stati. In questo scena-rio, chi sono oggi “I padroni del mondo”?

È la domanda al centro dell’incontro, svoltosi al Meeting di Rimini nell’auditorium Intesa San Paolo D3, con Stefano Lucchini, Group Chief Institutional Affairs and External Communication Officer di Intesa Sanpaolo; Monica Maggioni, giornalista e conduttrice di “In mezzora”; Luciano Violante, presidente dell’Associazione Futuri Probabili. Ha moderato Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i po-poli ETS.

Il dialogo si è aperto con il richiamo di papa Leone XIV a liberare la convivenza dal sospetto e la cultura dalla prepotenza, a sottrarre tecnologia e finanza ai «business della morte» e a disarmare uno sviluppo tecnologico divenuto pervasivo e distruttivo. Per Scholz, questo invito domanda responsabilità personale, politica e sociale e impone anzitutto uno sforzo di comprensione. Dal multilateralismo seguito alla Seconda guerra mondiale si è passati a un ordine multipolare, segnato dall’ascesa di nuovi attori, dalla crisi della globalizzazione, dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente e da una guerra economica sempre più esplicita. A questi fattori si aggiungono poteri tecnologici dotati di risorse finanziarie capaci di relativizzare le sovranità nazionali. Conoscere queste forze, ha concluso Scholz, è il primo passo per non subirle e per tornare a esercitare una responsabilità democratica.

Lucchini: il futuro appartiene a chi genera fiducia

Nel tempo dei presunti padroni del mondo, alla cultura della forza si contrappone la forza del rispetto. «Chi sono oggi i padroni del mondo? Forse nessuno, e questo è un bene. Perché il futuro appartiene a chi costruisce, chi convince, chi ascolta, chi include. Appartiene a chi genera fiducia perché si muove con rispetto per l’altro». Con queste parole Stefano Lucchini, ha concluso il suo intervento. Lucchini ha messo in discussione l’idea stessa di un potere assoluto: siamo entrati in un’epoca nella quale il potere si è diffuso, frammentato, moltiplicato. Un’epoca in cui nessuno controlla completamente il quadro e nella quale, proprio per questo, cresce il bisogno di responsabilità condivise. Nel richiamare il ritorno di una «cultura della forza» – militare, politica, economica, tecnologica e comunicativa –ha sottolineato il valore della mediazione e del confronto democratico. Le democrazie discutono, si confrontano, cambiano perfino idea; gli autoritarismi decidono e impongono. Quella disponibilità al confronto e alla correzione, che può apparire come una fragilità, è in realtà uno dei principali presupposti della resilienza democratica. Un passaggio centrale dell’intervento è stato dedicato alla tecnologia e all’intelligenza artificiale e alla necessità di riportare “l’uomo al centro”, come occasione per ritrovare la dignità della persona. Il fatto di dire che nel nostro tempo c’è un eccesso di tecnica è porre un falso problema. Dovremmo invece concentrarci sulla carenza attuale di legami e su una sempre più pericolosa scarsità di significato condiviso. In questo contesto, ha affermato Lucchini, il vero potere è la capacità di generare fiducia: influenza davvero il futuro, chi riesce a generare fiducia, a costruire ponti e a creare luoghi di incontro e di coesione. Chi ha la capacità di tenere insieme ciò che tende a separarsi. Una responsabilità che riguarda tutti – politica, media, università, imprese e società civile – e che richiede anche una programmazione economica e sociale capace di rinnovare la fiducia e il rispetto, creando le condizioni perché le persone possano riconoscersi in un progetto comune.

 

Anche le grandi organizzazioni economiche, ha ricordato Lucchini, sono oggi attori sociali e «devono produrre risultati, ma anche produrre fiducia ed essere credibili nella loro coerenza fra comunicazione e azione. Nel riferimento alla visita di Papa Leone XIV al Meeting, ha infine ricordato che la pace non è solo un sentimento o una nobile dichiarazione d’intenti, ma un’azione che richiede coraggio, rispetto ed esposizione personale. Ha concluso richiamando Dante Alighieri: la Divina Commedia non termina con l’immagine di un impero, di una vittoria militare o di una perfezione istituzionale, ma con una forza che attrae, l’amore «che move il sole e l’altre stelle». Un’indicazione preziosa anche per il presente: perché il mondo non si governa davvero attraverso ciò che costringe, ma attraverso ciò che muove. Nel tempo dei presunti padroni del mondo, la forza più auspicabile resta quella capace di convincere, coinvolgere, mettere in relazione e costruire rispetto.

Violante: l’Europa è il baluardo liberal-democratico da difendere

Violante ha ricordato la differenza essenziale tra diritto interno e internazionale: il primo dispone di autorità in grado di sanzionare le violazioni, il secondo vive del consenso tra gli Stati. È proprio questo consenso a essere saltato. In passato l’Occidente liberal-democratico, sostenuto dalla forza economica e militare statunitense, rappresentava un contrappeso ai leader autoritari; oggi gli Stati Uniti guardano prioritariamente al proprio emisfero e manifestano ostilità verso l’Unione Europea. «L’Europa è l’unico continente liberal-democratico al mondo oggi», ha affermato, invitando a riconoscere e custodire questa qualità. La volontà di frammentare l’Unione e privilegiare rapporti con singoli Stati indebolisce l’ultimo ostacolo sostanziale al dominio di grandi potenze autoritarie. Violante ha indicato una convergenza, pur fondata su ragioni differenti, tra la visione di Trump e quella di Putin nel voler ridimensionare l’Europa. Il compito immediato non è immaginare un rapido ritorno al precedente ordine internazionale, ma rafforzare i valori e le istituzioni liberal-democratiche, informarsi e comprendere i fatti. La capacità europea di restare unita e fedele ai propri principi incide ormai non soltanto sul futuro del continente, ma sull’equilibrio mondiale. Difendere le regole non significa quindi arroccarsi in una burocrazia priva di anima: significa impedire che il multipolarismo diventi un sistema governato esclusivamente dalla forza e dalla fedeltà personale ai capi.

Maggioni: la tecnologia è l’infrastruttura invisibile del nuovo ordine

Per Maggioni, il caos contemporaneo non è privo di logiche: occorre connettere i punti e leggere la tecnologia come precondizione delle trasformazioni economiche, militari e politiche. Non basta attribuire l’instabilità alla presidenza Trump, perché i cambiamenti in corso non scompariranno con la conclusione di una singola stagione politica. La tecnologia determina la competizione sulle materie prime, orienta i capitali, modifica la guerra e struttura il confronto tra Cina e Stati Uniti, la «vera guerra nascosta» del nostro tempo. Anche dazi e politiche commerciali diventano strumenti della corsa all’innovazione. L’Europa, ultimo baluardo democratico, possiede però le due caratteristiche più sgradite ai giganti digitali: tasse e regole. La mappa del mondo non può più essere disegnata soltanto attraverso i confini nazionali, perché sopra gli Stati opera una rete di poteri tecnologici. «I veri nuovi padroni del mondo sono i tecnoligarchi», ha dichiarato Maggioni, richiamando la concentrazione di capitale privato, capacità di orientare l’opinione pubblica e innovazione tecnologica riunita attorno all’amministrazione statunitense. La sfida con la Cina ha carattere sistemico: nel 2024 le pubblicazioni scientifiche cinesi riconosciute sull’intelligenza artificiale sono state 24 mila, contro le 19 mila complessive di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea. L’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie, ma è ormai un’infrastruttura che ridefinisce relazioni, lavoro e vita quotidiana; la domanda decisiva è se i colossi che la controllano accetteranno i limiti posti dalle istituzioni democratiche.

Separare il potere politico dal potere digitale

La sproporzione economica rende evidente la portata della sfida. Violante ha riferito che il valore delle prime cinque aziende digitali globali ammonta a 20.629 miliardi di dollari e che Nvidia, da sola, possiede una capitalizzazione paragonabile al prodotto interno lordo della Germania. Come l’Illuminismo elaborò la separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, oggi diventa urgente distinguere potere politico e potere digitale.

Quest’ultimo raccoglie una conoscenza capillare delle persone attraverso dispositivi, piattaforme e dati biometrici e si integra sempre più con apparati militari e di sicurezza. La fusione tra chi governa e chi controlla i dati può rovesciare il principio democratico: non è più il cittadino che controlla il potere, ma il potere che conosce e sorveglia il cittadino, restando a sua volta opaco. Per questo Violante ha rivendicato un «diritto all’opacità» della persona di fronte allo Stato e ha difeso le norme europee come garanzie di libertà, non come semplici vincoli burocratici. «L’intelligenza artificiale è l’acqua in cui siamo immersi», ha osservato: è utile e onnipresente, ma può produrre danni enormi se lasciata senza regole. La separazione tra potere politico e di-gitale diventa così una delle principali battaglie costituzionali dell’epoca contemporanea. Disarmare la tecno-logia non significa arrestarne la ricerca, bensì impedire che la concentrazione di dati, forza economica e capacità militare cancelli la possibilità democratica di porre limiti e chiedere conto delle decisioni.

La democrazia ha bisogno di una forza morale

Alla narrazione secondo cui i regimi autoritari sarebbero più efficienti, Violante ha opposto la necessità di ritrovare il fondamento morale della democrazia. Procedure e norme giuridiche sono indispensabili, ma non bastano se ogni diritto viene ridotto a una pretesa individuale e nessuno è disposto a rinunciare a qualcosa per il bene comune. I poteri autoritari utilizzano già la religione, ma in forma strumentale, per legittimare leader e guerre; le democrazie devono invece riaprire un dialogo autentico con la dimensione religiosa come riserva di rispetto, ascolto e amore. «La forza della democrazia risiede nella sua superiorità morale, non nella mera burocrazia», ha affermato. Maggioni ha mostrato come l’allarme sui rischi tecnologici emerga anche dall’interno della comunità scientifica. Yoshua Bengio, tra i fondatori della moderna intelligenza artificiale, ha indicato il pericolo che governi e pochi Paesi usino questi sistemi per dominare le società, controllare l’opinione pubblica e svuotare la democrazia. Non esistono ancora garanzie sociali e tecniche sufficienti perché un simile potere non danneggi le istituzioni. Il «vaso di Pandora», ha osservato Maggioni, è aperto, ma la partita non è perduta: serve una consapevolezza comune e occorre pretendere dalla politica scelte chiare, sottraendo spazio alle polemiche sterili. Finché la decisione resterà nelle mani degli esseri umani, sarà ancora possibile orientare il futuro.

I veri padroni del futuro sono i giovani

Nelle conclusioni Lucchini ha ribadito che il futuro non è già scritto, ma viene costruito ogni giorno con immaginazione e determinazione. L’Unione Europea può sostenere la competizione tecnologica e difendere il proprio welfare se ritrova unità interna, fiducia e dignità umana come valori condivisi. Per questo, ha aggiunto, «i veri padroni del mondo sono i giovani che oggi affollano questa sala»: alle nuove generazioni devono essere consegnati strumenti conoscitivi ed etici adeguati a comprendere la complessità del presente.

Scholz ha raccolto il filo dell’incontro indicando nella conoscenza un atto di amore e protezione verso il futuro. Studiare le forze tecnologiche e geopolitiche che ridisegnano la Terra permette di rifiutare rassegnazione, in-differenza e polarizzazione aggressiva. Nessun singolo può affrontare da solo poteri di queste dimensioni, ma persone, corpi intermedi e istituzioni possono diventare insieme soggetti attivi della storia. La tradizione democratica conserva dunque una strada: regole capaci di limitare il potere, una morale che dia loro anima, un’economia attenta alla coesione e una cittadinanza consapevole

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